Il mondo com’era nel diario di Luciana Castellina

a cura e con foto di Paola Ciccioli

Certo che i libri ci hanno sostenuto durante la fase più rigida della nostra quarantena: su Facebook e qui sul blog, i due canali che abbiamo usato di più, c’è stato tra noi uno scambio intensissimo. Tra le letture più belle che ho fatto io in queste settimane c’è La scoperta del mondo di Luciana Castellina (Nottetempo 2011), un racconto appassionante basato sulle pagine del diario che la futura dissidente del PCI e tra i fondatori del Manifesto inizia a 14 anni in coincidenza con una data decisiva per la Storia d’Italia: il 25 luglio 1943. Quel pomeriggio, a Riccione, l’adolescente Luciana stava giocando a tennis con Anna Maria Mussolini quando la figlia del dittatore fu portata via dalla guardia del corpo perché il Duce era stato arrestato. Il libro ha accompagnato me e chi ci segue sui social tra i giorni precedenti il 25 aprile e quelli successivi al 1° maggio 2020, due ricorrenze che abbiamo celebrato sentendoci comunque vicine/i sulla sconfinata piazza del web.

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A Pompei le donne non potevano vedere gli affreschi erotici, ma Marguerite Duras violò il divieto

di Demetrio Vittorini

Per “I grandi autori del Novecento”, Demetrio Vittorini parla di “Elio”a LaFilanda di Mendrisio, in Svizzera. Dal suo libro Un padre e un figlio. Biografia famigliare di Elio Vittorini, Paola Ciccioli ha estratto le pagine su un bel viaggio in macchina da Bocca di Magra fino a Paestum, compiuto da Elio e Demetrio Vittorini in compagnia di (tra gli altri) Marguerite Duras, il suo compagno Dionys Mascolo e Sonia Blair, vedova di George Orwell.

L’appuntamento è per domani, domenica 3 novembre, nella biblioteca LaFilanda di Mendrisio (ore 17,30).

In questa foto in cornice sullo scaffale di una libreria sono ritratti i genitori di Demetrio Vittorini: Rosa Quasimodo ed Elio Vittorini, immortalati nel 1929 a Imperia da Salvatore Quasimodo, fratello della signora Rosa. Questo scatto è stato fatto da Paola Ciccioli nella casa di Lugano del professor Vittorini, scrittore e traduttore lui stesso, studi ad Oxford e docente di italiano in varie università del mondo. Il suo “Un padre e un figlio. Biografia famigliare di Elio Vittorini” è stato pubblicato nel 2000 da Salvioni arti grafiche edizioni

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“Augustus”, il padrone del mondo che non scampa al dominio della moglie

di Carla Bielli

E dopo Stoner, la demografa Carla Bielli, anima del gruppo di lettura “Il vizio di leggere” di Roma, recensisce per noi Augustus, «altro dono» dell’autore di culto americano John E. Williams.

Il “Grand Camée de France”, dettaglio con Augusto e Livia, cameo in onice, 23 d. C. circa, Cabinet des Médailles, Parigi, foto di Carole Raddato. Immagine da https://www.classicult.it/destino-augustus-john-williams/

Biografia romanzata (pubblicata in Italia da Fazi nel 2017 nella traduzione di Stefano Tummolini), narrata attraverso lettere di personaggi importanti assemblate con ritmo ben congegnato.  Le testimonianze degli uomini e delle donne che sono stati accanto a Ottaviano, o che sono stati coinvolti dalle sue gesta, costruiscono il narrare con salti temporali azzeccati che non confondono il lettore.

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Le piccole Marche coraggiose alle porte di Roma

di Carla Bielli

Questo libro di Lucia Strappini raccoglie 29 interviste ai protagonisti di un’avventura per molti versi straordinaria, la nascita dei quartieri Castelverde e Villaggio Prenestino, con l’intenzione di documentare il coraggio e la fatica deila comunità di contadini marchigiani emigrati nel 1950 nella capitale (https://www.ibs.it/ai-confini-della-citta-fondazione-libro-lucia-strappini/e/9788872858776)

