Zanzarella, la giustiziera degli animali abbandonati

di Pier Didoni

Ilustrazione di Riccardo Mazzoli da “Zanzarella salva Ugo il tartarugo dal fosso puzzolente”, una delle favole musicali che hanno come protagonista la zanzara buona, generosa e sensibile nata dalla fantasia del pittore, musicista e compositore Pier Didoni (Music-Milano) http://ferrarididoni.com/index.php/tag/zanzarella/

Ebbene sì, a Milano le zanzare colpiscono ancora, indifferenti al calendario (novembre!) e alla stagione (autunno!). Sono tenaci, sovrappeso, moleste al di là di ogni umana sopportazione. Non come la “Zanzarella” immaginata da Pier Didoni che, in duo con la pianista Emanuela Ferrari, domani 9 novembre 2017 porta in scena lo spettacolo “Quadri in esposizione” al Circolo familiare di viale Monza 140, a Milano. 

“Ci vuole una bella pulizia a questo punto per il nostro povero Ugo”, disse Zanzarella, che ormai si era dimenticata che a casa c’era una torta che l’aspettava.

E chiamò al raduno tutte le zanzare che passavano di là. “Sentite amiche zanzare, dobbiamo ripulire da testa a zampe questo tartarugo puzzolente, e rimetterlo a nuovo”.

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«Perdonami, caro, non mi viene da piangere»

di Paola Ciccioli

Oggi ricordiamo la nascita del drammaturgo americano Arthur Miller (New York, 17 ottobre 1915 – Roxbury, 10 febbraio 2005). Di recente sono stata sollecitata a fare una lettura attenta della sua più celebre opera teatrale: Morte di un commesso viaggiatore (Einaudi, 1979). Ecco le mie riflessioni, mi fa piacere condividerle.

Arthur Miller e Marilyn Monroe in una foto di Richard Avedon datata 8 maggio 1957, poco dopo il loro sofferto matrimonio, durato cinque anni. Nel 2017 è uscito un documentario, “Arthur Miller: Writer”, realizzato da Rebecca Miller, la figlia che il drammaturgo ha avuto dalla fotografa Inge Morath. «Grazie all’uso di interviste improvvisate girate nel corso di diversi anni in ambito familiare, emerge il ritratto di un uomo la cui vita è stata segnata dalla paura del comunismo e dalla morte di Marilyn Monroe» (http://www.filmtv.it/film/147279/arthur-miller-writer/)

«Perdonami, caro, non mi viene da piangere. Chi lo sa perché, non mi viene da piangere. Non capisco».

La morte annunciata nel titolo è avvenuta: il commesso viaggiatore Willy Loman è uscito dalla scena della propria vita e da quella della sua famiglia. Linda, la moglie, ha chiesto di poter rimanere sola e nella difficoltà che ha di lasciarsi andare alle lacrime c’è tutta l’aridità che tiene insieme i protagonisti del dramma di Arthur Miller.

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A ciascuna il suo Angelo Sterminatore

di Giuseppina Pieragostini*

Un’immagine da “L’angelo sterminatore”, film del 1962 del regista spagnolo Luis Buñuel (https://www.youtube.com/watch?v=F-eRetOy2m8)

Nella preparazione di questo post, Giuseppina Pieragostini chiede via mail a Paola Ciccioli: «Ricordi il film di Buñuel? Mi è sembrata una perfetta metafora della condizione di migliaia di donne che, oggi, dovendo uscire e percorrere il mondo (dopo millenni di custodia domestica), sono preda di ansie e fobie. Questi disturbi sono la prima ragione per cui si va in uno studio di psicologia». 

Mariagiulia la casalinga, come ogni femmina che si rispetti, è dotata di moto apparente.

In realtà asseconda una vocetta dispotica che non sa se collocare nella sua testolina confusa o in qualche angolo recondito della casa e che richiama inspiegabilmente quella di Romeo Indicchia il pavone, suo signore e padrone e per certi versi evoca quella del compianto commendator Puchini suo padre. Quando esci, ricordati di: buttare la spazzatura, di prendere le chiavi altrimenti per rientrare devi disturbare Olghina la figliastra, che potrebbe fare orecchie da mercante, di portare le scarpe della suddetta rampolla dal calzolaio che qualcuno, o qualcosa, deve averne addentato i tacchi, di passare allo studio medico per ritirare le ricette, di prendere i pantaloni di Romeo in lavanderia che se li cerca è meglio che li trovi, di ritirare all’edicola il fumetto western lettura e diletto dell’uomo di casa, di comprare il riso soffiato per il cane al negozio per animali che il supermercato spesso ne è sguarnito e comunque non ha quello con le verdure, di passare a prenotare il parrucchiere per Olga che ne ha perso il numero di telefono, di ritirare la raccomandata all’ufficio postale che tanto è la solita multa per Romeo automobilista temerario, di comprare il mistrà per il medesimo e il polpettone di tacchino al supermercato. Giacché ci sei, prendi un cespo d’insalata fresca da mischiare con quella che hai in frigo, a proposito, non ti scordare il detergente specifico per pulire il frigorifero e due sigarette di filo di due diversi toni di blu che puoi trovare su qualche bancarella per risparmiare.

