«Mia madre Vera e il segreto delle sue Madonne gentili»

di Novella Omodeo Salè*

Milano, 19 marzo 2017. Vera Tiberto Omodeo Salè al braccio di Padre Traian Valdman, parroco della chiesa di via De Amicis, diventata il luogo di culto della comunità ortodossa rumena. Per questa chiesa la scultrice ha realizzato negli Anni ’80, molto silenziosamente, il portale e la via Crucis (la foto è di Pino Montisci, al quale va un grazie speciale per il bellissimo servizio fotografico che ci ha donato)

La mamma si estraniava sempre dai discorsi di politica, che non la coinvolgevano affatto. Lei pensava alle sue faccende, alla spesa, alle cene col papà e i loro amici, e a un certo punto anche alla sua passione per l’arte che per tanti anni aveva per forza di cose dovuto accantonare.

Quando ormai eravamo tutti già al liceo o all’università, la mamma ricominciò a coltivare la sua passione per la scultura. Si iscrisse a un corso serale a Brera e iniziò a dedicarvisi con impegno ammirevole. In altre parole era sempre fuori.

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Quando ad andare a scuola scalzi erano i nostri figli

di Anna Caltagirone Antinori

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Treia (Macerata). È il 1951 e la giovane maestra siciliana Anna Caltagirone ha un incarico annuale nella frazione di San Lorenzo. In questa foto, che proviene dal suo archivio privato, è con la scolaresca di cui fa parte, secondo da destra in prima fila, un bambino che va a scuola scalzo, «per nulla imbarazzato di essere fotografato a piedi nudi». Nel racconto della maestra Anna un risvolto tenerissimo che lega questo scolaro alla propria sorellina

Era il 1951, con incarico di insegnamento annuale fui assegnata alla scuola elementare di San Lorenzo di Treia. È una frazione un po’ scomoda perché comprende molte case di campagna sparse qua e là sulla collina che arriva a lambire la montagna coperta da una fitta pineta. Nella scuola c’erano tutte e cinque le classi divise in due sedi: una nel fabbricato dello spaccio e la mia, appollaiata su un cocuzzolo accanto alla chiesa. La casa era di proprietà della famiglia Ciriaco ed aveva più piani. Il portoncino della scuola dava sulla piazzetta della chiesa. Si entrava in un corridoio, a destra c’era l’aula scolastica, a sinistra il mio appartamento: una camera e una cucina. Al piano di sopra abitava la famiglia del  proprietario con la quale ero in ottimi rapporti.

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«Cosa ti è rimasto di me, la tua maestra?»

di Anna Caltagirone Antinori

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Anna Caltagirone Antinori con Paola Ciccioli quando “la maestra Antinori”, così i suoi allievi la chiamano e la ricordano, ha insegnato nella scuola elementare della frazione Convento di Urbisaglia, nel Maceratese (foto dall’archivio privato della coordinatrice del nostro blog)

Da bambina il mio gioco preferito era fare la maestra. Ripiegavo più volte un foglio di carta e ritagliavo con le forbici il profilo della sagoma di un pupazzetto e veniva fuori una fila di femminucce con le sottane o maschietti con i pantaloncini, li coloravo e li mettevo seduti in fila su scatole di cartone. Sul tavolino preparavo la mia cattedra: una sveglia, un quaderno per registro, il calamaio e la penna. Al muro appendevo una lavagnetta che mi era stata regalata e con il gessetto scrivevo i nomi degli alunni. Facevo l’appello e mettevo vicino ad ogni nome chiamato una crocetta o un segno meno, io stessa rispondevo: presente o assente. Scimmiottavo la mia maestra che ammiravo moltissimo e di cui avevo tanta soggezione.

Col passare degli anni mi convinsi sempre di più che ero portata per l’insegnamento. Frequentai l’Istituto magistrale e a 18 anni mi diplomai. Nel 1946 cominciai ad insegnare nelle scuole sussidiate: niente stipendio, a fine anno veniva il Direttore didattico ad esaminare gli alunni. Per ogni promosso il Comune ci assegnava un compenso. Era importante raggranellare punti per andare avanti in graduatoria e dopo 4 anni di sacrifici, ottenni l’incarico annuale che per me voleva dire stipendio mensile e indipendenza.

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«È così che parla la vera fede»

di Alāʾ al-Aswānī

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«Un muro di Berlino in Marienburger Strasse, nel quartiere Prenzlauer Berg, ospita il sorriso di Giulio Regeni» http://berlinocacioepepemagazine.com/ È passato un anno dalla morte di Giulio Regeni, il giovane ricercatore universitario rapito, torturato e ucciso al Cairo. E ancora la verità è lontana, dopo mesi di depistaggi assurdi in cui dall’Egitto hanno cercato di spacciare la morte violenta dello studente per incidente stradale, pestaggio legato al mondo gay, traffici di droga e all’ultimo un rapimento andato a male» http://www.repubblica.it/

Alle otto di mattina Taha e lo sheikh Shaker salirono sulla metropolitana per Helwan. Avevano trascorso intere giornate immersi in lunghe discussioni durante le quali lo sheikh aveva cercato di convincere Taha a dimenticare ciò che gli era successo e a ricominciare una nuova vita. Ma lui era ancora così indignato e pieno di collera da aver rasentato il suicidio più di una volta. Alla fine, al termine di una violenta discussione, lo sheikh gli aveva urlato: “Ma allora cosa vuoi? Non vuoi studiare, né lavorare, non vuoi vedere nessuno dei tuoi amici e neppure la tua famiglia. Cosa vuoi Taha?”.

