La bambina nello studio di Antonietta Raphaël, «la signora che dava del tu al mondo»

di Patrizia Carrano

Dal nuovo libro della scrittrice, giornalista e sceneggiatrice Patrizia Carrano, La bambina che mangiava i comunisti (Vallecchi, 2022), un estratto dall’ultima parte intitolata “Autunno”. Lo pubblichiamo con il consenso dell’autrice, alla quale vanno i nostri complimenti e il nostro grazie. #siscrivedonna

Patrizia Carrano nella sua casa di Roma con l’ultimo degli oltre venti romanzi che ha scritto nel corso della sua brillantissima carriera (foto di Giliola Chisté).

«Tu bravissima a stare molto ferma. Ancora una piccola mezza ora e io finito miei schizzi. Molto bella tua testa disordinata, con capelli vivi, e piccolo naso che punta la luce. Alza lo sguardo verso vetrata…».

Elisabetta non ha mai visto una signora anziana vestita come Antonietta: pantaloni larghi, maglione lungo, un gilet, i capelli legati da un nastro rosso sulla sommità della testa… Quando è venuta ad aprire la porta aveva una crema bianca sul viso, e ha subito detto: «Credevo arrivavi fra mezza ora, un momento che lavo mia faccia…».

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Piccole donne a Botteghe Oscure

di Paola Ciccioli

La bambina che mangiava i comunisti, il nuovo libro di Patrizia Carrano (Vallecchi), esce giovedì 31 marzo 2022.

Ed è un’avventura che si vorrebbe far continuare a lungo fin dalla dedica: «Per Sara. Ricordando con lei sua madre Miriam Mafai e sua nonna Antonietta Raphaël».

-Sara è la giornalista Sara Scalia.

-Miriam Mafai è la scrittrice, resistente, esponente del PCI, parlamentare e giornalista tra le più autorevoli che la stampa italiana abbia mai avuto.

-Antonietta Raphaël è la pittrice e scultrice di origine lituana, moglie di Mario Mafai, madre di Miriam e nonna di Sara.

Ce n’è in abbondanza per costruire – come ha fatto Patrizia Carrano – un originale affresco della Roma anni ’50, tra baracche e appartamenti ai Parioli, Botteghe Oscure e sezioni di periferia, artisti rigorosamente squattrinati, sublimi poeti ai margini, funzionari e giornalisti, “Paese sera” e “L’Unità”. Una favola vera attraversata con occhi vigili da una bambina secca secca e da una madre sempre impegnata e sui tacchi.

Complimenti, cara Patrizia.

Nell’immagine di Palazzo Merulana, “La fuga”, scultura in bronzo di Antonietta Raphaël (1958), Collezione Elena e Claudio Cerasi, che il museo romano ha dedicato ai profughi dell’Ucraina.

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«Coltivare la memoria è un vaccino prezioso contro l’indifferenza»

«Finché io sarò viva, tu, stellina, continuerai a brillare nel cielo. Stai tranquilla, io non morirò. Io sarò sempre con te».

È stato questo dialogo immaginario con una stella a salvare la mente di Liliana Segre nel campo di Auschwitz-Birkenau, dov’era stata deportata all’età di 13 anni con un treno per il trasporto di animali partito il 30 gennaio 1944 dal binario 21, nei sotterranei della stazione Centrale di Milano: lì ora c’è il Memoriale della Shoah, perché «coltivare la memoria è un vaccino prezioso contro l’indifferenza».

La senatrice a vita lo racconta nel libro Fino a quando la mia stella brillerà, scritto insieme con Daniela Palumbo, tra le più apprezzate autrici per l’infanzia e l’adolescenza, che alle ore 10 di venerdì 18 marzo sarà a Urbisaglia per parlarne con le allieve e gli allievi della scuola media.

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Lettera a un bambino appena nato

Sonetto di Paolo Marconi – Illustrazione di Patrizia Melonari

Un giorno ti dirò di questi giorni

che stai vivendo senza averli visti,

per te racconterò di fatti tristi

che avranno perso ormai tutti i contorni.

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“Vedo”

di Fabio Tracogna

Vedo.

Vedo le immagini di quelle Donne. 

Donne che ho conosciuto, che hanno lasciato il loro paese, i loro affetti per cercare un futuro per i loro figli.

Donne che si sono prese cura della mia povera mamma Rosanna, con amore, con affetto, con tenerezza, come se fosse stata la loro mamma.