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«E tu ce l’hai un sogno?»

di Antonio Ferrara*

Steve Jobs ( San Francisco, 24 febbraio 1955 – Palo Alto 5 ottobre 2011) ritratto in un momento di vita in famiglia con la moglie Laurene Powell e i tre figli Eve, Erin e Reed  http://www.melablog.it

Stefano Lavori si rifugia in garage per restarsene da solo con l’omonimo in versione americana Steve Jobs, il genio della tecnologia scomparso il 5 ottobre 2011 all’età di 56 anni. L’inventore dell’Ipod, dell’Ipad e del touch screen gli racconta dei suoi genitori adottivi, degli studi irregolari, delle amicizie e dei tradimenti, dell’amore e del cancro. E incita Stefano, insieme con tutti gli adolescenti come lui, ad essere “affamato e folle” (stay hungry, stay foolish), esortazione che il fondatore della Apple rivolse in un celebre discorso agli studenti di Stanford. Ottima lettura, anche per i genitori, che ha però un non trascurabile difetto. Sembra che a sognare in grande debbano essere soltanto i maschi, visto che in questa storia alla sorella di Stefano Lavori è riservato lo stereotipato ruolo di rompiscatole eternamente attaccata al cellulare. (Paola Ciccioli)

– E allora cosa? – dissi, e la voce mi venne fuori come un piccolo grido.
Per via del mio grido Steve diede una capocciata contro il fondo della lavatrice. Fece un tac sordo di zucca dura contro metallo.
Finalmente tirò fuori la testa dalla lavatrice. Si tirò su in piedi massaggiandosi la testa. Prese lo straccio per pulirsi le mani. Non la finiva più di pulirsele., se le puliva e mi guardava, e non parlava.
La lampadina che pendeva dal soffitto gli faceva scintillare gli occhiali.
– È un bel voto, cinque, no? – dissi.
– Ti accontenti, Stefano, ti accontenti – rispose. – Io al tuo posto mi vergognerei.
– Come sarebbe?
– Sarebbe che cinque è un voto da schifo, Stefano, non ti sembra?
Non dissi niente.
Non me l’aspettavo.
– Insomma, ci tieni ad andar bene in matematica o non te ne frega assolutamente niente? Se non te ne frega lascia perdere.
– Ci tengo…
– E allora dacci dentro, no? Cosa aspetti? Io e il mio amico Woz ci tenevamo a diventare quello che
siamo diventati. E io ci tenevo più di lui. Ci davamo dentro, a studiare i microchip e le schede madre. Ci lavoravamo giorno e notte. E poi domenica 29 giugno 1975 Woz schiacciò un tasto e vide che la lettera che schiacciava compariva sullo schermo! E la cosa non era mai successa prima, capisci?
– Quindi cosa hai fatto?
– Cominciai a tempestarlo di domande. Il computer si poteva collegare ad altri? Si poteva aggiungere un disco di memoria? Insomma era nato l’Apple I. Solo che Woz regalava a destra e a sinistra copie dei suoi software, e io non volevo. D’altra parte nessuno aveva tempo di mettersi a progettare da solo dei computer. “Perché non ci mettiamo a progettare computer?” gli proposi. Accettò.
Funzionava proprio così: ogni volta che Woz progettava qualcosa io trovavo il modo di ricavarne un po’ di soldi per tutti e due. Ci sapevo fare, con gli affari. Decidemmo di aprire un’azienda tutta nostra, ma per cominciare ci volevano dei soldi. E così Woz vendette per cinquecento dollari la sua calcolatrice HP e io vendetti per millecinquecento dollari il mio furgone Volkswagen. Adesso
avevamo il capitale per cominciare. Per inseguire il nostro sogno di scienziati e imprenditori.
– Ma, a proposito, Stefano: tu ce l’hai un sogno?

