10 giugno 1940, ore 17. La sorella di Claretta disse: «Finalmente la guerra»

di Miriam Mafai

10 giugno 1940

Roma, 10 giugno 1940: «Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’impero e del regno d’Albania! Ascoltate!»

La prima a conoscere le parole esatte con cui l’avvenimento sarebbe stato annunciato fu Myriam, la sorella più piccola di Claretta Petacci, l’amante del Duce. Mussolini telefonò alla Camilluccia poco dopo le quattro del pomeriggio del 10 giugno, ma Claretta era uscita con la mamma e così rispose la «cognatina». Fu lei a raccogliere l’indiscrezione. Si limitò a sussurrare nel microfono, con la voce adolescente emozionata: «Finalmente».

Finalmente. Da settimane cortei di giovani percorrevano le strade gridando allegri: «Tunisi, Nizza, Gibuti». Da settimane per la strada, nei salotti, al cinema, in ufficio non si parlava che di questo: del giorno in cui finalmente l’Italia sarebbe entrata in guerra. Alla festa di battesimo dell’ultima nata del ministro Adelchi Serena, una bambina – il quarto figlio -, non si parlava d’altro. Il mercoledì precedente al cinema Quirinetta era stato proiettato, in serata di gala, un documentario tedesco sulla conquista della Polonia. Il pubblico, molto selezionato ed elegante, aveva applaudito a lungo e, tra gli applausi, ci si interrogava: quando, finalmente, sarebbe toccato anche a noi? Da poco erano state riaperte, per la stagione estiva, le Acque Albule di Tivoli: anche lì, sotto la cascatella della piscina grande o stesi al sole sull’erba, non ci si chiedeva che questo: quale sarebbe stato il giorno preciso in cui Lui, il Duce, avrebbe preso la decisone. Non stava aspettando un po’ troppo, dopotutto?

Claretta e Miriam Petacci

Claretta e Miriam Petacci

(…) Era lunedì 10 giugno. L’estate si annunciava calda. Proprio in previsione dell’inizio del conflitto, la chiusura delle scuole era stata anticipata al 31 maggio. Gli esami di fine d’anno erano stati sostituiti con gli scrutini. Trascorse la mattinata in camera sua, ripassando la grammatica greca. Dal giardino saliva il profumo del pittosporo in fiore e del glicine.

Silvia era una ragazza di Genova, ebrea. Le leggi razziali in vigore da un paio d’anni le vietavano di frequentare la scuola pubblica. Aveva finito il ginnasio in una scuola privata e doveva dare gli esami per l’ammissione al liceo. Viveva in una grande villa vicino al mare, con la madre e una sorella. Il padre non era ebreo e quindi era stato richiamato alle armi. L’esame nel pomeriggio andò bene; alle cinque Silvia, anziché tornare a casa, comperò un gelato e si avviò verso piazza De Ferrari per ascoltare il discorso del Duce.

Zita era una ragazza di Cavriago, provincia di Reggio Emilia. Tutte le ragazze di Cavriago, appena potevano, partivano per la monda. Guadagnavano 14 lire e un chilo di riso al giorno e la domenica avevano diritto a cento grammi di carne dentro il brodo. Quella mattina la «capa» entrò in tutte le baracche delle mondine e avvertì che il pomeriggio avrebbero smesso il lavoro un’ora prima. «Ci portarono a Scarampa per ascoltare il discorso del Duce: sapemmo così che l’Italia entrava in guerra contro la Francia».

«Ma l’amore no, l’amore non si può/disperdere nel vento con le rose…»: a Roma, Carla canticchiava davanti allo specchio cercando di dare ai capelli la piega voluta. Schiacciava le onde con un ferro che riscaldava pazientemente sul gas di cucina. Il bambino dormiva nel letto matrimoniale in disordine. Bisognava preparare il pranzo e poi la camicia nera e i gambali per Augusto, che in quelle occasioni sembrava tutto eccitato.

Nella viveva a Parigi. Era una ragazza testarda, tenace. Dell’Italia e di Torino in particolare, dov’era nata, ricordava solo ciò che le avevano raccontato la madre e il padre, operai comunisti emigrati in Francia dopo le leggi speciali. «A Parigi c’era il panico nell’attesa dell’arrivo dei tedeschi… Vedevamo passare soldati disarmati feriti affamati sbandati terrorizzati, senza guida. Partimmo anche noi, all’ultimo momento, a piedi, intruppati in una colonna di fuggiaschi, un misto di esercito sbandato, civili terrorizzati, camion dello Stato che trasportavano archivi e documenti…».