Una serie di circostanze mi porta a conoscere l’autrice del libro ed anche luoghi e persone qui narrati, dei quali viene data una singolare ed efficace testimonianza. L’autrice è un’amica da sempre, divenuta, per reciproca scelta, una presenza familiare. Da anni vive al Castello di Lunghezza. Il castello è un vero castello medioevale, con relativa cinta di mura, sulla riva dell’Aniene. Si trova in una strada che collega due vie consolari: la Tiburtina e la Collatina. Un’oasi di antichità anche naturalistica, immersa tra brutti agglomerati di case abusive o di costruzione recente a vocazione non propriamente elegante. Ho cominciato a frequentare la zona in un primo tempo per fare visita alla mia amica ed in seguito ho intensificato l’andirivieni, in quanto al Castello di Lunghezza abitano anche mia figlia e il mio nipotino. Dal Castello di Lunghezza occorre spostarsi nei due quartieri Castelverde e Villaggio Prenestino allo scopo di fare spese (sono attivi negozi e supermercati), frequentare scuole (mia figlia insegna alla scuola media), raggiungere il medico di famiglia.

Mettere piede in questi quartieri significa affacciarsi in scenari apprezzabilmente differenti dai quartieri limitrofi. Le case hanno un aspetto semplice e decoroso, i giardini sono ben tenuti, spesso ne fanno parte olivi, alberi da frutta, orti con filari ordinati di coltivazioni, siepi fiorite. Le strade sono decorose, i mucchi di spazzatura non fanno parte degli arredi urbani come accade non lontano da qui. Le strade hanno nomi di paesini e località marchigiane.

Infatti la popolazione fondatrice è di provenienza marchigiana: un insediamento che ha origine nell’estate del 1950. Si trasferirono dalle Marche un gruppo di braccianti, i quali, consorziati in una cooperativa, avevano acquistato una considerevole area dell’agro romano. La motivazione di questi pionieri, nelle Marche lavoratori di terra non propria, era quella di possedere terra e case di abitazione. Ventinove protagonisti di questa avventura sono stati intervistati e queste interviste costituiscono il racconto in prima persona della migrazione, dell’insediamento, dell’evoluzione pratica ed esistenziale del grande cambiamento praticato e vissuto nell’arco di tempo che va dal 1950 (data della migrazione) all’anno,1999-2000 (data dell’intervista), la durata di un’intera vita.

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Eccoci, il nostro vizio è leggere

di Carla Bielli

Vi abbiamo accennato al gruppo “Il vizio di leggere” quando abbiamo iniziato a pubblicare i racconti di Maria Luisa Marolda: la vedete, prima a sinistra, nella seconda fila della “squadra” che si riunisce per amore dei libri ogni martedì pomeriggio nel Centro anziani Montesacro di Roma. E adesso cominciamo a conoscerci meglio grazie a questa presentazione della demografa Carla Bielli (al centro, accovacciata) che per noi ha già recensito tre romanzi che raccontano delle migrazioni negli Stati Uniti. Un saluto e un grazie dalla coordinatrice del blog Paola Ciccioli, arriverderci!

Sono circa 25 (me inclusa) le persone iscritte al Centro anziani Montesacro di Roma.

Ci riuniamo il martedì pomeriggio nei locali del Centro e ci raccontiamo le letture in corso: libri, articoli, poesie, testimonianze scritte della più varia natura. Si parla di più letture nella stessa riunione, infatti coloro che intervengono raccontano qualcosa di quello che stanno leggendo, non ha luogo una lettura collettiva e contemporanea di una stessa opera.

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I fiordi, un gruppo di amiche calabresi e un bergamasco solitario: chi vince?

di Adele Colacino

Sì, viaggiare. Un’Adele Colacino in gran forma (prima da destra) ci racconta questa volta di una crociera con le sue non silenziosissime amiche. Sembrava dovesse finir male e invece… (la suspense è d’obbligo e spiega perché la cronaca di questo viaggio in Norvegia arriva a distanza di mesi…)

«Spenderò tutti i miei soldi in viaggi», dice qualcuno in una chat, ed io approvo e condivido.

Ho sempre avuto l’idea che andare in crociera fosse una cosa da anziani abbastanza agiati e, quando mi hanno proposto “L’incanto dei fiordi”, ho pensato che era troppo per me. Ho detto No.

Ho prenotato una visita nell’isola di Malta.

Poi Rosa mi richiama, «si è liberato un posto ed io sarei sola in cabina, vieni!».

