I quaderni di Amina

di Fuad Aziz*

Abbiamo scelto questa immagine, tratta dal libro “Sole e Mare” dell’illustratore, poeta e favolista di origini curde Fuad Aziz, per il contenitore del blog dedicato alle bambine e ai bambini: tutti i dettagli in alto nel “Chi siamo”. E non dimentichiamo che «6 milioni di bambini in Siria vivono in condizioni drammatiche. Più di 2 milioni e mezzo sono stati costretti a scappare a causa della guerra che ha devastato il Paese in questi 5 anni» (https://terredeshommes.it/bambini-in-fuga/)

Una bambina in fuga tra la macerie dopo un bombardamento, alla ricerca dei suoi quaderni.

La storia di Amina è stata ispirata da un evento reale ma, quello che accade a lei, accade purtroppo molto spesso in tante altre parti del mondo.

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Canzonette di massa e di governo

di Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto*

Maria Callas durante le vacanze a Ischia nel 1957 (foto dal diario Facebook di Jose Luna). La grande soprano fece il suo debutto in palcoscenico nel 1939 al Teatro Olympia di Atene nel ruolo di Santuzza nella “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni, che prese la tessera del Partito nazionale fascista nel 1932 (http://www.treccani.it/enciclopedia/pietro-mascagni_%28Dizionario-Biografico%29/)

Consapevole di quanto le motivazioni ideologiche e culturali fossero importanti ai fini del consenso, il fascismo dedicò un’attenzione tutta particolare al mondo della cultura e della scuola. La scuola italiana era stata profondamente ristrutturata, già nel 1923, con la riforma Gentile: una riforma, ispirata ai princìpi della pedagogia idealistica, che cercava di accentuare la severità degli studi e sanciva il primato delle discipline umanistiche (considerate come il principale strumento di educazione delle élites dirigenti) su quelle tecniche, relegate a una funzione nettamente subalterna. Una volta consolidatosi, il regime si preoccupò di fascistizzare l’istruzione sia attraverso il controllo dei libri scolastici e l’imposizione, dal 1930, di «testi unici» per le elementari. Nel complesso il corpo docente si adattò senza grosse resistenze alle direttive del regime: anche se la fascistizzazione fu spesso superficiale, dal momento che molti insegnanti, formatisi nel clima culturale di prima della guerra, continuarono a svolgere il loro lavoro come avevano sempre fatto, senza concedere al fascismo nulla più che un’adesione generica.

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Le “nozze sacrileghe” degli emigranti italiani con le donne tedesche

di Richard J. B. Bosworth*

Un’immagine storica: le operaie e gli operai del polverificio Sipe di Spilamberto, in provincia di Modena, scioperano per la pace il 28 luglio 1943 (http://www.allacciatilestorie.it/2017/03/21/eventi-daniel-degli-esposti-marzo-2017) In questo stabilimento, ora dismesso e giustamente meta di trek della memoria, si è verificata durante il fascismo una protesta tutta al femminile: tre donne furono arrestate e poi licenziate, altre diffidate. Contro le operaie venne minacciato l’uso della “mitraglia” (http://www.istitutostorico.com/)

Nel giugno 1940 l’Italia era entrata in guerra senza un piano, lacuna che non fu mai completamente colmata. Ciononostante, ben presto i progetti per un nuovo assetto delle frontiere divennero una questione centrale della riflessione politica. Già il 26 giugno Ciano stilava una lista dei desiderata, che prevedeva l’annessione di Nizza, Tunisi e della Corsica, della Somalia francese e britannica, di Aden, Malta, Iraq e Terra Santa. A tali annessioni doveva sommarsi una sorta di protettorato italiano su alcuni paesi «indipendenti»: Cipro, Egitto, Siria, Libano e il resto della Palestina. L’ipotesi di un eventuale controllo sul Canton Ticino, e i dettagli sulle forniture petrolifere nazionali, aggiungeva umilmente Ciano, potevano essere valutati in un secondo tempo. C’era poi la questione della Iugoslavia, sulla necessaria e urgente liquidazione della quale il «genero» concordava con Hitler. Si calcola che, durante l’occupazione tedesca e italiana, siano morti tra 1,5 e 1,7 milioni di iugoslavi, pari all’11 per cento della popolazione d’anteguerra. Sull’esatta natura dell’infausto accordo si attende ancora un’adeguata analisi storiografica, ma nel 1940 il Führer fu lieto di lasciare all’alleato il dominio dell’Adriatico, pur aggiungendo, con poco tatto, che le forze tedesche non avevano bisogno dell’aiuto italiano per quella che riteneva l’imminente, trionfale invasione del suolo britannico.

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La «razza italiana» trascinata nella fame e nella guerra

di Denis Mack Smith*

Immagine tratta dalla pagina Facebook di Cagnano Varano, «comune italiano di 7.266 abitanti della provincia di Foggia, in Puglia. Fa parte del Parco Nazionale del Gargano». (https://it.wikipedia.org/wiki/Cagnano_Varano) «Durante gli anni del fascismo (1941), nella cittadina ci fu una terribile rivolta portata avanti dalle donne cagnanesi, che, spinte dalla miseria e dalla povertà, si ribellarono contro il potere del podestà, cercando di scacciarlo dal paese». (https://www.laprovinciadifoggia.it/cagnano-varano/storia-cagnano.html)

Gli italiani, sia fascisti che antifascisti, combatterono lealmente in difesa del loro paese. Molti però sentirono fin dall’inizio che la loro era una causa sbagliata, e, a misura che le prospettive di una rapida vittoria andavano svanendo, la guerra diveniva sempre meno popolare. Mussolini fu costretto ad ammettere che aveva scarsa fiducia nella «razza italiana», dal momento che al primo bombardamento in cui fosse andato distrutto un quadro famoso, gli italiani si sarebbero lasciati prendere da una crisi di sentimentalismo artistico e avrebbero gettato la spugna. Giunse persino a dire che gli italiani del 1915 erano migliori di quelli del 1940, anche se un tale riconoscimento non parlasse certo a favore delle realizzazioni del fascismo. Gli italiani erano da lui definiti una razza di pecore. Diciotto anni non erano bastati a trasformarli; ci sarebbero voluti diciotto secoli o più. Il suo tentativo di galvanizzare la popolazione civile e di farle adottare uno stile di vita fascista era evidentemente fallito.