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#SignoraPresidente, un hashtag subito perché 7 anni passano in fretta

di Iole Natoli

Paola Ciccioli, l’essermi imbattuta occasionalmente nella professoressa Daria de Pretis (vedi post precedente, ndr) mi ha suscitato una riflessione. Quando le proposte per la nuova presidenza della Repubblica erano in fase finale e bollente, tu insistevi nel Gruppo Facebook perché si facessero dei nomi. Tutte noi avevamo qualche difficoltà a reperirne qualcuno che non fosse ricusabile da un qualche partito, perché legato a questa o a quella corrente ideologica.

Personalmente avevo scritto che sarebbe bastato cercare tra le costituzionaliste per trovare una Donna adatta allo scopo. Aver letto che Daria de Pretis non solo è giudice costituzionale e attualmente vicepresidente della Consulta, ma anche docente ordinaria di diritto amministrativo presso l’Università di Trento, mi spinge ad avanzare una proposta in vista dell’elezione futura (anni 7, sigh!).

Premesso che Donne della realtà mi sembra la sigla più adatta allo scopo di trovare donne del nostro tempo che abbiano le competenze necessarie per essere elette alla presidenza, ti suggerirei di istituire una rubrica volta a individuare fin d’ora le personalità femminili che si ritiene siano proponibili, possibilmente al di fuori dei partiti. Partirei dal gruppo delle Costituzionaliste (in Consulta e/o in Università), passando poi eventualmente ad altre tipologie.

Muoversi all’ultimo minuto non serve, perché c’è da guadagnare i consensi di molte parti politiche e questo è un lavoro lungo e non di brevissimo termine.

Se ti va bene, basta formulare una sigla con hashtag, per raccogliere sotto questa voce tutte le indicazioni motivate da una ricerca e non lanciate a caso, e ritrovarle poi per inviare una proposta/manifesto a tutte le forze politiche, quando sarà il caso di coinvolgerle in prossimità della nuova elezione.

Parto dal video qui sotto.

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Cognome materno, Iole Natoli e una svista della Corte Costituzionale

di Paola Ciccioli

Premessa. Venerdì 11 febbraio la giornalista e scrittrice Iole Natoli ha condiviso nel Gruppo Facebook di Donne della realtà un contributo audio della giudice costituzionale Daria de Pretis, nominata il 29 gennaio 2022 vice presidente della Corte Costituzionale dal neo presidente Giuliano Amato (gli altri due vice presidenti sono Silvana Sciarra e Nicolò Zanon).

Il tema del podcast della giurista trentina, che della Consulta fa parte dal 2014, è Il cognome della madre nelle decisioni della Corte dal 1988 al 2021, lo potete ascoltare per intero qui:

Per Iole Natoli il cognome materno è ragione di vita e di costante impegno, a questo tema ha dedicato infatti il suo blog Il COGNOME MATERNO IN ITALIA nei matrimoni e nelle convivenze, fermamente convinta che, ovunque sia in vigore, «il cognome patrilineare è il burqa culturale delle donne».

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“La bambina più sola del mondo”

di Daniela Palumbo*

«Anche io lo amo assai». Mi ha risposto così Daniela Palumbo quando le ho scritto che il suo libro Le valigie di Auschwitz (Edizioni Piemme, 2011) mi ha fatto battere forte forte il cuore. La shoah raccontata dalla parte dell’infanzia, il male assoluto delle leggi razziali e della persecuzione degli ebrei vissuto con la pena di bambine e bambine che, da un giorno all’altro, si vedono espulsi dalla normalità, dagli affetti e dalla vita. Ringrazio Daniela Palumbo per averci dato il consenso per la pubblicazione di questo estratto e ricordo che sul nostro blog abbiamo già parlato del bellissimo Fino a quando la mia stella brillerà, scritto con la senatrice a vita Liliana Segre e uscito alla fine del 2021 in una nuova edizione per Il Battello a Vapore. (Paola Ciccioli)

Scrive Daniela Palumbo nel prologo, descrivendo il campo di sterminio di Auschwitz, diventato un museo: «Nella stanza numero 4 del blocco 5 c’è un lungo vetro che separa il visitatore da migliaia di valigie ammassate l’una sull’altra. Una montagna di borse vuote, tutte diverse: vecchie, rotte, strette, larghe, rattoppate, di cartone, eleganti, di stoffa, di pelle…». L’illustrazione di Clara Battello è tratta dall’edizione 2011 de “Le valigie di Auschwitz” che abbiamo letto grazie alla collaborazione delle Biblioteche di Bellano e di Mandello del Lario (Lecco).