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«Quelle che Chopin sull’enciclopedia lo cercano alla lettera S.»

di Michele Di Palma

Mentre Sara legge, il padre continua a mangiare. È davvero di poche parole. Alza gli occhi dal piatto solo per guardare la figlia. Ogni tanto scruta Sara, commentando la lettura con piccoli grugniti e imbarazzanti schiocchi di palato. Poi scrolla la testa, si pulisce la bocca con il tovagliolo di stoffa suo personale, alza le spalle e lo lascia cadere sul tavolo. Si rituffa sul piatto, i gomiti alzati, arrotolando gli spaghetti con l’aiuto di un cucchiaio. Mangia rumorosamente, sbrodolando dappertutto. È proprio una bestia il padre di Sara, è la prima volta che lo vedo mangiare. Lo frequento poco perché quando vengo a studiare da Sara, a casa non ci sta quasi mai. Torna tardi la sera dal lavoro, dice lei. Qualche volta lo incrocio per strada, quando vado in Facoltà. Mi limito a un saluto frettoloso e avanzo il passo. Lui si gonfia tutto, come per darsi importanza e con una mano alzata mi saluta chiamandomi Mariotto, anzi, Mariò, una cosa che non sopporto proprio. Mi dice proprio così: «Uè, Mariò…». Che fastidio. No, non ci ho mai voluto nulla a che spartire con il signor Gianni. Lo conoscevo, diciamo così, solo di riflesso. Ora, purtroppo, lo conosco in pieno. Ma fin da quando ho conosciuto Sara avevo, di questa rozzezza, un presentimento. Forse per il mio antico pregiudizio sui padri delle ragazze che frequento: ne ho sempre avuto una paura fottuta. Sara mi ha fatto capire una volta, tra mezze ammissioni, che suo padre è un tipo brusco, che va d’accordo con pochissime persone e che con lei e la madre non ha un bellissimo rapporto. Quando sta a casa, passa tutto il tempo libero a dipingere chiuso nel suo studio. Però quella volta mi ha anche detto che a suo padre sono simpatico, che quel “Mariotto” è una prova d’affetto. Io non lo so, il padre di Sara mi sembra soltanto un animale.

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Canzone per Rita

di Erica Sai

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L’immagine è tratta dal video di “Canzone” di Lucio Dalla, citata da Erica Sai in questo ricordo familiare di Rita Barozzi, morta tre giorni fa a 102 anni (il brano è contenuto nell’album “Canzoni” del 1996)

Rita è morta. Poco fa, sì. Aveva 102 anni, quasi 103 perché li avrebbe compiuti all’inizio di maggio; il 4 per la precisione, proprio come Lukas (il mio quasi nipotino) che invece ne farà due. Non ero lì, però secondo me è morta come è vissuta: senza “disturbare”.

Rita era una parente dal mio ramo paterno, cugina di mio nonno Valente; il nonno che non ho conosciuto perché è morto troppo presto, troppo anche per mio papà che era solo un bambino. È stata madrina di battesimo di mio papà, per quanto ne so in passato erano stati tenuti abbastanza vivi i rapporti con mia nonna che raccontava qualche episodio. A quei tempi c’era anche Livia, una cugina che ha vissuto tutta la vita con Rita e che molti anni fa ha iniziato ad ammalarsi. Comunque, mia nonna non aveva un gran bel carattere, mal sopportava le pesantezze caratteriali di Livia, e non era una persona molto predisposta a tirare per le lunghe le relazioni di aiuto. È stata mia mamma ad entrare nella dinamica e prestare la sua mano. Con la spesa al supermercato, poi con i medici, con l’assistenza in generale. Da decenni possiamo ormai dire.

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Una vita insieme, tra “Le rose blu” e la “Viola d’inverno”

di Eliana Ribes

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“Le rose blu” è il titolo di una canzone di Roberto Vecchioni contenuta nell’album del 2007 “Di rabbia e di stelle” (immagini da http://angolodellamicizia.forumfree.it/)

Non so quale filo della memoria io abbia seguito per arrivare a parlare, durante le festività natalizie del 2016, di Roberto Vecchioni. Le canzoni di questo cantautore, vicino alla mia sensibilità e al mio modo di essere, hanno accompagnato la mia gioventù e la mia vita di donna sposata e sono sempre risuonate nella mia casa, anche se a lui, sicuramente, preferisco altri.

Nell’agosto del 1991 per la prima volta l’ho sentito dal vivo a San Ginesio, nel campo sportivo, in compagnia di mio fratello e di mia cognata. Avevo un bambino di appena un anno e con mio marito Silvano dovevamo alternarci nelle uscite, soprattutto serali. La notte era calda e stellata e la semplicità dell’ambiente esaltava la bellezza e la profondità delle sue canzoni.

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