Ci vediamo in piazza delle filandaie

Com’era mia madre quando lavorava in filanda? Come si vestiva quando affrontava quella salita ripida che portava allo stabilimento? Come si proteggeva dal freddo? Di cosa parlava con le sue amiche? Come raccoglieva i capelli? Quante volte l’hanno umiliata? E anche lei è stata insidiata dal padrone e aggredita dalla sua prepotenza? Mi porto dentro queste domande da che sono al mondo perché in casa mia la parola “filanda” è stata sempre pronunciata: da mia madre, da sua sorella, da nonna, dall’altra zia, da tante e tante donne del paese. Una parola ripetuta a testa alta nonostante l’infinita durezza del lavoro di filare la seta. Che ha dato però a mamma, nonna, zie e loro amiche la consapevolezza di aver fatto tanto e più degli uomini per campare onestamente.

Il brano che segue è tratto dal libro E lee la va in filanda. Donne e bambine al lavoro nei setifici cernuchesi tra ‘800 e ‘900, scritto da Serena Perego e pubblicato dal Comune di Cernusco sul Naviglio, cittadina vicina a Milano dove lunghe file di gelsi continuano a testimoniare quanto fosse importante l’industria serica in questo spicchio di Lombardia. Tanto che una delle sette ex filande è diventata un centro culturale e per accedervi bisogna percorrere via delle filerine. Ecco: quel che desidero è che anche a Urbisaglia, il paese marchigiano in cui sono nata e dove ho raccolto i ricordi delle “mie” filandaie, un angolo possa portare per sempre il nome di quelle bambine, ragazze, giovani madri costrette a tenere per ore e ore le mani nell’acqua bollente per estrarre il filo dal bozzolo. In ricordo di quelle operaie povere e splendenti di orgoglio che scacciavano il dolore pregando ma, soprattutto, cantando.  (Paola Ciccioli)

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Tra le prostitute reiette del Bottonuto

di Paolo Valera*

Bisogna turarsi il naso. È un ambiente di case malfamate. Vi si vende di tutto. È una fogna, una pozzanghera. In certi momenti il vicolo delle Quaglie è un pisciatoio fino in fondo. Vi si guazza come intorno a un orinatoio. Se ne odora la peste. Sovente c’è una ressa di soldati che lascia supporre che ci siano nascoste moltitudini di vergini. Il chiasso che discende dalla casa a destra dà l’idea che gli uomini e le donne siano calcati in amplessi. Facce rosse, facce gramolate, facce bitorzolute, facce andate alla vergogna. I gradini non sono molti. Si sale e si discende con la sigaretta. Le finestre sono sporche, marrone, diffuse su muri più sporchi di loro. Nasi paonazzi

Di sopra, le stanze non adescano. Contengono la mobilia andata in malora o divani che non sono ancora sprofondati nella stoffa sbiadita e si vedono sulle pareti quadri di due o tre lire ciascuno e oleografie che lasciano credere a certa distanza che siano dei capilavori. La ruffiana non lascia irrompere. Essa si contenta di pochi per volta. Nessuno si guarda in faccia passando. Alcuni scompaiono senza andare nel salotto. Il salotto sovente è di gente che fa flanella. È mossa dalle guardie regie, se vi giungono.

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Quasimodo torna in San Simpliciano

Un ritaglio del “Corriere Milanese” sui funerali di Salvatore Quasimodo celebrati nella Basilica di San Simpliciano il 17 giugno 1968. Dall’archivio privato del figlio del poeta, Alessandro Quasimodo

Distorto il battito

della campana di San Simpliciano

si raccoglie sui vetri della mia finestra.

Il suono non ha eco, prende un cerchio

trasparente, mi ricorda il mio nome.

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“Il bosco del mostro felice”

Quarto Paesaggio Milano sta mappando il vero amore dei milanesi nei confronti dei “concittadini vegetali”. Dopo una prima puntata, riuscitissima, dell’iniziativa Racconta il tuo albero, ora sta preparando il “volume 2” dedicato all’autunno e ha invitato gli abitanti dell’area metropolitana a filmare con il cellulare l’albero a cui sono più legati o che vedono più spesso o che sentono minacciato o che si sta illuminando dei colori di stagione…

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Il viaggio in Germania di zia Adina: sola, analfabeta e con il bagaglio dell’amore

di Eliana Ribes

Ma quale forza può sprigionarsi da una donna? Oggi la domanda riguarda Adina Malpiedi, la nostra zia Adina, che ha vissuto a Urbisaglia, nelle Marche, paese dove è nata anche l’autrice del post. Moglie di Virginio Agostinelli e madre delle gemelle Marina e Rosina, questa donna semplice e sorridente, ha sfidano (ma senza saperlo) pregiudizi e consuetudini, per stare accanto alla figlia emigrata che stava per partorire. Ecco la seconda e ultima parte del racconto di Eliana Ribes.