Il giorno dopo Émeline si svegliò tardi. Quando si alzò, trovò la mamma e il papà in cucina. La madre stava cucendo la stella di David sulla giacca di Émeline. Erano silenziosi. Non come la sera prima, quando lei era rientrata di nascosto e li aveva sentiti discutere ancora. Il silenzio fino a poco tempo fa era un perfetto estraneo nella sua casa, ma da un po’ Émeline ci stava facendo l’abitudine.

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Andrea Vitali e il vento di Bellano che scompagina i destini di tre sorelle

di Andrea Vitali

Due pagine, la 174 e la 175, dal nuovo e già amatissimo romanzo di Andrea Vitali, La gita in barchetta, il 36esimo che lo scrittore-dottore ha pubblicato solo con Garzanti. Le proponiamo con il consenso dell’autore, che ringraziamo, mentre immaginiamo di essere all’inizio degli Anni ’60 e di entrare con discrezione in una umile casa di Bellano – il borgo reale e letterario sul lago di Como – dove una vedova e le sue tre figlie cercano di opporsi al vento a volte cattivo della vita. 

Un momento della presentazione del romanzo “La gita in barchetta” che si è tenuta il 20 novembre al Teatro Franco Parenti di Milano nell’ambito di BookCity 2021. Lo scrittore Andrea Vitali, al centro, ascolta con il giornalista Armando Besio una delle cinque canzoni proposte dal duo Angelica De Paoli e Alessandro Balladore, in omaggio alla connotazione fortemente musicale del libro. (Lo scatto è di Paola Ciccioli)

La vedova Cereda invece aveva confidato nel fatto che la permanenza in casa della prima figlia si limitasse a un paio di giorni, massimo tre. Tant’è che la sera di mercoledì, trovandosela ancora sotto gli occhi, seduta a tavola per la cena, le aveva detto: «Ti sei dimenticata di avere una casa?».

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Nel manicomio delle madri con Almudena Grandes

di Almudena Grandes 

Il nostro amico Francesco Pulitanò ci ha dato ieri sera la notizia della morte di Almudena Grandes, segnalandoci un articolo di El País, il quotidiano spagnolo con il quale la scrittrice madrilena collaborava (qui). Lo abbiamo condiviso e commentato insieme con commozione nel Gruppo Facebook di Donne della realtà e oggi, sempe grazie a Francesco, pubblichiamo qui le prime due pagine del libro La madre de Frankenstein (TusQuets Editores 2020, pubblicato in Italia da Guanda con il titolo La figlia ideale).

La storia è ambientata in un clima di bigottismo cattolico durante la dittatura franchista e racconta «l’agonia e la morte di Aurora Rodríguez Carballeira» all’interno del manicomio femminile di Ciempozuelos a Madrid, tra il 1954 e il 1956.

Noi salutiamo e ringraziamo Almudena Grandes con il suo stesso viso, le sue parole, la sua lingua.

Por la mañanas, alguien tocaba el piano.

En el pabellón del Sagrado Corazón, donde se alojaban las señoras pensionistas de primera clase, los pasillos eran de tarima, madera de roble barnizada que brillaba bajo la luz del sol como un estanque de caramelo. Cuando la pisé por la primera vez, apreciando la flotante naturaleza de las tablas que cedían bajo mi peso para crujir antes de recuperar la firmeza, no me di cuenta de que acababa de recuperar una sensación infantil. El suelo de la casa de mi madre, astillado, negruzco, ya no parecía de caramelo. Había pasado mucho tiempo, más del que yo había vivido fuera de España, desde que lo barnizaron por última vez.

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Cristina di Belgiojoso e Aspasia, l’orfana diventata l’allieva prediletta della principessa patriota

di Antonio Scurati

Nelle cinque giornate del marzo 1848 in cui i milanesi erigono barricate per scacciare dalla città gli austriaci, scoppia la passione tra Jacopo e Aspasia, i protagonisti del romanzo di Antonio Scurati Una storia romantica (Bompiani 2007). Un libro tra storia e invenzione ricchissimo di citazioni e rimandi, anche alla contemporaneità, che è stato tra quelli scelti e commentati dal Gruppo di lettura #ioleggomilano della Biblioteca Sicilia del capoluogo lombardo. I molti riferimenti musicali contenuti nel romanzo faranno parte del recital #ioleggoecantomilano che Paola Ciccioli e Luca Bartolommei terranno nella stessa Biblioteca il 17 dicembre 2021 alle ore 17,30.

Sulla sovracopertina del romanzo di Antonio Scurati il dipinto di Francesco Hayez “Il bacio” (1859). La foto è stata scattata da Paola Ciccioli durante una pausa della lettura, favorita dalla presenza dell’amico Gattino.

