Le sacerdotesse che pontificano nel tempio altrui

di Elena Novati 

Gustav Klimt, "Igea" (1900)

Gustav Klimt, “Igea” (1900)

Le conoscete, le sacerdotesse? Sono quegli esseri umani (quantomeno bipedi) travestiti da timorate di Dio e zuccherini moralizzatori ambulanti. Sono quelle forme di vita che decidono, in quanto donne, cosa debba per forza piacere alle altre donne. A tutti i costi. Mi domando da un po’ di tempo quale sia l’interesse che le muove a dirti che «Se non ami la cosa tale, allora non sei una donna vera» o, nella versione più maldestramente sfumata, «Ma come? Proprio te che sei una donna dovresti capire!».

Posto e appurato che non tutti gli esseri umani identificabili come XY siano ugualmente sensibili alla tematica che a breve andrò a svelare, mi chiedo ancora una volta come sia possibile che il bisogno di pontificare a tutti i costi sia arrivato ad urtarmi più dell’herpes. L’essere umano che riesce a diventare più odioso dell’herpes labialis: non l’avrei mai detto.

Figli: impossibile non volerne. Bambini: impossibile non amarli in tutte le loro molteplici sfaccettature caratteriali.

Già il termine “impossibile”, accostato alle scelte altrui, mi provoca una leggera sensazione di prurito alle mani. Dire che «È impossibile tu non voglia un bambino/cane/gatto/panino/puffo» equivale ad affermare che io (o chiunque nella mia posizione), in questo momento, non credo in ciò che dico. Continua a leggere

L’apparizione di un cammelliere nel deserto afghano. E le avventure che gli ho fatto vivere

Testo e foto di Lucia Vastano 

Lucia, cammelliere

Il cammelliere con i dromedari nel deserto afghano. La sua visione ha ispirato un romanzo a Lucia Vastano

Nella vita accade spesso che le cose importanti ci succedano per caso, proprio quando non le andiamo a cercare. Non dico che quell’incontro durato qualche manciata di minuti in mezzo al deserto afghano abbia realmente cambiato la mia vita, ma di fatto qualche conseguenza l’ha provocata. Sicuramente più di innumerevoli inutili ore trascorse con conoscenti, colleghi, intellettuali veri o presunti e purtroppo anche amici. Sterili, come dei muli. Le ore, intendo.

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Appunti da Scampia: “Basta crederci e trovi un mare di bene”

Testo e foto di Giorgio Antoniazzi

Scampia, benevenuti

Il messaggio in inglese che accoglie i nuovi arrivati, una volta usciti dalla stazione della metro, è questo: BENVENUTI A SCAMPIA. BASTA CREDERCI E TROVI UN MARE DI BENE.

Penso al fatto che il capolinea sia proprio a Scampia, quasi un’indicazione che oltre non si va, che oltre quel degrado, di cui si ha subito un assaggio camminando verso l’uscita, oltre quelle violazioni, oltre quei non diritti… Insomma, quella fermata segna un limite: bisogna rimanere fermi oppure tornare indietro. Peccato però che lì ci viva tanta gente: ci sono donne, uomini e bambini che vorrebbero invece andare avanti.

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La tigre Patrizia e le madri che non si piegano per i figli di tutti

di Elisabetta Baccarin

Patrizia moretti

Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi. Ha scritto: «Vedo Federico in ogni giovane che incontro»

è ora che io lo scriva, finalmente, non solo in una mail a colleghi.
non so da dove cominciare, ma comincio dal gelo provato davanti alla questura di ferrara.
ero appena uscita da palazzo diamanti per la mostra di matisse. il giorno prima, sempre a ferrara, pioveva e ho perso il mio nuovo berretto inglese. poi un lampo mi ha fatto ricordare, mentre mi stavano arrivando dei passatelli per cena, che ce l’avevo in mano fino al momento di appoggiarlo per guardare a due mani tutte le moleskine di tutti i colori gli usi le righe i quadretti e le idee. volevo comprarmi un taccuino per appuntare i pensieri che mi nascono per caso e che se non appunto mi scadono. avevo comprato un libro di cui non sapevo l’esistenza. ho fatto 3 volte il giro della libreria, facevo il mio solito gioco dei regali ‘questo su berlinguer andrebbe bene per pinco, questo sulla matematica per pallo, quello per la mia capo, l’altro per la mia collega. e quel libro, quello che ho comprato, era per me.

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Luna park Eataly

di Elena Novati 

Eataly, Luna park

Ed ecco a voi: Eataly, piazza XXV aprile, Milano

«Andiamo, sono curiosa».

Ho esordito così, in un pomeriggio di sabato, cercando di convincere il fidanzato della bontà della mia idea (perfida che sono). L’idea era quella di addentrarsi nel magico mondo di Eataly, la creatura di Oscar Farinetti che tanto ha fatto parlare di sé da quando è approdata a Milano in piazza XXV aprile, al posto del (compianto) Teatro Smeraldo. Se ci penso ora, mentre mangio lamponi e non sono circondata da un formicaio umano, mi viene quasi da ridere all’idea di tornare a far visita al nuovo tempio del cibo milanese; tuttavia, a esser seria, ho ancora una leggera sensazione di vertigine al solo ricordo del brusio di sottofondo.

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Che il santo protegga (da politici e petrolieri) i riti e la bellezza della Basilicata

Testo, foto e ricerca immagini di Rosalba Griesi*

Rosalba, pallone

Una mongolfiera con il nome del santo tra nuvole

Il mio paese si chiama Palazzo San Gervasio. Palazzo perché il principe Manfredi, figlio di Federico II, lo Stupor Mundi, fece costruire il maniero fra i nostri boschi, su di un morbido colle. Ed era qui che sostava per riprendersi dai suoi malori che poi lo condussero alla morte in giovane età. Gervasio, poiché qui furono rinvenute le statue dei santi martiri milanesi, Gervasio e Protasio.

Anche quest’anno la festa di Sant’Antonio ha riportato quell’aria allegra e colorata in paese.

Le luci dell’illuminazione, le bancarelle, i fuochi d’artificio, la banda, la processione, l’orchestra che ha intonato le “arie” rossiniane del Barbiere di Siviglia… l’odore dei gigli, candidi più che mai. Persino la kermesse di eventi creativi locali di arte varia sono stati davvero interessanti, e hanno aggiunto ai festeggiamenti l’interesse sociale e culturale della nostra terra.

Dagli anziani si sente dire: «Non è più il Sant’Antonio di una volta». «Perché, una volta com’era?», verrebbe da chiedere. Ebbene, credo che tutto sia rapportato alla situazione storica e sociale che si sta vivendo. Continua a leggere