«Una vita degna per tutti i bambini»

di Paola Ciccioli

Inizia tra poco a Bergamo un incontro sui diritti delle bambine e dei bambini, promosso dal Consiglio delle donne del Comune e dalla sede Unicef della bella città lombarda. Noi vogliamo esserci, anche se a distanza, con questo video della grande cantante argentina Mercedes Sosa, che dell’Unicef è stata ambasciatrice. È una vera rarità. 

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Mercedes Sosa, la sua voce per le donne e il nostro giornale di carta

di Paola Ciccioli

Pubblichiamo l’articolo di fondo e l’immagine di apertura del secondo numero del trimestrale cartaceo dell’Associazione Donne della realtà. Arrotolato come fosse una pergamena e tenuto insieme da un bellissimo nastro di raso, questa volta di colore blu, il “foglio” è interamente dedicato alla celebre cantante argentina Mercedes Sosa che, addirittura quasi mezzo secolo fa, ha inciso un disco con otto brani che portano un nome femminile. Uno struggente omaggio, il suo e il nostro, a tutte le mujeres, cioè le donne, che hanno lottato, lavorato e testimoniato il proprio amore per un Paese «ai confini del mondo». Evviva!

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«Perdonami, caro, non mi viene da piangere»

di Paola Ciccioli

Oggi ricordiamo la nascita del drammaturgo americano Arthur Miller (New York, 17 ottobre 1915 – Roxbury, 10 febbraio 2005). Di recente sono stata sollecitata a fare una lettura attenta della sua più celebre opera teatrale: Morte di un commesso viaggiatore (Einaudi, 1979). Ecco le mie riflessioni, mi fa piacere condividerle.

Arthur Miller e Marilyn Monroe in una foto di Richard Avedon datata 8 maggio 1957, poco dopo il loro sofferto matrimonio, durato cinque anni. Nel 2017 è uscito un documentario, “Arthur Miller: Writer”, realizzato da Rebecca Miller, la figlia che il drammaturgo ha avuto dalla fotografa Inge Morath. «Grazie all’uso di interviste improvvisate girate nel corso di diversi anni in ambito familiare, emerge il ritratto di un uomo la cui vita è stata segnata dalla paura del comunismo e dalla morte di Marilyn Monroe» (http://www.filmtv.it/film/147279/arthur-miller-writer/)

«Perdonami, caro, non mi viene da piangere. Chi lo sa perché, non mi viene da piangere. Non capisco».

La morte annunciata nel titolo è avvenuta: il commesso viaggiatore Willy Loman è uscito dalla scena della propria vita e da quella della sua famiglia. Linda, la moglie, ha chiesto di poter rimanere sola e nella difficoltà che ha di lasciarsi andare alle lacrime c’è tutta l’aridità che tiene insieme i protagonisti del dramma di Arthur Miller.

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«E tu ce l’hai un sogno?»

di Antonio Ferrara*

Steve Jobs ( San Francisco, 24 febbraio 1955 – Palo Alto 5 ottobre 2011) ritratto in un momento di vita in famiglia con la moglie Laurene Powell e i tre figli Eve, Erin e Reed  http://www.melablog.it

Stefano Lavori si rifugia in garage per restarsene da solo con l’omonimo in versione americana Steve Jobs, il genio della tecnologia scomparso il 5 ottobre 2011 all’età di 56 anni. L’inventore dell’Ipod, dell’Ipad e del touch screen gli racconta dei suoi genitori adottivi, degli studi irregolari, delle amicizie e dei tradimenti, dell’amore e del cancro. E incita Stefano, insieme con tutti gli adolescenti come lui, ad essere “affamato e folle” (stay hungry, stay foolish), esortazione che il fondatore della Apple rivolse in un celebre discorso agli studenti di Stanford. Ottima lettura, anche per i genitori, che ha però un non trascurabile difetto. Sembra che a sognare in grande debbano essere soltanto i maschi, visto che in questa storia alla sorella di Stefano Lavori è riservato lo stereotipato ruolo di rompiscatole eternamente attaccata al cellulare. (Paola Ciccioli)

– E allora cosa? – dissi, e la voce mi venne fuori come un piccolo grido.
Per via del mio grido Steve diede una capocciata contro il fondo della lavatrice. Fece un tac sordo di zucca dura contro metallo.
Finalmente tirò fuori la testa dalla lavatrice. Si tirò su in piedi massaggiandosi la testa. Prese lo straccio per pulirsi le mani. Non la finiva più di pulirsele., se le puliva e mi guardava, e non parlava.
La lampadina che pendeva dal soffitto gli faceva scintillare gli occhiali.
– È un bel voto, cinque, no? – dissi.
– Ti accontenti, Stefano, ti accontenti – rispose. – Io al tuo posto mi vergognerei.
– Come sarebbe?
– Sarebbe che cinque è un voto da schifo, Stefano, non ti sembra?
Non dissi niente.
Non me l’aspettavo.
– Insomma, ci tieni ad andar bene in matematica o non te ne frega assolutamente niente? Se non te ne frega lascia perdere.
– Ci tengo…
– E allora dacci dentro, no? Cosa aspetti? Io e il mio amico Woz ci tenevamo a diventare quello che
siamo diventati. E io ci tenevo più di lui. Ci davamo dentro, a studiare i microchip e le schede madre. Ci lavoravamo giorno e notte. E poi domenica 29 giugno 1975 Woz schiacciò un tasto e vide che la lettera che schiacciava compariva sullo schermo! E la cosa non era mai successa prima, capisci?
– Quindi cosa hai fatto?
– Cominciai a tempestarlo di domande. Il computer si poteva collegare ad altri? Si poteva aggiungere un disco di memoria? Insomma era nato l’Apple I. Solo che Woz regalava a destra e a sinistra copie dei suoi software, e io non volevo. D’altra parte nessuno aveva tempo di mettersi a progettare da solo dei computer. “Perché non ci mettiamo a progettare computer?” gli proposi. Accettò.
Funzionava proprio così: ogni volta che Woz progettava qualcosa io trovavo il modo di ricavarne un po’ di soldi per tutti e due. Ci sapevo fare, con gli affari. Decidemmo di aprire un’azienda tutta nostra, ma per cominciare ci volevano dei soldi. E così Woz vendette per cinquecento dollari la sua calcolatrice HP e io vendetti per millecinquecento dollari il mio furgone Volkswagen. Adesso
avevamo il capitale per cominciare. Per inseguire il nostro sogno di scienziati e imprenditori.
– Ma, a proposito, Stefano: tu ce l’hai un sogno?

