Appunti da Scampia: “Basta crederci e trovi un mare di bene”

Testo e foto di Giorgio Antoniazzi

Scampia, benevenuti

Il messaggio in inglese che accoglie i nuovi arrivati, una volta usciti dalla stazione della metro, è questo: BENVENUTI A SCAMPIA. BASTA CREDERCI E TROVI UN MARE DI BENE.

Penso al fatto che il capolinea sia proprio a Scampia, quasi un’indicazione che oltre non si va, che oltre quel degrado, di cui si ha subito un assaggio camminando verso l’uscita, oltre quelle violazioni, oltre quei non diritti… Insomma, quella fermata segna un limite: bisogna rimanere fermi oppure tornare indietro. Peccato però che lì ci viva tanta gente: ci sono donne, uomini e bambini che vorrebbero invece andare avanti.

Ho scritto questi appunti la scorsa estate, un paio di giorni dopo essere tornato dalla mia esperienza di volontariato nel quartiere di Napoli, diventato simbolo di “anormalità”. Ero partito con tre amiche e don Andrea della Caritas di Lodi. Una settimana, dall’8 al 15 agosto 2013, che mi ha suscitato molte emozioni e riflessioni. Le ho volute condividere con Paola, con la quale ho sostenuto l’esame orale di Psicologia delle influenze sociali all’università Bicocca, e assieme alla quale ho apportato qualche limatura ai miei appunti, senza però alternarne l’immediatezza e l’informalità.

Giorgio Antoniazzi, con la maglietta dell'Italia, a Scampia insieme con la  piccola "formazione" della Caritas di Lodi con cui l'estate scorsa è andato a fare l'animatore nel quartiere napoletano

Giorgio Antoniazzi, con la maglietta dell’Italia, a Scampia insieme con la piccola “formazione” della Caritas di Lodi con cui l’estate scorsa è andato a fare l’animatore nel quartiere napoletano

La scritta di benvenuto a Scampia si staglia su uno sfondo che ha come immagine una spiaggia che porta al mare… anche se qui alcuni bambini non lo hanno mai visto, il mare.

Ciò che ho trovato io a Scampia, durante la mia esperienza di volontariato, è stata tanta normalità nascosta da un paesaggio fatiscente, fatto di palazzoni e stradoni. Se non fosse per il cielo cangiante, si potrebbe quasi pensare che le macchine possano schiantarsi da un momento all’altro contro un nuvolone. Tutto a tratti è dello stesso colore, grigio, dalle strade al cielo, tanto da risultare difficile distinguere le une dall’altro.

Ma anche in questo degrado e in questo paesaggio grigio, in fondo Scampia non si allontana molto da una qualsiasi periferia di una qualsiasi città. A dire il vero ho potuto ascoltare parole che hanno testimoniato come, fino a pochi anni fa, il quartiere fosse particolarmente invivibile, anche per la gente che ci ha sempre vissuto. Gente che si è “scocciata” dell’andazzo e comincia ad attivarsi, denunciando le cose che non vanno, segnalandole a una polizia sempre in movimento, appostata, pronta a intervenire.

I nostri interlocutori sono stati una psicologa che si occupa di peer-education (educazione alla pari), un commissario di polizia, un padre gesuita: hanno spiegato la situazione di Scampia da punti di vista differenti ai volontari-animatori presenti sul posto: sia al mio piccolo gruppo Caritas sia ai più numerosi gruppi scout. Erano infatti previsti dei “momenti educativi” che hanno reso l’esperienza una sorta di “gita di istruzione”.

«La droga uccide ma noi non abbiamo fretta»

«La droga uccide lentamente ma noi non andiamo di fretta»

Certo è che il degrado qui ha raggiunto livelli difficilmente immaginabili. Sono rimasto colpito nel vedere appartamenti ben curati, circondati però da ogni tipo di rifiuto. Una tenda scostata alla finestra lasciava intravedere un intonaco recente, mobili altrettanto nuovi e magari un paio di Tv e la xbox, una consolle alternativa alla più nota playstation. Un ragazzo di Scampia ha invitato me e un’altra animatrice a pranzare a casa sua e io ho avuto il permesso anche di giocare alla xbox davanti a uno schermo non proprio piccolo. Una cosa che non mi aspettavo di trovare in mezzo a tanta “devastazione”.