Adina Malpiedi, zia Adina, con le figlie Marina e Rosina (che ringraziamo di tutto cuore per aver fornito a Eliana Ribes questa foto dell’archivio privato)

Zia Adina era una bella donna, alta, robusta, con i capelli neri sempre legati a crocchia dietro la nuca. Da giovane aveva lavorato in filanda, ma da quando questa era stata chiusa non le metteva pensiero alcun genere di fatica. Si prestava anche ad aiutare nonno che faceva il cementista, un mestiere pesante. Me la ricordo con dei manicotti grigi fin sopra il gomito, che si infilava per preservare la pelle dall’irritazione del cemento e per non sporcarsi. Sempre silenziosa e attenta alle indicazioni di nonno che era molto esigente. Facevano tutto a mano, con delle forme di metallo o di legno, anche l’impasto, perché non c’era certo l’impastatrice. Comunque, un’ora prima che ritornasse a casa il marito, zio Virgì, che faceva l’operaio e andava a lavorare in bicicletta (doveva percorrere una quindicina di chilometri), lasciava perdere tutto e gli preparava la cena. Il profumo di quello che cucinava invadeva tutta la casa e mi faceva venire l’acquolina in bocca.Per me, comunque, l’impresa più memorabile è stata quando ha affrontato da sola, senza sapere né leggere né scrivere, il viaggio per la Germania. Continua a leggere

Cuore di zia

di Eliana Ribes

Adina Malpiedi, a sinistra, il giorno del matrimonio delle sue figlie gemelle Rosina e Marina, al braccio – rispettivamente – del padre Virginio e dello zio Umberto. Questa bellissima foto, che Eliana Ribes è andata a scovare nell’archivio della Biblioteca di Urbisaglia (Macerata), accompagna un racconto particolarmente intenso e caro anche alla coordinatrice del blog, Paola Ciccioli

C’è una zia nel cuore di tutte noi? Una donna dolce e forte, protettiva e sapiente, che ci ha “salvato” dalle burrasche dell’infanzia ed educato sentimentalmente ad affrontare la vita? Eliana Ribes ci fa conoscere la sua (la nostra) zia Adina Malpiedi, nata nel 1915 e scomparsa nel 2006, dopo 91 anni di bene sparso a piene mani. Grazie. Questa è la prima parte di un ritratto con tante sfumature. 

Oramai, con la mente, sono sempre alla ricerca di “donne della realtà”. Spero di aver fatto anche questa volta la scelta giusta.

Quando ero piccola, tanti anni fa, vivevo a stretto contatto con una zia che si chiamava Adina. Abitavamo nella stessa casa, divisa in modo tale che lei e la sua famiglia, in affitto, ne occupasse la terza parte e la mia famiglia il resto. Con questa zia la parentela non era stretta, anzi molto lontana, ma questo non aveva alcuna importanza perché la vicinanza sapeva crearla lei.

Era la madre di due ragazze gemelle, Marina e Rosina, più grandi di me di undici anni, le pupille dei suoi occhi, ma zia sapeva voler bene non solo ai figli e nipoti propri, ma anche a quelli degli altri. Era una donna “di cuore” e di grande affetto, con cui circondava tutte le persone a lei care. A me faceva sempre tanti complimenti che mi incoraggiavano e qualche volta mi consolavano. Quando combinavo qualche marachella veniva sempre in mio soccorso, per tirarmi fuori dai guai. Continua a leggere

Una scrittrice e una editrice, intrecci di parole tra due donne che lasciano il segno

di Angela Giannitrapani

La scrittrice Silvana La Spina

La scrittrice Silvana La Spina

Ho assistito all’incontro di due donne fuori dal comune. Ma entrambe sono donne che hanno attraversato la realtà, questo è certo.

Una, scrittrice, ne ha creata una parallela a quella primaria, con i suoi personaggi e intrecci. L’altra, editrice, l’ha trasformata.

Silvana La Spina è nata a Padova da madre veneta e padre siciliano e ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza in provincia di Catania. Nel suo ultimo libro La Continentale, edito da Mondadori, attraversa il terreno accidentato del rapporto conflittuale madre-figlia che si gioca all’interno di un altro conflitto: quello tra Nord e Sud. Ci sarebbe di che inciampare. Ma, durante l’incontro avvenuto alla libreria Milano Libri di via Verdi (giovedì 12 giugno), La Spina ha assicurato che, nonostante l’argomento evochi lacrime e sangue, l’ironia che pervade le pagine sospinge il passo e allevia il peso dell’anima. Da alcun brani che sono stati letti, devo dire che aiuta anche una scrittura lineare, dalle frasi brevi e incisive, come freccette lanciate al centro del bersaglio con mira inappuntabile. Fuori dalle pagine la scrittrice è una affabulatrice vulcanica, ricca dei due rami d’Italia che contiene in sé.

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