*Tratto da Steve Jobs, “Affamato e folle” di Antonio Ferrara (Raffaello Ragazzi, 2016)

«Sixty is like the blow of a stone»

by Giuseppina Pieragostini*

Sixty is like the blow of a stone. A sort of lapidation with sixty big stones which go straight to the target. In case you’re a lucky woman, a sharp blow with no warning, while you’re thinking that everything is still to happen, love too, maybe. But, I mean, did you ever take a look at yourself?

Susan Sarandon durante la conferenza stampa di presentazione del Premio Kinéo svoltasi all’Hotel Excelsior di Venezia lo scorso 3 settembre. All’attrice americana è stato assegnato il Kinéo International Award. Nata a Jackson  Heights NY il 4 ottobre 1946, compie oggi 71 anni. Congratulations! Susan Sarandon attending a press conference at the Excelsior Hotel, during Venice Film Festival last september. Foto con il cellulare di Luca Bartolommei.

Above all, you walk as if you don’t have anything interesting left between your legs; then your forms, they stick with stubbornness to the most inappropriate areas of your body, so you’ll find those hips gone up to the armpits, to say nothing of the knees, which look more and more like stone-posts, your arms enlarged in the wrong part and your cheeks which thrive at their own convenience.

And it wouldn’t be over, but phenomenology has limits, too.
Pushing and clawing, present women in their fifties, gained a place, if not amorous, a bit winky al least, in the collective imagination and gave rise to an army of new Amazons in their shining armour, which look others right in the face.

You spent that period at a steady pace, showing off your mottled mop as if you got back to being that prepuberal girl with her head full of dreams; while Portia, again and again, my lifetime’s best enemy, never got off her spike heels and was changing, each three days, the shape and colour of her hair.

Approaching the end of the decade, a certain anxiety creeps in; if the colonization of the fifties has moved farther nobody’s land’s boundaries, that feeling keeps spreading itself, unknown and relentless and, unless you luckily die earlier, you must deal with it.
It’s useless to hang on to the last bits of age, dig in your heels on the edge of the abyss; once lost their arrogance, women get into the sixties dazed and disbelieving. Just an instant, and age, which was a grace to hide or show depending on the game, becomes an implacable master.

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«Mi chiamo Mercedes Sosa, sono argentina»

di Rodolfo Braceli*

Mercedes Sosa (San Miguel de Tucumán, 9 luglio 1935 – Buenos Aires, 4 ottobre 2009) in una fotografia degli Anni ’60 scattata da Annemarie Heinrich, fotografa tedesca naturalizzata argentina, morta a Buenos Aires nel 2005,  https://commons.wikimedia.org

Questo estratto della biografia di Mercedes Sosa pubblicata in Italia da Giulio Perrone Editore è stato scelto da Francesco Pulitanò che, per l’Associazione Donne della realtà, sta preparando un omaggio alla cantora sudamericana di cui oggi 4 ottobre ricorre l’ottavo anniversario della scomparsa.

Tutto finisce ed anche il mio esilio che mi sembrava eterno finì. Dopo le dieci e mezza della sera del 18 febbraio 1982, mi trovavo sul palco dell’Opera, a Buenos Aires. Avevo paura, una grande paura di restare afona, come era successo durante il breve soggiorno in famiglia poco tempo prima. Cercai di restare sola nel camerino, di dimenticare quello che succedeva fuori.

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«Così, in un deposito di cianfrusaglie, ho trovato le foto di Vivian Maier»

di John Maloof*

New York, 1954. Così, semplicemente, è intitolata la fotografia scattata da Vivian Maier, esposta fino a domenica 8 ottobre nella Loggia degli Abati di Palazzo Ducale a Genova, all’interno della mostra, promossa da Civita, dal titolo “Una fotografa ritrovata” http://www.mostravivianmaier.it

Nel 2007, mentre lavoravo a un libro sulla storia degli abitanti di Portage Park, una comunità nel Nordest di Chicago, mi sono imbattuto casualmente nell’archivio fotografico di Vivian Maier. La serie di eventi scatenata da questa scoperta ha scombussolato non solo il mondo della street photography ma anche la mia vita. Ciò che è cominciato come una sfida personale ha ben presto suscitato l’interesse del pubblico e mi ha portato negli ultimi tre anni a dedicarmi all’archiviazione e alla conservazione dell’ampia opera della Maier, rimasta sconosciuta per più di mezzo secolo.

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