Novità tecnologiche circondate da calcinacci (molto probabilmente insaporiti con del “sano” amianto), immondizia, guano dei piccioni e siringhe dei tossici. I tossicodipendenti li incrociavamo per le scale e sui ballatoi mentre trattavano il prezzo o facevano il palo controllando i movimenti di qualche “collaboratore” e consumavano chissà quale sostanza, contavano le pasticche… tutto questo mentre salutavano e scherzavano con noi animatori.

Ma è proprio lì che c’è gente che – riflettevo – vorrebbe andare avanti, magari anche con dei piccoli gesti, come rassettare con una scopa i pochi gradini che portano all’ingresso della propria casa. È capitato che ci chiedessero di entrare quando andavamo a prendere i bambini o li riaccompagnavamo dopo le nostre attività, offrendoci da bere e invitandoci a fare “come fossimo a casa nostra”, così, per poter scambiare due parole e sapere se i bimbi avessero o meno fatto i bravi. A volte i ragazzini venivano redarguiti davanti a noi, come  se gli adulti volessero farci capire quanto fosse importante la nostra presenza per  concedere loro qualche “ora d’aria” e di gioco. In questo contesto “ora d’aria” e “gioco” sono sinonimi, soprattutto se si pensa che per entrare in alcune abitazioni è necessario farsi aprire due porte-inferriate stile prigione, oltre alla più normale porta d’ingresso.

Scampia, ballatoio

Adolescenti in mezzo a sporcizia e degrado

Allontanarsi un po’ dal solito ambiente, che di per sé non invoglia né a giocare né tanto meno a sorridere, è importante. Non che i bambini non vogliano giocare: al contrario, il desiderio che hanno dentro credo sia un altro esempio di normalità, forse più esuberante ed energicamente violento, presumo a causa dell’ambiente in cui si è costretti a crescere.

Se è vero che anni fa si divertivano a impiccare i cani – come mi è stato raccontato – oggi si limitano a catturare lucertole e a giocare a biglie. Io non l’ho mai fatto in tutti questi miei 25 anni, ma so che lo faceva mio padre mezzo secolo fa. Ho visto i bambini “assaltare” qualche animatrice, particolarmente bella e particolarmente incapace a tener sotto controllo la situazione, e impazzire dietro a un pallone per improvvisare una partita, prendendo a male parole me che facevo l’arbitro e impartivo indicazioni disattese.

Lo stesso vale per le bambine che, come accade di norma, risultano forse più facili da gestire, per quanto tendano pure loro a fare comunella isolandosi dal gruppo di gioco, magari con uno scooby doo o, ancora più semplicemente, con qualche bacca acerba. Si divertono a far saltare le bacche tra le mani e poi le nascondono in quelle dei volontari, me compreso. Che spettacolo l’espressione di sorpresa, gli occhi sgranati e la bocca aperta, di quella bimba che ha sbagliato la parola magica per riaprire la mia mano! Sia per i maschi sia per le femmine, però, è l’altalena il tesoro tanto ambito, anche se capita che i più piccolini non riescano a salirci, e magari nemmeno a scendere o dondolarsi da soli.

Cosa c’è di più normale di un bimbo che chiede di essere spinto o, come dicono loro, “buttato”?

E che dire dei turni di noi volontari per far salire in groppa questi bambini durante il tragitto che facevamo per riportarli a casa? Nulla, se non che è un ulteriore esempio di normalità: anch’io sfruttavo le spalle di mio padre per ritornare a casa dopo una giornata trascorsa al mare! Anzi, forse un’altra cosa a riguardo posso dirla: proprio durante la mia trasformazione “in portantina umana” un piccolo passeggero si è rivolto a me dicendo qualcosa del tipo: «Sai Giorgio che ti voglio bene? Solo a te però». Sono stato un bambino a contatto con gli animatori e sono stato un animatore, ma non ricordo mi sia capitato mai prima qualcosa di simile!

Una emozione unica, alla quale ne affianco un’altra: un ragazzino si arrampica su dei gradoni, gli stessi sui quali il giorno prima aveva inciampato, procurandosi una botta alla gamba che lo aveva portato alle lacrime. Non aveva ascoltato i miei avvertimenti e puntualmente era caduto, battendo la testa, per poi rialzarsi piangendo e urlando straziato: «Giorgio! Giorgio!”».