Malta e i Fiordi nello stesso mese, una pazzia.

Se non ora quando?, mi sono detta, e l’ho fatto!

9-18 giugno 2017 – Crociera l’Incanto dei Fiordi – Costa Magica.

“Il meglio dei Fiordi norvegesi in dieci giorni. La lenta navigazione all’interno dei fiordi consente una immersione completa nella natura incontaminata e prorompente che stupisce con cascate, ghiacciai, picchi rocciosi e grandi distese di alberi dal verde intenso, così come le numerose escursioni permettono di svolgere attività all’aria aperta in paesaggi di fiaba”.

Non avevo idea di cosa mettere in valigia, sono diventate due valigie su consiglio delle amiche esperte.

Io vivo nel piede dello Stivale e come sempre occorre già un viaggio per raggiungere il crocicchio di partenza.

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Figlia violata, “Figlia d’oro”

di Maria Luisa Marolda

Una madre e una figlia, Cesira e Rosetta, e l’orrore dello stupro. Ecco i brani dal romanzo “La ciociara” di Alberto Moravia, scelti e commentati per noi da Maria Luisa Marolda, figlia della bellissima Teresita Fantacone, violentata – come centinaia di altre donne – dai “goumiers” del Corpo di spedizione francese durante la seconda guerra mondiale a Esperia, in provincia di Frosinone.

Maria Luisa Marolda è nata ad Ancona ma vive a Roma. Sua figlia, Tessa Canella, è tra gli autori della “Storia mondiale dell’Italia” curata da Andrea Giardina per le Edizioni Laterza

L’episodio dello stupro si svolge nella chiesa del paese di Cesira, dove madre e figlia sono giunte cercando un luogo amico. Lo spettacolo della devastazione della chiesa è, anche per il lettore, una introduzione alla violazione dei corpi e delle anime delle due donne. Ma è sulla giovane ed innocente Rosetta che si percepisce l’acme drammatico della profanazione, come ci arriva attraverso il dolore insanabile della madre.

«Poi udii un urlo acuto, era Rosetta, e allora cercai con tutte le mie forze di liberarmi per correre in aiuto di Rosetta, ma lui mi teneva stretto e io mi dibattei invano perché lui era forte e con tutto che gli puntassi una mano sul mento, spingendogli indietro il viso, sentivo che lui mi trascinava all’indietro, verso un angolo in penombra della chiesa, a destra dell’ingresso. Allora gridai anch’io, con un urlo ancora più acuto di quello di Rosetta e credo che ci mettessi tutta la mia disperazione non soltanto per quello che mi stava succedendo in quel momento ma anche per quello che mi era successo fin allora, dal giorno che avevo lasciato Roma. Ma lui, adesso, mi aveva acchiappato per i capelli, con una forza terribile, come se avesse voluto staccarmi la testa dal collo, e sempre mi spingeva all’indietro così che, alla fine, sentii che cadevo e caddi, infatti, a terra, insieme con lui. Adesso lui mi stava sopra; e io mi dibattevo con le mani e con le gambe; e lui sempre mi teneva fissa la testa a terra contro il pavimento, tirandomi i capelli con una mano; e intanto sentivo che con l’altra andava alla veste e me la tirava su verso la pancia e poi mi andava tra le gambe; e tutto a un tratto gridai di nuovo ma di dolore, perché lui mi aveva acchiappato per il pelo con la stessa forza con la quale mi tirava i capelli per tenermi ferma la testa. Io sentivo che le forze mi mancavano, quasi non potevo respirare; e lui, intanto, mi tirava forte il pelo e mi faceva male; e io, in un lampo, mi ricordai che gli uomini sono molto sensibili in quel posto e allora andai anch’io con la mano al ventre e incontrai la sua; e lui, al contatto della mia mano, credendo forse, chissà, che gli cedessi e volessi aiutarlo a prendere il suo piacere con me, subito allentò la stretta così al pelo come ai capelli, e anche mi sorrise, di un sorriso orribile sopra i denti neri e rotti; e io, invece, stesi la mano di sotto, gli acchiappai i testicoli e glieli strinsi con quanta forza avevo. Lui allora diede un ruggito, mi riacchiappò per i capelli e mi battè la testa, a parte dietro, contro il pavimento con tanta violenza che quasi non provai alcun dolore ma svenni.

