«Cosa ti è rimasto di me, la tua maestra?»

di Anna Caltagirone Antinori

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Anna Caltagirone Antinori con Paola Ciccioli quando “la maestra Antinori”, così i suoi allievi la chiamano e la ricordano, ha insegnato nella scuola elementare della frazione Convento di Urbisaglia, nel Maceratese (foto dall’archivio privato della giornalista che ha inventato e dirige questo blog)

Da bambina il mio gioco preferito era fare la maestra. Ripiegavo più volte un foglio di carta e ritagliavo con le forbici il profilo della sagoma di un pupazzetto e veniva fuori una fila di femminucce con le sottane o maschietti con i pantaloncini, li coloravo e li mettevo seduti in fila su scatole di cartone. Sul tavolino preparavo la mia cattedra: una sveglia, un quaderno per il registro, il calamaio e la penna. Al muro appendevo una lavagnetta che mi era stata regalata e con il gessetto scrivevo i nomi degli alunni. Facevo l’appello e mettevo vicino ad ogni nome chiamato una crocetta o un segno meno, io stessa rispondevo: presente o assente. Scimmiottavo la mia maestra che ammiravo moltissimo e di cui avevo tanta soggezione.

Col passare degli anni mi convinsi sempre di più che ero portata per l’insegnamento. Frequentai l’Istituto magistrale e a 18 anni mi diplomai. Nel 1946 cominciai ad insegnare nelle scuole sussidiate: niente stipendio, a fine anno veniva il Direttore didattico ad esaminare gli alunni. Per ogni promosso il Comune ci assegnava un compenso. Era importante raggranellare punti per andare avanti in graduatoria e dopo 4 anni di sacrifici, ottenni l’incarico annuale che per me voleva dire stipendio mensile e indipendenza.

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Le “Mariegrazie”, quei nostri tesori su due gambe

di Rosalba Griesi

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Mariagrazia Sinibaldi fotografata dal figlio Francesco Cianciotta alla presentazione del suo libro al Palazzo Campana di Osimo (Ancona). Un grazie particolare da parte dell’Associazione Donne della realtà, che ha curato la pubblicazione della raccolta dei post della nostra senior blogger, va a Raimondo Orsetti, presidente della prestigiosa istituzione marchigiana

«È come vivere ancora». Io direi invece: «È come leggere la prima volta». Ho letto il libro e poi riletto e mi è parso, ogni volta, come la prima! In piscina fra l’erba, in auto, durante il tragitto per l’ufficio, nel silenzio della sera… lo porto ancora in borsa, maneggevole, colorato…

Il libro si beve come acqua fresca e leggera di fonte che ti disseta ma ne vuoi ancora. Chissà, forse di Mariagrazie ce ne sono poche, il Signore la benedica e la conservi! Un patrimonio, una ricchezza, come avere un tesoro in cassaforte, un pezzo di storia a due gambe, queste sono le signore “vecchiottine” come lei.

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Grazie a Eddo, il mio “confessore” di computer

di Mariagrazia Sinibaldi

A Eddo, mio pazientissimo e sempre presente maestro

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Mariagrazia Sinibaldi e il suo maestro di computer Eddo Ferrarini, fotografati da Paola Ciccioli giovedì scorso durante “un ripasso” nella Bibilioteca comunale di Cologno Monzese

Avete fatto caso che le cose, le cose meglio riuscite,  sono quelle che arrivano per caso?

E nelle quali, arrivate per caso, ci buttiamo a capofitto senza valutarne le conseguenze?

E il cui ottimo risultato è dato dal fatto che questo giunge assolutamente inaspettato?

Ecco: questo NON è il mio caso!

L’unica cosa casuale è stata il mio sguardo pigramente poggiato su un volantino che diceva: «S’impartiscono lezioni di computer face to face».