Assunta era la moglie di un impiegato della Terni; viveva a Montorio, una trentina di chilometri da Teramo verso la montagna, dove si stava impiantando una nuova centrale idroelettrica. «Eravamo un gruppo di giovani spose, eravamo contente, tutto il giorno lavoravamo in casa, preparavamo dei bei pranzetti, ricamavamo, e poi la sera andavamo tutte assieme incontro ai mariti che uscivano dall’ufficio alle cinque. Così facemmo anche quel giorno. Me lo disse mio marito che era scoppiata la guerra. E rimanemmo tutte zitte. Non sapevamo che dire. No, la guerra noi non ce l’aspettavamo affatto».

Le mondine

Le mondine

Giulia aveva diciannove anni, tutti passati in campagna, nel grossetano. Figlia di mezzadri, aveva studiato soltanto fino alla quarta elementare. Era una ragazza curiosa: non amava né la campagna né la casa né la famiglia. Era una ragazza ribelle: non voleva lavorare la terra e voleva fare la sarta. Intanto la sera andava in giro a portare il latte. «Seppi dell’entrata in guerra dell’Italia alla stazione, da un ferroviere che ne parlava con alcuni operai».

A San Demetrio dei Vestini, provincia dell’Aquila, la giornata era luminosa. era un paese quieto. Da qualche anno erano stati relegati lì due confinati: Cesira e il marito Berto che, per sopravvivere e vincere la noia, avevano imparato il mestiere di conciatori di pelli. Lei, Cesira, di professione maestra, dava qualche lezione ai bambini del paese. «Il 10 giugno l’aria, trasparente, fu rotta dalla tromba acuta del banditore. E fu tutto un affacciarsi alle finestre, sulle scalette esterne e sugli usci. Un vocio sommesso. In lontananza, all’inizio della strada maestra, il suono della banda e urla selvagge dei giovani fascisti…».

Clotilde tornava a Napoli da Avellino. Aveva un marito ricco, intelligente e apprensivo, che pretendeva di sapere per certo che la guerra sarebbe scoppiata presto e che Napoli sarebbe stata bombardata. Così Clotilde, quel 10 giugno, era andata ad Avellino, da amici, per cercare una casa dove eventualmente trasferirsi. «Sono arrivata a Napoli verso le cinque e l’aspetto attorno alla Circumvesuviana mi ha allarmato. Tutti i negozi chiusi, capannelli di gente in silenzio sotto finestre e balconi, di dove si sentiva venir fuori la voce delle radio. Un calzolaio, con una scarpa in mano e il grembiule arrotolato sui fianchi, mi ha sorpassato correndo e mi ha gridato: “Fate ampresso, chillo adesso parla”. Ho cominciato a correre anch’io, ma mi si piegavano le ginocchia».

PaneNero

*Pagine, quelle a me più care, da un libro straordinariamente bello e importante. Con poche immagini, Miriam Mafai racconta il momento della discesa in guerra dell’Italia attraverso i gesti di ogni giorno delle donne: da quelle complici del regime fascista, alle ebree, alle esuli, alle più anonime ragazze di campagna, alle mondine, alle giovani spose… Tutte tenute insieme da quel “pane nero”, alimento e simbolo di una lunga stagione di lutti, miseria e sacrifici, di cui tante di noi hanno sentito parlare da madri e nonne. 

“Pane nero. Donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale”: prima edizione Mondadori, 1987.  Nel 2012 è uscita anche un’edizione non corredata da immagini, distribuita in occasione dell’8 marzo con il quotidiano “La Repubblica”.  È quella che ho io. (Paola Ciccioli)

Una Risposta

  1. Il 10 giugno del 1940, a Roma un ragazzo, che faceva l’ultimo anno di università e che che frequentava gli ambienti antifascisti clandestini, ascoltava alla radio la dichiarazione di guerra in diretta, insieme a un amico e collega. E smadonnava, perché sapevano tutti e due con sarebbe andata a finire. Gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra, come la volta precedente, e avrebbe buttato sulla bilancia la sua potenza industriale, che avrebbe finito per schiacciare la Germania. Il fascismo si sarebbe suicidato, ma a costo di lacrime e sangue per l’Italia. Quella stessa mattina, a Roma, una ragazza pensava che il fratello preferito sarebbe partito un’altra volta per fare la guerra. Poi il ragazzo si laureò e fu chiamato alle armi, allora cercò il numero di telefono della ragazza che aveva conosciuto tre anni prima a una festa da ballo. E mannaggia lei accettò di dargli un appuntamento 😄

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