Mia madre, Napoli e quel puzzle tutto per sé

di Alba L’Astorina

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Mi sembra di vederla ancora lì, mia madre, china sopra al grande puzzle ispirato al quadro di Monet, intenta a mettere al loro posto i piccoli pezzi per ricomporre l’ombrello, il braccio o il nastro del cappello di Camille e Jean Monet, o una delle migliaia di papaveri del campo attraverso cui i due passeggiano.

Glielo avevo comprato proprio io quel puzzle, in un bookshop di arte, quando vivevo ancora a Napoli. Non avevo aspettato una ricorrenza. Lo avevo preso pensando che sarebbe stato un bel passatempo per tutte le volte in cui, nonostante una famiglia numerosa e una casa sempre piena, avesse trovato un po’ di spazio per sé. O fosse rimasta sola la sera.

Non aveva molti diversivi al di fuori della vita familiare mia madre. E la sua famiglia era quella che lei stessa aveva creato. Le sue tre sorelle, a cui era molto legata, erano sparse per il mondo. Mio padre, che non aveva scelto certo un lavoro comodo, era lontano da casa quasi tutte le sere, compresa la domenica. Anche se avesse voluto, non sarebbe stato facile per lei avere una vita sociale.

Non che mia madre non avesse relazioni. Difficile non averne a Napoli. Ma erano legate alle sue attività “quotidiane”: Lina la portinaia, Valentino il salumiere, la signora “delle banane”, don Salvatore il fruttivendolo. E poi quell’avvicendarsi continuo di conoscenti e amici dei figli, che spesso si fermavano a casa, attratti dalla sua cucina e dal suo senso di accoglienza. Un porto di mare la definiva mia madre la nostra casa. E io andavo fiera di questa famiglia a cui lei non poneva mai confini…

Non sono certa, però, che fosse solo per via di un rimorso o di un senso di colpa per tutte le serate in cui la lasciavamo sola che le avevo regalato quel puzzle. Ho sempre pensato che la mia fosse diversa dalle mamme delle mie amiche, ai miei occhi casalinghe tradizionali per mancanza di fantasia. Ho sempre intuito che mia madre potesse andare oltre quel ruolo cui la sua epoca e la sua condizione sociale l’avevano relegata. Che non avere una vita al di fuori della famiglia fosse una condizione contingente e non una scelta definitiva. Che il suo aver rinunciato al lavoro per seguire meglio la sua famiglia, per lei che aveva cominciato a lavorare quando aveva 9 anni, fosse stato come per una ballerina appendere le scarpette a un chiodo.

Ma soprattutto credo avessi intercettato in qualche modo la necessità di avere uno spazio tutto suo, dove far andare liberamente la mente, dove sgravarsi dalle preoccupazioni quotidiane di una vita fatta di spese, pranzi e bollette. E di attese tra un figlio e l’altro. Uno spazio dove mettere in gioco e dar sfogo ad altre attitudini personali. E sentirsi libera, libera dai ruoli che pure si era scelta e di cui andava fiera.

Per questo credo di averle chiesto di ricostruire quel quadro, che ritrae una donna ed un bambino avanzare tra i campi di papaveri rossi mossi dal vento, in una serie di sequenze che danno l’idea di uno scorrere del tempo e della vita anche al di fuori della tela.

Mi piace pensarla ancora lì, mia madre, immersa dentro al suo puzzle, passeggiare, leggera ed eterna, tra i campi di papaveri di Monet.

Alba, giugno 2013

3 Risposte

  1. cosa dire, splendido spaccato di una vita dedicata a tutti noi, come vorrei somigliarle un pò e come mi piacerebbe correre con lei in quel campo di papaveri

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  2. in questi giorni mia madre avrebbe fatto 85 anni, ho provato a ripostare questo pezzo, a cui sono legata perché è il primo mio contributo per questo blog, e ho ricevuto molte risposte, tra queste ne elenco alcune che mi hanno colpito:
    Alba, 3 righe e già sono in grado di immaginarla tua madre, se per lei l’arte era una passione, sarà fiera di avere una figlia che dipinge con le parole
    Cara Alba,bellissimo e commovente il tuo ricordo. La tua casa e la vostra vita così piena, ricca di contatti sociali autentici ti ha fatto diventare quella che sei.
    Io che ho la mamma chiusa a casa con la gamba rotta faccio i conti con i sensi di colpa: ogni giorno passo da lei “al volo” e quando vado via ho l’impressione che vorrebbe dirmi ancora qualcosa.
    Nulla di importante. Forse solo che le stia più vicina…

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  3. a questo ultimo ho risposto così:
    grazie cara, ma non devi avere sensi di colpa
    mia madre mi ha sempre accettato per quello che ho potuto darle, e anche per quello che non le ho dato
    il suo amore è stato incondizionato
    e sono certa che è così anche la tua bellissima mamma,
    sa che tu vai via perché stai bene, e questa è la cosa più importante

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