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Il lato cattivo del bello

di Arianna Ghilardotti*

Un carciofo in fiore nella rielaborazione della copertina del libro del flower artist Mario Nobile, realizzata da Ioris Premoli, autore delle bellissime immagini che illustrano il manuale “Fiori del male” (https://www.ibs.it/fiori-del-male-giardinaggio-decadenza-libro-vari/e/9788866483564)

Harry Potter ha sicuramente riportato in auge la botanica diabolica. Per preparare efficaci pozioni magiche, gli aspiranti maghi creati dalla fantasia di J.K.Rowling devono infatti imparare alla perfezione le arcane proprietà e utilizzare con la dovuta cautela ingredienti potenzialmente micidiali. Dai sette volumi della saga si potrebbe ricavare un trattato di erboristeria magica (o meglio erbologia, come la si insegna alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts): vi sono infatti citate numerose piante velenose e misteriose, da quelle più note anche ai profani, come la belladonna, l’aconito o l’artemisia, ad altre decisamente esotiche come l’algabranchia, lo stridiosporo o la starnutaria. Del resto, le piante velenose sono legione. Alcune di queste piante, come la cicuta o la digitale purpurea, hanno una dignità letteraria che le hanno rese famose, ma uno sguardo un po’ più approfondito alla tossicologia vegetale riserverà sicuramente qualche sorpresa inaspettata, rivelando le inquietanti proprietà di piante e fiori molto comuni.

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«Nemmeno sedici anni e monaca per sempre»

di Donatella Cividini*

Virgilio Ripari, Il mese di Maria, olio su tela, 118 x 179 cm, Milano, Galleria d’Arte Moderna. Il dipinto è stato esposto nella Reggia di Monza in occasione della recente mostra sulla Monaca che ha ispirato anche Alessandro Manzoni (http://www.clponline.it/mostre/la-monaca-di-monza)

E il dodicesimo giorno di settembre la postulante suor Virginia era distesa sul pavimento della chiesa e qualcuno stava togliendo il broccato che l’aveva pietosamente coperta a simulare la sua morte terrena. La luce che filtrava dal rosone della chiesa illuminò la figura snella che si tirava in ginocchio, in sincrono con le altre. Il coro delle consorelle si levava su note acute a sottolineare l’acme della cerimonia. Guardavano tutte dritto davanti a sé, ciascuna perduta nel proprio smarrimento.

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Incontro con la «pescatrice di vite perdute»

di Angela Giannitrapani

Due scatti di Angela Giannitrapani sull’incontro con Maria Rosa Cutrufelli, coordinato da Vittoria Longoni, alla Casa delle donne di Milano. A dialogare con la scrittrice anche Laura Lepetit, fondatrice della casa editrice “La Tartaruga”

Avevo diciotto anni ed ero affamata di storie. Ma non di storie qualsiasi.

A quel tempo, verso la fine degli anni Sessanta, noi ragazze si viveva in una specie di vuoto. Ben pochi, allora, erano i libri che si preoccupavano di testimoniare, documentare o addirittura provare la nostra esistenza nella Storia. A un certo punto però, (difficile stabilire esattamente «quando») cominciammo a stufarci di questa faccenda, cioè di non possedere un passato. Anche se, in compenso, proprio la Storia – qualcuno preferiva parlare di Natura – ci aveva rifornito di un bel piedistallo su cui troneggiare: la famosa  «femminilità». Ma qui si apriva una contraddizione. Perché, Storia o Natura, il fatto è che ciascuna di noi, pur essendo in modo incontestabile una singola entità, si trovava poi a far parte di un insieme, una specie di splendido e ancestrale organismo collettivo chiamato appunto «La Donna». Poesie, canzoni, film, romanzi… Chi mai poteva sostenere che quella «Donna» vivesse in un vuoto? Quante, ma quante opere dedicate a Lei, ispirate da Lei, che ragionavano di Lei, che la svelavano a se stessa! Che altro c’era da aggiungere a tutto quel ben di Dio?

Mi sentivo un po’ confusa. Non sapevo che pensare. Però, sicuramente qualcosa non tornava: avevo l’impressione che il mito della «Donna» non corrispondesse affatto alla vita e all’esperienza delle «donne». Pensa e ripensa, giunsi alla conclusione che quel magnifico singolare era in realtà un dono avvelenato, capace di annullare con il suo peso le nostre varie e «plurali» esistenze. E allora, poiché non volevo più vivere immersa in una femminilità senza tempo, senza volto e senza voce propria, cominciai a cercare, nella Storia, le storie. Divenni una «pescatrice di vite perdute». Così scrive Don De Lillo in quella meraviglia di romanzo che è Underworld: «le donne sono pescatrici di vite perdute».[…]Noi, ragazze di fine anni Sessanta, all’improvviso o forse no, in qualche maniera, non so come, diventammo crocerossine di noi stesse. E, di conseguenza, pescatrici di vite perdute.

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