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A Mammina e a chi deve affrontare “prove estreme”

Tra le testimonianze più forti e toccanti che abbiamo pubblicato nel nostro blog, c’è senz’altro quella di Mammina, Teresita Fantacone, violentata dai “goumiers” del Corpo di spedizione francese durante la seconda guerra mondiale a Esperia, in provincia di Frosinone. Soltanto in tarda età Mammina ha confidato il suo devastante segreto alla figlia Maria Luisa Marolda, chiamata in famiglia Zezè, che ci ha fatto l’onore di affidarci questo capitolo della storia personale e collettiva:

«Quando io avevo già superato i quarant’anni e lei gli ottanta, in uno di quei dolci discorsi dell’età avanzata più propensi alla confidenza, accertandosi che i nipoti tanto amati non fossero presenti, mi parlò per la prima volta del “fatto dei marocchini”. Non solo lei, ma tutti in famiglia con me avevano taciuto. Ricordo la sua voce decisa che si incrinava, mentre io, allibita, fissavo la sua pelle trasparente che non sembrava scalfita dall’evento oltraggioso subìto».

Di seguito pubblichiamo il commento di Carla Bielli, da sempre amica di Maria Luisa-Zezè. Entrambe animano il gruppo di lettura “Il vizio di leggere” del Centro anziani Monte Sacro di Roma. E proprio a Roma, in una domenica speciale di confidenze, tavola, brindisi, fiori, note e progetti, si è parlato di libri: da scrivere e da commentare… Non perdetevi il prossimo post. (Paola Ciccioli)

Teresita Fantacone, in famiglia “Mammina”, giovane e bellissima in un ritratto che proviene dall’archivio privato della figlia Maria Luisa Marolda

di Carla Bielli

Di questo racconto mi ha colpito soprattutto la forza di questa giovane e bellissima Mammina, unica capobranco della sua famiglia. Figli maschi e una ragazzina adolescenti, affamati e in pericolo costante di essere catturati e schiavizzati, una bambina piccolissima. Signorina di buona famiglia diventa abile a correre e saltellare sui sassi come e più delle contadine. Eppoi la prova estrema, trascinata nei cespugli da dove esce fuori e, stravolta e discinta, trova la forza di dare istruzioni utili al figlio grande: «zitto figlio, zitto». Ma questa forza la trasmetterà alle figlie ritratte bellissime nei giorni dei loro matrimoni, famiglie ricche di figli e nel caso di Zezè, anche di innumerevoli nipotini. Mi sembra che Mammina, nonostante la mortificazione alla sua splendida femminilità, abbia salvaguardato appieno i suoi progetti di donna e di madre e li abbia trasmessi alle proprie figlie. E d’altra parte chissà quante testimonianze di questo tipo potrebbero essere raccolte oggi tra “le madri coraggio” nei campi profughi o tra coloro che stanno fuggendo da morte sicura rischiando una morte molto probabile.

Pippinetta e il capolavoro del dialetto

di Piero Feliciotti

Ci stiamo mettendo in cerchio attorno all’aròla, per usare il vocabolario di Giuseppina Pieragostini, e fare festa al suo “Il Vanto e la Gallanza. Il paese dei contadini raccontato nella lingua dell’origine” (Pentàgora) di cui la scrittrice parlerà a Roma sabato 20 gennaio, alle ore 18, nella Chiesa di Sant’Eligio dei Ferrari. Accolte dal Centro Studi Marche e con la partecipazione dell’Associazione Donne della realtà, racconteranno l’importanza di questo libro Marta Fattori, professoressa emerita di filosofia, e Letizia Carducci, esperta di “contadinanza”. Ma prima di cedere loro la parola, con grandissimo piacere facciamo un passo indietro e “riascoltiamo” la bellissima presentazione fatta a Macerata dallo psicoanalista Piero Feliciotti, membro del Forum italiano del Campo Lacaniano. 

Mario Giacomelli, “Paesaggio”, 1953/1963 (http://www.mariogiacomelli.it/)

È l’epopea dei Pieragostini, “li Sgattù ”, secondo il soprannome di famiglia. Mingu de Sgattò e La Mercanda sua moglie, stavano a li Pippieti con i loro dieci figli. Una famiglia di mezzadri di cui si racconta la vita durissima di fame e de tribulà, tanto precaria che potevano, da un momento all’altro e a piena discrezione del padrone, ricevere “la disdetta” ed essere cacciati dal podere.

