Maschi e femmine in viaggio. Dallo sguardo assassino di Bahìa all’amicizia dei giorni nostri

di Francesco Pulitanò

Francesco Pulitanò, Paola Ciccioli e Maria Elena Sini sul Corcovado, Rio de Janeiro 1990 (foto di Saverio Bianchi)

Francesco Pulitanò, Paola Ciccioli e Maria Elena Sini
sul Corcovado, Rio de Janeiro 1990 (foto di Saverio Bianchi)

Brasile, Salvador de Bahìa, Agosto 1990. Due maschi adulti milanesi, qualche anno in meno della quarantina, stanno finendo di parlare con la “reception” di un hotel pluristellato e affollato di turisti. Quand’ecco che, giusto lì accanto, fanno la loro repentina comparsa due giovani donne, qualche anno in più della trentina, che, scambiandosi rapidamente poche parole, rivelano senza ombra di dubbio la loro natura di compatriote Continua a leggere

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I libri: la mia fuga e il mio cammino (con Lele al seguito)

di Paola Ciccioli

Giovane donna in viaggio, disegno di Maria Elena Sini (1996 circa)

Giovane donna in viaggio, disegno di Maria Elena Sini (1996 circa)

Cara Maria Elena,

è tardi e fa un caldo tutto milanese, cioè impastato di asfalto e zanzare. Ho appena sorriso alla tua analisi sul mio leggere autistico – sì, un po’ autistico forse lo è – e mi è venuta voglia di risponderti ora, subito.

Dovremmo scindere i due temi: viaggi e libri. Che, come sai bene, sono gli alimenti di cui mi nutro da sempre. Dal mio punto di vista, supportato peraltro da sguardi esperti, sono gli “altri” a essere sempre e incomprensibilmente in anticipo Continua a leggere

«Quando Paola inalbera il libro»

Paola Ciccioli in isolamento da lettura, anni '80 (foto di Sandro Stacchietti)

Paola Ciccioli in isolamento da lettura, anni ’80 (foto di Sandro Stacchietti)

di Maria Elena Sini 

Conosco Paola Ciccioli da circa 35 anni, come lei ha recentemente ricordato, ho vissuto con lei e ho viaggiato con lei e so che sicuramente non ama stare in branco.

Nei viaggi preferisce fare le sue scoperte autonomamente, con i suoi modi e con i suoi tempi. Soprattutto con i suoi tempi: nessuno, se vuole conservare la sua amicizia, deve alterare i suoi ritmi di colazione, sigaretta, aperitivo… Continua a leggere

«Salute a te ragazza dal non picciol naso»

di Catullo*

La ragazza dal non picciol naso nell’illustrazione di Gabriele Mucchi

La ragazza dal non picciol naso nell’illustrazione di Gabriele Mucchi

Salute a te ragazza dal non picciol naso,

non bello il piede, non gli occhietti neri,

non lunghe le dita e asciutte le labbra,

né retta né granché elegante la parola,

tu, del Bancarottier di Formia amica.

Ma che, in provincia passi per graziosa?

Ti mettono alla pari con la nostra Lesbia!

Oh secolo ignorante e insulso! Continua a leggere

La pittrice che smacchiava le lenzuola al sole

Monologo teatrale di Paola Ciccioli

Eleonora Ciccioli, detta Maria, nella fornace Cecchi di Colmurano

Eleonora Ciccioli, detta Maria, nella fornace Cecchi di Colmurano

Non capisco perché vi interessiate a me: io sono niente, la mia vita non ha conosciuto clamori o, come si usa tanto dire adesso, successi. Sono stata una donna povera, una donna qualsiasi. Non ho fatto niente di speciale, ho soltanto e sempre seguito il flusso di quello che mi era stato detto essere buono. E io, quand’ero giovane, l’ho accettato come buono. Anche se ogni tanto, lo confesso, avevo in testa un’idea diversa del buono, del bello, del giusto e dell’ingiusto. Adesso sono una povera vecchia, dopo essere stata per tutta la vita soltanto una povera. Ma ho indossato sempre la miseria (così la chiamavo io) come fosse un titolo onorifico.

Me ne andavo in giro fiera nel mio povero vestito, lo sguardo mai abbassato per la colpa di essere povera. Perché io sono nata in un tempo tanto lontano quando essere poveri era normale. Tutti lo erano. E se potevamo concederci il lusso di un pezzo di legna in più per un minuto di calore in più, ci sentivamo ricchi e temevamo che gli altri ci guardassero con invidia. Bisognava stare attenti a non mostrare segni di “agiatezza”. Io, per esempio. Vi ho mai raccontato…, certo che l’ho fatto.

Maria Ciccioli

Maria Ciccioli

Per la verità, lo confesso, quello che sto per dirvi l’ho ripetuto talmente tante volte nel corso dei miei anni che qualcuno, quand’ero più giovane, mi prendeva perfino un po’ in giro. O sbuffava pensando che non me ne accorgessi. Adesso che sono così vecchia – ma, per favore, chiamatemi anziana che mi piace di più – nessuno si permette di sbuffare o ridere alle mie spalle. Io dico quello che mi pare e mi diverto a pensare che chi mi ascolta sta lì zitto e muto in ossequio ai miei capelli grigi. È la mia rivincita.