*Tratto da Steve Jobs, “Affamato e folle” di Antonio Ferrara (Raffaello Ragazzi, 2016)

«Mi chiamo Mercedes Sosa, sono argentina»

di Rodolfo Braceli*

Mercedes Sosa (San Miguel de Tucumán, 9 luglio 1935 – Buenos Aires, 4 ottobre 2009) in una fotografia degli Anni ’60 scattata da Annemarie Heinrich, fotografa tedesca naturalizzata argentina, morta a Buenos Aires nel 2005,  https://commons.wikimedia.org

Questo estratto della biografia di Mercedes Sosa pubblicata in Italia da Giulio Perrone Editore è stato scelto da Francesco Pulitanò che, per l’Associazione Donne della realtà, sta preparando un omaggio alla cantora sudamericana di cui oggi 4 ottobre ricorre l’ottavo anniversario della scomparsa.

Tutto finisce ed anche il mio esilio che mi sembrava eterno finì. Dopo le dieci e mezza della sera del 18 febbraio 1982, mi trovavo sul palco dell’Opera, a Buenos Aires. Avevo paura, una grande paura di restare afona, come era successo durante il breve soggiorno in famiglia poco tempo prima. Cercai di restare sola nel camerino, di dimenticare quello che succedeva fuori.

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“Forse la gente semplice riesce ad amarsi ancora”

di Maria Gabriella Giovannelli*

Il primo “fotogramma” del libro “Istantanee” di Maria Gabriella Giovannelli, di cui pubblichiamo questo estratto, è ambientato a Cracovia, in Polonia. Quale occasione migliore per chiedere a Teresa Koslowska una sua foto per illustrarlo? Ed eccola l’immagine che la nostra cara amica ci ha inviato. Siamo nella Piazza del mercato (“Rynek”), illuminata dalla luce invernale, con la torre dell’orologio e il vecchio mercato coperto (“Sukiennice”) dove attualmente hanno sede la Galleria del Museo nazionale al primo piano e il mercatino coperto al piano terra. Grazie, Teresa, anche per queste dettagliate informazioni

(La madre di Sonia ritratta nell’atto di leggere un messaggio sul cellulare: un volto sorridente, uno sguardo penetrante, sottolineato da lievi occhiaie; ancora con i capelli cortissimi.)

Era inutile continuare a suonare il campanello: in casa non c’era nessuno. Scesa dall’aereo mi ero recata all’indirizzo che Sonia mi aveva comunicato per telefono. Le vie, intorno, erano strette e l’aspetto delle case fatiscente; si percepiva un odore acre proveniente dai seminterrati bui. Dopo aver preso in un bar una fetta di torta ed una tazza di tè, ero tornata davanti all’abitazione di Sonia, decisa a chiedere informazioni su mia figlia ai vicini di casa. Oltrepassato un portone in legno, si accedeva ad un cortile quadrato, contornato da edifici uguali, di color grigio e con i ballatoi in comune. La maggior parte delle finestre erano chiuse dalle imposte; al terzo piano della casa dove viveva Sonia, un infisso di una finestra era aperto per metà. Salii e bussai. Mi venne ad aprire un’anziana signora che mi disse qualche cosa in polacco. “Non capisco.” Mi affrettai a rispondere. “Vengo dall’Italia, I.ta.lia, mia figlia qui.” Dissi mostrando una foto di Sonia, nella speranza che la donna capisse quello che le chiedevo.

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«Un inno all’indipendenza, all’amore, alla libertà e alla giustizia sociale»

di Maria Elena Sini

Seconda e ultima parte dell’originalissimo “reportage poetico-musicale” da Cuba di Maria Elena Sini. In questa foto, la visita in una scuola dove la guida Zaili Lorenzo mostra un pannello sui protagonisti della storia nazionale: José Martí, Ernesto Che Guevara, Fidel Castro…

“Guantanamera” di Hector Angulo, Pete Seeger, José Martí

Yo soy un hombre sincero
de donde crece la palma
y antes de morirme quiero
echar mis versos del alma.
mi verso es de un verde claro
y de un carmín encendido,
mi verso es un ciervo herido,
que busca en el monte amparo.
Cultivo la rosa blanca
en junio como en enero
para el amigo sincero
que me da su mano franca.
Y para el cruel que me arranca
el corazón con que vivo
cardo ni ortiga cultivo:
cultivo la rosa blanca.
Yo sé de un pesar profundo
entre las penas sin nombres:
la esclavitud de los hombres
es la gran pena del mundo.
Con los pobres de la tierra
quiero yo mi suerte echar,
el arroyo de la sierra
me complace más que el mar.

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