Aspasia si diresse decisa verso il letto, afferrò la collana e si cinse il collo con quella collana di smalti, avori, oro e farfalle. Poi scambiò uno sguardo d’intesa con la propria immagine riflessa nello specchio: ora era la promessa sposa del conte Morosini, che l’adorava, e non più la figliastra di un fittavolo della Bassa che trattava i servi come schiavi e si faceva riverire dalla moglie e dalle figlie, che lo chiamavano “signore”, non osando dargli del tu o sedere alla sua stessa tavola. Ora viveva a Palazzo Negroni, a Milano, in corso di Porta Orientale 26, e non in una stamberga nelle marcite fuori Locate.

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Gino Strada: «È giusto che ci sia qualcuno qui, è umano»

di Gino Strada

«In questi giorni così dolorosi, il vostro affetto per Gino ci ha fatto sentire meno soli. In tantissimi siete passati da Casa Emergency, ci avete scritto, chiamato, lasciato un messaggio. Grazie. Ora spetta a tutti noi rimboccarci le maniche, portare avanti l’eredità di Gino e imparare a guardare lontano, come faceva lui. Ce la metteremo tutta. Te lo promettiamo, Gino». Con queste parole, Emergency ha iniziato oggi – 24 agosto 2021 – la sua seconda vita dopo la scomparsa del suo fondatore Gino Strada, morto il 13 agosto a Honfleur, in Francia, all’età di 73 anni. Dopo averlo salutato nella sua Casa milanese, ora gli rendiamo omaggio qui con un brano dal suo libro Pappagalli verdi, uscito nella prima edizione Feltrinelli nel 1999, cinque anni dopo la nascita di Life Support for Civilian War Victims, conosciuta in Italia e nel mondo come Emergency.

Milano, via Santa Croce la sera del 21 agosto 2021, poco prima della fine del primo dei tre giorni in cui una vera e propria folla ha sfilato dentro Casa Emergency per salutare Gino Strada. Anche Luca Bartolommei e Paola Ciccioli (autrice dello scatto) hanno reso omaggio al chirurgo di guerra scomparso

Riavvolgo il nastro per la terza volta e la musica riprende. Non mi stancherei mai di stare sdraiato sul letto ad ascoltare Animals dei Pink Floyd.

È per me uno degli album più coinvolgenti e sconvolgenti, quella musica piena di dissonanze, di ritmo che cambia ogni momento, di provocazioni. Ogni volta che mi adatto a quella musica, che comincio a capirla e a goderla, il ritmo cambia all’improvviso, e ricomincia diverso.

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La punteggiatura degli affetti in casa Quasimodo

di Clara Schiavoni

Il 14 giugno 1968 muore a Napoli a causa di una emorragia cerebrale Salvatore Quasimodo, al quale nel 1959 era stato conferito il Premio Nobel per la letteratura. I quotidiani, in sciopero, escono con la notizia due giorni dopo e il Corriere della sera affida il ricordo a Carlo Bo, il critico che ne aveva sostenuto la candidatura a Stoccolma. Questi momenti sono rivissuti dal figlio del poeta, Alessandro Quasimodo, nel libro scritto da Paola Ciccioli: Assolo sul padre, Il teatro della vita, la famiglia dietro il Nobel (Aletti 2019). Ringraziamo la scrittrice Clara Schiavoni per questa sua recensione.

La scrittrice Clara Schiavoni ha ottenuto molti riconoscimenti per i suoi romanzi storici e per i libri rivolti alle bambini e ai bambini. I contenuti che la riguardano sono accessibili su questo blog anche in “Contributi”.

Già sulle rive dello Xanto ritornano i cavalli,

gli uccelli di palude scendono dal cielo,

dalle cime dei monti

si libera azzurra fredda l’acqua e la vite

fiorisce e la verde canna spunta.

Già nelle valli risuonano

canti di primavera.

Inizio con questa traduzione di Quasimodo dal suo Lirici greci perché nella poesia sento un inno alla vita, una speranza colorata di primavera che voglio dedicare alla mia amica Paola, come augurio al suo Assolo sul padre e alle sue opere future.

Paola, in passato, mi aveva raccontato di aver conosciuto Alessandro Quasimodo, del progetto ideato insieme, della documentazione acquisita, del libro che ne sarebbe scaturito e che stava cominciando a lavorarci.  

Grazie alla sua determinazione è riuscita nell’intento regalandoci aspetti della vita del Poeta sconosciuta ai più e, soprattutto, con l’arte della sua parola ci fa entrare nella relazione figlio-padre: un rapportarsi non facile nella vita di Alessandro bambino, adolescente, uomo che si è impigliato nella sua anima senza lasciarlo più se afferma: «(…) credo di essere stato abituato “male” da quel che ho avuto in casa».