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Il vanto, la gallanza e la lingua dell’origine

di Giuseppina Pieragostini

Sabato 20 gennaio Giuseppina Pieragostini, in collaborazione con il Centro Studi Marche e la partecipazione dell’Associazione Donne della realtà, presenta a Roma il suo premiato libro “Il Vanto e la Gallanza. Il paese dei contadini raccontato nella lingua dell’origine” (Pentàgora). L’appuntamento è alle ore 18 nella chiesa di Sant’Eligio dei Ferrari. Eccola la lingua parlata dai contadini del Piceno nel dopoguerra,  “ascoltiamola” direttamente dal primo capitolo, intitolato “La madre”. 

Osvaldo Licini, “Paesaggio marchigiano (Il trogolo)”, 1927 (http://www.archimagazine.com/blicini.htm)

‘Ha fatto l’appusa’ diceva la madre – che poi sarebbe stata la Mercanda – guardando in controluce la bottiglia di vino crudo intorbidata sul fondo e pareva contenta della novità ‘Speriamo che faccia la matre’.

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Il pane, la pasta e la tessera annonaria

di Anna Caltagirone Antinori*

Aspettando di lasciare andar via anche quest’anno, passiamo la parola alla più grande delle nostre autrici che – infiniti auguri – di anni ne ha superati 90. Per il sito www.donnedellarealta.it, in Rete da pochi giorni per presentare i principali progetti dell’Associazione Donne della realtà, una sua foto da ragazza ci fa entrare, con interesse ed emozione, nel capitolo della nostra storia collettiva chiamato “guerra”. Di seguito la prima parte della nuova testimonianza, la signora Anna ce l’ha inviata con il titolo “Per la tessera annonaria”.

Salutiamo Anna Caltagirone con un dipinto (anche lei dipinge…) di Francesco Lojacono, “Veduta di Palermo” (1875). Un omaggio alle sue origini, alla città Capitale italiana della cultura 2018 e a quel mare, giù in fondo, che è sempre nei suoi ricordi (https://www.youtube.com/watch?v=u56-biqBc-E)

Nell’aprile del 1943 avevo 16 anni e frequentavo a Palermo il penultimo anno presso l’istituto magistrale Regina Margherita. A scuola andavo bene e con una buona media dei voti, ogni anno ottenevo come orfana di ferroviere, una borsa di studio dalle Ferrovie dello Stato, che mi permetteva di andare avanti senza difficoltà.

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«Le cose e gli esseri umani diventarono un immenso bottino di guerra per quelle furie scatenate»

di Maria Luisa Marolda

Maria Luisa Marolda, al centro, a La Spezia nel 1956, il giorno del matrimonio della sorella Anna Rosa. Anche questa foto, come quelle pubblicate nella prima parte del racconto, proviene dall’archivio privato della scrittrice romana e ci dà la possibilità di conoscere i volti dei protagonisti di questa sua straordinaria testimonianza. Con lei c’è il padre, il generale Alberto Marolda, in divisa, che le tiene una mano sulla spalla. E c’è naturalmente Teresita Fantacone, in famiglia chiamata Mammina, appoggiata sulla spalla dell’amatissimo consorte. Accovacciato, anche lui in divisa, il fratello Massimo Marolda, autore del testo di memorialistica “Il libro di Esperia”

Una grande famiglia, la seconda guerra mondiale, la “battaglia di Esperia”, i goumiers. E una madre che ha vissuto una lunga vita, nascondendo dentro di sé «il fatto centrale della sua esistenza, forse il più devastante». Di seguito la seconda parte del toccante racconto che Maria Luisa Marolda ci ha affidato con il titolo: Un’altra “livella”: lo stupro di guerra sui monti Aurunci.

Il 30 settembre del ’43, quando l’illusione di sicurezza e l’esultanza per l’armistizio venne meno col primo bombardamento alleato su Esperia, io avevo da poco compiuto un anno. Intanto una autocolonna tedesca aveva già occupato il paese e la popolazione dette il suo primo tributo di morti. Esperia si trovò, fino alla sanguinosa primavera del ’44, schiacciata tra le due forze in campo. Cosa poteva percepire una bambina così piccola di tutto quel frastuono e poi, da allora, del frequente correre, gridare, agitarsi, tenuta in braccio per non perderla di vista da mamma o fratello grande?