Per tanto tempo ho desiderato che qualcuno sprecasse un po’ delle sue giornate con me, lasciandomi l’illusione di interessarsi davvero ai miei ricordi, che potevano uscire dalla mia bocca per ore e ore e riguardare, uno a uno, tutti gli abitanti di questo paese dove sono nata e dove aspetto di morire. Di ognuno saprei disegnarvi l’albero genealogico, elencarvi le tare di famiglia, le colpe degli antenati e, perché no, gli sgarbi commessi a me o a qualcuno che porta il mio stesso cognome. Un cognome che ho sempre, anche questo come il mio titolo di povera, indossato con fierezza, orgoglio, senso di appartenenza. Ma ho perso il filo. Cos’è che vi stavo raccontando? Ah, sì, adesso ricordo. Io ricordo tutto, è la mia condanna. Mi fanno un po’ pena quelli che dimenticano, quelli pronti a liberarsi del passato. Il mio passato è tutto quello che ho: ci mancherebbe che perdessi anche quello.

Ma davvero siete interessati a me? Cos’ho io di speciale? Anche da ragazza, non sono mai stata bella. Vedete queste mani? Queste mie mani larghe e piene di nodi sono il segno della mia fatica. Ho faticato tanto, tanto, tanto. Ho faticato più di un uomo, ero talmente forte che nessuno si stupiva a vedermi competere con i muscoli degli uomini, con le loro spavalderie.

Per tutta la mia giovinezza mi sono alzata che era ancora notte, ho pedalato per chilometri e chilometri quando la fatica di lavorare richiedeva la fatica ulteriore di sciogliere i muscoli per ore prima di arrivare al lavoro. Se ripenso alla mia giovinezza davvero non so spiegarmi dove ho potuto trovare tutta quella forza. Non ero neppure tanto religiosa, dunque non potrei dire che è stato Dio a guidarmi. Andavo in chiesa, sì, come tutti. Ai miei tempi per una donna non andare a messa era come dichiarare pubblicamente una

L’autentica di una foto con la firma del sindaco Guido Forconi

L’autentica di una foto con la firma del sindaco Guido Forconi

privata dissolutezza. Io ci andavo, dicevo le preghiere, come tutti (anzi, come tutte, perché gli uomini rimanevano sempre sulla porta della chiesa e loro potevano anche non seguire la liturgia, mettersi in ginocchio…). Anche al camposanto, quando andavo a piangere davanti alle immagini dei miei genitori, mi concentravo più sull’accostamento dei colori dei fiori che portavo, sempre freschi, sulla loro tomba piuttosto che prestare attenzione a quanto andavo ripetendo nelle litanie ed eterni riposi.

Una volta una signora, una signora vera, una istruita, che era venuta a casa mia perché voleva comprare i mobili della mia famiglia (ma io mica glieli ho veduti), questa signora una volta mi ha detto che io ero un’artista. Un’artista? E di che? Quella signora mi disse che se fossi nata in una famiglia ricca, anziché imparare a rammendare così bene, avrei imparato a dipingere e che di certo sarei diventata una pittrice famosa. Una pittrice io…, che non mi ricordo nemmeno quand’è stata la prima e forse ultima volta che ho tenuto in un mano una matita.

Il fatto è che a me non è mai piaciuto sprecare le cose, buttare via, correre subito a comprare qualcosa di nuovo, di più moderno. Adesso non ho più le forze, ma prima… Prima, è vero, ero capace di fare di tre lisi strofinacci da cucina un nuovo strofinaccio da cucina. Mettevo insieme i pezzi, sapevo usare la macchina da cucire, potevo rifinire con l’uncinetto, oppure ricamare con la lana… E poi mi piaceva tanto tenere tutto pulito, tutto ordinato. Soltanto io sapevo districarmi dentro i miei cassetti, i miei armadi, sugli scaffali, dove sistemavo, seguendo un ordine decrescente di grandezza, le tazze da latte, da tè, da caffè, con i piattini dietro, appoggiati alla parete della credenza, che aveva i vetri sempre perfettamente trasparenti.

Ho vissuto così la mia vita, a faticare e pulire. Ma sapevo anche coltivare fiori, crescere galline, preparare conserve per l’inverno, smacchiare le lenzuola al sole dell’estate. Ero sempre indaffarata, non avevo mai un minuto da sprecare. Ma tutte le donne erano come me, ai miei tempi. Solo che io sono voluta rimanere com’ero. Dicevano che ero antica, che dovevo modernizzarmi. E a me invece le cose moderne non sono mai piaciute. Ho pure buttato il televisore dalla finestra (ma forse quella volta c’erano altri motivi).

Io adesso me ne sto qui, zitta e sola. Mi chiedo perché state qui ad ascoltarmi. Da tanto tempo le donne come me non ci sono più. Mi toccava diventare così vecchia per vedere qualcuno interessato alla mia vita. Non ho fatto niente di speciale. Sono stata una povera donna, una donna povera. I miei genitori mi avevano dato un nome bellissimo e io, siccome mi sembrava troppo speciale, me ne sono data uno più semplice, un nome comune, un nome che si può anche dimenticare: Maria.

Seattle, 1 gennaio 1997

(A zia Maria, con tanto amore e tanta gratitudine)

Paola

AGGIORNATO IL 31 MAGGIO 2018

«Insomma, fu il gran miracolo della pioggia!»

di Paola Chiavari Pignataro*

Urbisaglia: processione in via Buccolini, 28 aprile 1982

Urbisaglia: processione in via Buccolini, 28 aprile 1982

All’Abbadia di Fiastra Terza PETRINI ci riserva una piccola sorpresa: conosce la canzone di Pacì de lu steru! Ma perché l’ha sentita cantare tante volte da suo padre e direttamente anche da Pacì, quando passava a casa loro, con un gran cesto sotto il braccio… Quello che conosciamo; ma la canzone? Eccola! Terza comincia a canticchiarla: Il 28 d’aprile successe un gran miracolo… e qui, ahimé!, si ferma anche lei. Sicuramente questo sarà stato il verso più facile, ma possibile che insistendo…? Prova e riprova; infine rinuncia e conclude: insomma, che fu un gran miracolo, fu un gran miracolo! Continua a leggere