Scampia, la felicità

«Quando la felicità non la vedi, cercala dentro», un’altra scritta sugli edifici di Scampia

Ecco, questi due fatti a\normali mi fanno pensare, e almeno a tratti credere, che 3-4 soli giorni trascorsi giocando assieme, lontano almeno con la mente dal degrado e con altri coetanei, conosciuti e non, siano serviti a qualcosa. E, magari, abbiano lasciato il segno e addirittura contribuito al cambiamento. Un mitico professore di Psicologia sociale spiegava in Bicocca come il solo intervento, finalizzato a un determinato cambiamento, porti già di per sé un qualche cambiamento collaterale: io lo spero!.

Come se non bastasse, gli animatori che hanno accompagnato i ragazzi al mare il giorno dopo la mia partenza mi hanno riferito che uno dei bambini con cui sono stato più in contatto si guardava attorno chiedendo: “Dov’è Giorgio? Giorgio arriva?”.

Vivendo prima e pensando ora a queste piccole cose, oltre a sorridere arrivo a comprendere con presunzione un particolare significato della parola ANIMAZIONE: chi arriva a Scampia per stare con questi ragazzini effettivamente contribuisce a riattivare, a mettere nuovamente in azione, l’anima e lo spirito (giocosi e non) altrimenti forse destinati al grigiore, la stessa tonalità in cui mi sono sentito avvolto all’arrivo.

Ma il grigio sta lentamente colorandosi, proprio perché alcune delle persone che ho incontrato – bambini, genitori, adolescenti – vogliono cambiare e andare avanti! Ne ho avuto una prova conoscendo dei miei coetanei del quartiere che ci hanno affiancato nelle attività, dimostrando così di avere la consapevolezza che lì qualcosa non funziona e che bisogna agire in prima persona per sistemarla, dando l’esempio. Queste, per me, sono persone normalmente straordinarie: pronte ad aiutarci con il bulletto di turno che attraversava all’improvvisato il campetto di calcio con un quad a tutto gas, ma anche nel farci da guida per le vie di Napoli o nel portarci i cornetti caldi in tarda serata.

Anche questi sono segnali di una normalità non così distante da noi!

Scampia, resistere

Spiega Giorgio, a proposito di questa immagine: «La foto rappresenta il prodotto di uno dei laboratori che si svolgono periodicamente all’interno del Centro Hurtado (http://www.centrohurtado.it/) , che è stato il campo base durante la mia permanenza a Scampia. Qui, infatti, ormai dal 2005 i Gesuiti offrono ai giovani del quartiere la possibilità di radunarsi e di svolgere svariate attività: dal leggere e studiare presso l’adiacente biblioteca, al suonare o dipingere assieme durante le attività artistiche. Il Centro Hurtado accoglie al suo interno anche una piccola sartoria, un’associazione per le attività di animazione e un istituto di formazione professionale: il tutto permette a persone di ogni età di “r-esistere” attivamente in mezzo al disagio».

Pochi parlano di come Scampia stia progressivamente riacquistando colore, di come le persone vivano in mezzo all’immondizia (consapevoli o rassegnate), di come e perché un padre debba e possa crescere 7 figli in quattro pareti d’amianto! Quello che ci viene detto a gran voce, e sbandierato qua e là, si limita alla cronaca nera (altro che grigia!), ai pericoli dai quali stare alla larga, disincentivando il nostro intervento, spaventandoci! Ma, parafrasando parole di non ricordo chi, è proprio «nella passività dei possibili fautori del bene che si annida il male».

Quindi, le informazioni che ci arrivano tramite i mezzi di comunicazione non dovrebbero renderci assuefatti ai luoghi comuni, cosa che troppo spesso accade. Al contrario, dovrebbero incuriosirci, renderci desiderosi di indagare la verità delle cose: non più per sentito dire, ma in prima persona, con i nostri sensi tesi a recepire ogni sfumatura della realtà.

 

ULTIMO AGGIORNAMENTO: 11 AGOSTO 2014

www.lenius.it/scampia-iniziative-culturali

 

 

 

2 Risposte

  1. ho ritrovato l’origine della citazione “Ma, parafrasando parole di non ricordo chi, è proprio «nella passività dei possibili fautori del bene che si annida il male». Si tratta di un aforisma attribuito (rimando a wikipedia http://it.wikiquote.org/wiki/Edmund_Burke) a E.burke, statista inglese secondo cui “perchè il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione”. giusto per la cronaca, ho ritrovato questa citazione nel discorso tenuto pochi giorni fa da Emma Watson all’ONU e riguardante la parità di genere https://www.youtube.com/watch?v=kk7Rmz32OQM

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  2. Bravo, Giorgio! Grazie.

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