Mi trovavo in biblioteca dove ero andata, non per caso, a chiedere un libro non per caso consigliatomi dalla mia amica. E dirò di più: la parola computer non mi aveva punto per niente!

Ma il face to face… questo sì che m’intrigava! Lezioni private, dio mio che bello! Che se non capisco una cosa posso chiedere spiegazioni senza essere presa per scema! Ecco, sì, quasi un confessore! Mi sono iscritta, rapida e sicura.

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Gentile ministra Boschi, lei non è una maestra per l’infanzia (e noi non siamo alunni poco svegli)

di Erica Sai

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La ministra delle riforme costituzionali Maria Elena Boschi compirà 35 anni il 24 gennaio

A volte fare il punto della situazione è necessario: capire come siamo messi, dove siamo posizionati. Non tanto come individui,  piuttosto come  società. Dove viviamo? Come si muovono le cose intorno a noi? A che punto siamo nel teatro del mondo? La spinta a capire, dunque, arriva spontanea e irrefrenabile. Il problema, però, è che l’operazione Achepuntosiamo? mi manda sempre a fuoco il cervello dal nervoso. Tutte le volte mi dico no, basta, non farlo più. (Poi lo rifaccio, va da sé, ma questo è un altro discorso).

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Di nuovo “noi”: un oceano e 37 anni dopo

di Adele Colacino

La mia vita l’ho passata in gran parte attraversando il mare. Tra il nord dell’Italia e il Venezuela.

Due mondi totalmente diversi che non si sono mai veramente amalgamati né nel mio cuore né nella mia testa.

Mi piaceva stare nella mia casa in Venezuela, con mamma e papà e il mio fratellino, ma fu deciso che dovevo stare lontano, in Italia con gli zii e con la nonna, dovevo andare a scuola in Italia e fui impacchettata e spedita, senza poter dire: NO!

Può un pacchetto decidere il suo percorso? Ha due etichette incise nella pelle, una da dove viene e una dove andrà.

Il pacchetto andava e tornava attraverso l’oceano e ogni volta il timbro sulle carte era un segno indelebile impresso nella carne, timbri e timbri, tanti da cancellare sentimenti, fiducia, speranze.

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«Noooo, togliere pomodorini dall’insalata mista». Scene dal mio primo viaggio organizzato in Ungheria

di Adele Colacino

Adele con vista sul Danubio

Adele con vista sul Danubio. Questo è il primo di una serie di suoi racconti di viaggio

Sono sola in casa, giro in tondo senza combinare nulla di utile. Due sere fa ho incontrato Giovanna, molti anni fa siamo state insieme a Cuba per case particulares e paladares.

Ne rimasi segnata a vita come il graffio del vaccino sul braccio alle scuole elementari, mi rimase nella testa e nel respiro un desiderio fortissimo di tornare.

Ogni qualvolta qualcosa mi va storto, mi asciugo l’anima dal pianto pensando: «Tanto, poi vado a Cuba».

Come tutte le volte, anche quella volta al momento di salutarci chiesi a Giovanna: «Ma quando torniamo a Cuba?». Forse era un momento di stanchezza del quotidiano, del tran tran della vita che, a volte, come il latte che esce dal pentolino sul fornello brucia e lascia l’odore antico nell’aria in cucina. Mi rispose: «Guarda, se ci sono occasioni buone, ci andiamo subito».

Tornai a casa, accesi il computer e feci un giro tra i vari motori specializzati in viaggi, poi rammentai quel che mi dice sempre Alejandro, «Conviene venire in primavera, poi con il caldo o l’umido non ce la puoi fare».

Accantonai ancora una volta il progetto. All’improvviso mi venne in mente che giorni addietro avevo rifiutato di partecipare a un tour organizzato per un giro in Ungheria.

Chiamai Giovanna e la trovai ancora a casa. «Giò, andiamo in Ungheria?». «Andiamo in Ungheria», rispose e io chiamai subito il presidente del gruppo organizzatore. Continua a leggere