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«Mamma mi lasciò la manina e con mia sorella in braccio corse verso quel prete»

di Giulia Berti Lenzi

I ricordi di Giulia tornano di nuovo a Carlazzo, un piccolo paese in provincia di Como, vicinissimo alla Svizzera, dove i suoi genitori si innamorarono e dove l’autrice di questa storia familiare ha vissuto da sfollata durante la guerra: in una casa tutta di donne, con figlie e figli di uomini lontani o per sempre perduti.

Qui la prima parte delle sue memorie: «Nel mese di aprile del 1941 nacqui io!».

Giulia Berti Lenzi con il coniglietto Macchia in una foto che le ha scattato per il blog la nipotina Viviana il 9 aprile scorso, giorno dell’80esimo compleanno della nostra autrice.

Un giorno la zia Maria Pia, la più piccola, diciottenne, scese a piedi fino a Porlezza, sul versante del lago di Lugano , per informarsi dove poter comprare un seggiolone per noi bambine. Al ritorno era stravolta, ansimante per la risalita dal lago e, piangendo, raccontò che nella piazzetta era stata incuriosita da un capannello di persone che assistevano a qualcosa. Avvicinatasi per capire, vide al centro del gruppo due uomini che stavano “tosando” letteralmente tutti i capelli a una ragazza, legata ad una sedia, che urlava e si divincolava. Le spiegarono che i due uomini erano due partigiani che la stavano punendo, in pubblico, per essersi fatta vedere in giro con dei tedeschi.

Restammo sfollate per tutta la durata della guerra. Eravamo tutte donne, ormai in quella grande casa. Di mio padre nessuna notizia! Intanto era nata mia sorella, Anna: era il novembre 1943. Mamma , come tutti allora, con la tessera annonaria poteva avere una volta al mese pochissimi generi di prima necessità, come farina, poco zucchero, pochissimo sale e un po’ di pasta che trovava nell’unico negozietto del paese.

Il sale era un vero problema, finiva presto e non bastava per insaporire le eterne minestrine che lei ci preparava. E allora prendeva il sacchettino di stoffa dove conservava il preziosissimo sale e lo faceva bollire nell’acqua del brodino!

Dopo quel triste episodio al quale aveva assistito la mia giovane zia, la nostra vita continuò da sfollate, fra sacrifici, paure, ma anche tanto affetto e rispetto da parte degli abitanti di Carlazzo che, memori dei tempi d’oro della famiglia Del Bo e di tutti i loro ragazzi, amici di tutti, benvoluti e allegri, circondavano la nonna e le figliole rimaste da tanta amicizia e calore.

Il nonno, malato di un diabete molto grave che allora era difficilissimo curare, fu portato all’ospedale di Como, dove morì, anche di crepacuore quando ebbe la notizia della morte dei suoi due figli in Russia e in Germania. Aveva solo 64 anni. Intanto le sue seterie, affidate ad amministratori incapaci e infedeli, fallirono e passarono di mano ad altri che sfruttarono la situazione tragica dei Del Bo e se ne impossessarono con pochi ridicoli spiccioli.

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«Nel mese di aprile del 1941 nacqui io!»

di Giulia Berti Lenzi

Oggi è un giorno speciale per Giulia Berti Lenzi, oggi la sua vita raggiunge il traguardo degli 80 anni e noi la festeggiamo facendo arrivare nella sua casa di Cosenza il suono delle campane di Carlazzo, bellissima località in provincia di Como, cuore geografico della storia familiare che Giulia sta scrivendo per noi. Mentre nei suoi occhi scorrono le vicende della seconda guerra mondiale e dunque la nostra Storia.

DI GIULIA IN GIULIA

La mia nonna materna si chiamava Giulia, come me. Dovrei dire, più correttamente, io mi chiamo come la mia nonna! Era piccolina, molto carina. Era nata nel 1885. Giovanissima aveva sposato un giovane dell’alta borghesia milanese di allora, fratello direttore di una banca importante e cugino di un ministro della prima Repubblica italiana. Il mio nonno diventò un grosso industriale della seta, il suo cognome ancora oggi è ricordato tra Milano, Como e Torino, sì Torino, dove aveva impiantato una seteria, oltre a quelle di Como. Nonna Giulia Ostinelli Dell’Acqua e nonno Giuseppe Del Bo ebbero 11 figli. Quattro morirono piccoli, ne rimasero sette. La mia mamma, Lisetta, era la seconda.

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