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La guerra di Mammina e il suo devastante segreto sui “goumiers”

di Maria Luisa Marolda

Le due magnifiche foto che pubblichiamo provengono dall’archivio privato di Maria Luisa Marolda e ritraggono sua madre Teresita Fantacone, detta “Mammina”, vittima di uno degli episodi più orrendi di cui furono protagonisti i “goumiers” del Corpo di spezione francese durante la seconda guerra mondiale (https://www.youtube.com/watch?v=bO2RoB0quzs)

Un racconto eccezionale, e di eccezionale intensità, che la scrittrice romana Maria Luisa Marolda ci ha amorevolgente affidato con questo titolo: Un’altra “livella”: lo stupro di guerra sui monti Aurunci. Questa è la prima parte.

Mia madre visse una lunga vita. Nacque e morì ad Esperia (in provincia di Frosinone) a 94 anni, e pure lì accadde il fatto centrale della sua esistenza, forse il più devastante, durante quella che viene chiamata “battaglia di Esperia” da chi conosce bene questa fase della seconda guerra mondiale. E se questo può apparire normale in un’esistenza senza grossi cambiamenti, non lo fu per lei, moglie allora di un Tenente colonnello della Regia Marina, che già si era trasferita con la famiglia in varie città portuali: Brindisi, Livorno, Ancona, dove ero nata io, e da dove eravamo venuti via, nella primavera del ’43, con il coinvolgimento dell’Italia nella guerra.

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Teresa Franchini, tutta la forza del teatro

Testimonianza di Alessandro Quasimodo

raccolta da Paola Ciccioli

In questa eccezionale immagine, l’attrice Teresa Franchini è con Tino Carraro sul palcoscenico del Piccolo Teatro di Milano proprio nel “Processo a Gesù” di Diego Fabbri, regia di Orazio Costa, scene di Bruno Colombo, stagione 1954-55, rimasta impressa nella memoria di Alessandro Quasimodo. (Fotografia: Bernardi http://archivio.piccoloteatro.org/)

La grande attrice Teresa Franchini (Rimini, 18 settembre 1877 – Sant’Arcangelo di Romagna 10/8/1972) raccontata da Alessandro Quasimodo.

Teresa Franchini era un “tipetto”, aperta, una donna di una schiettezza assoluta. A volte si rimproverava di non essersi morsa la lingua, invece di dire ciò che pensava e danneggiarsi così da sola. Anche con lei, come con Emma Gramatica, il primo incontro è avvenuto a teatro attraverso l’emozione che è riuscita a trasmettermi dal palcoscenico. È successo al Piccolo di Milano, quando l’ho vista nel Processo a Gesù di Diego Fabbri, con la regia di Orazio Costa. Interpretava la vecchia delle pulizie. E aveva un suo monologo, una parte di pochi minuti rispetto all’intero respiro del lavoro. Però diventava la protagonista indiscussa della scena e del dramma.

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Cicliste all’Isola (con stile vario)

Testo e foto di Luca Bartolommei

Il murales all’uscita della metropolitana che colora la zona del quartiere di fronte al giardino condiviso “Isola Pepe Verde” di Milano dove, il 16 settembre 2017, si terrà “Ero straniero… ora sono milanese”, pomeriggio di cultura meticcia con la musica della Banda Dehors e molto altro (https://allevents.in/milan/ero-straniero-ora-sono-milanese/1814793451881225#)

Ogni canzone milanese deve essere crudele e sbarazzina, recita l’incipit de La “Gagarella” del Biffi Scala, composta dalla coppia simbolo della musica meneghina Giovanni D’Anzi – Alfredo Bracchi, di cui ho parlato ieri. Attraverso un brano, quindi, si possono prendere in giro usi, costumi e personaggi della nostra città con ironia tutta ambrosiana.
Proverò ad adeguarmi all’invito dei due maestri, non scrivendo rime e note ma soltanto un breve testo nato ascoltando, ma anche suonando, questa canzone che tanto mi piace e che mi dà l’opportunità di usare la mia lingua madre, il milanese.

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