Argentini d’Italia, «In questo sfondo infinito siamo…»

di Paola Ciccioli

Una domenica mattina, domenica 6 aprile, va il Cd di Ivano Fossati. Ma la canzone che si impone, e vuole essere ascoltata e riascoltata, è una soltanto: “Italiani d’Argentina”. «Ecco, ci siamo. Ci sentite da lì…».

Vado a cercare il video su Youtube e trovo immagini in bianco e nero di partenze, valigie, vecchi e poveri cappelli, uomini ammassati su bastimenti verso l’avvenire, bambini dagli occhi spauriti.

«In questo sfondo infinito siamo…».

Voglio condividere, nel significato più praticato di questi tempi. E allora posto il video e la canzone sulla mia pagina Facebook, digitando anche cinque nomi, che si illuminano di blu per il contatto telematico sul social network: Francesco Pulitanò, Alejandro Librace, Francesca Capelli, Alberico Capitani, Liliana Severini. 

Francesco è più amico che mai. L’Argentina, gli esuli, le montagne della sua Mendoza sono il collante dei nostri incontri. Alejandro ne è diventato una specie di gran cerimoniere perché con i film che ci propone il sabato sera a Medionauta, il circolo di via Confalonieri nel quartiere Isola di Milano, dà la stura a tutta la sapienza di Francesco in fatto di storia sudamericana e lingua spagnola nelle sue varie pronunce e variazioni sul tema.

Anche Marco veniva a vedere i film argentini a Medionauta, con noi. L’ultimo è stato “Memoria del Saqueo” di Pino Solanas. Aveva tante cose da raccontare, di quel tanto che aveva visto, Marco. In America latina e ovunque. Ma al cinema argentino, con noi, non verrà più. Anche se gli piaceva tanto.

Francesca in Argentina ci vive, ci lavora, scrive, studia, incontra, balla, impara. Cresce.

E anche Alberico ci vive, in Patagonia. E’ stato il parroco di Urbisaglia, dove io sono nata, e ha battezzato la mia prima pronipotina, Emma. Mescolando l’italiano con quell’accento spagnolo assorbito nella Parroquia Sagrada Familia di Puerto Madryn dove, mi ha scritto, «nei mesi di luglio e agosto abbiamo le balene e poi da novembre ad aprile i pinguini. Saludos y hasta pronto».

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«In questo sfondo infinito siamo…».

Liliana, invece, in Argentina ci è nata e dall’Argentina se n’è dovuta andare. Dopo aver ascoltato il mio pensiero in musica, mi ha mandato questo messaggio:

Liliana Severini (foto dal profilo Facebook)

Liliana Severini (foto dal profilo Facebook)

«Cara Paola mi hai fatto venire il magone stamattina.

Un magone dolce e nostalgico.

I miei bisnonni furono i primi della mia famiglia ad andare in Argentina alla fine dell’ ‘800.

Alcuni dei miei prozii rimasero e c’è una grande famiglia da parte di mia mamma.

Mio nonno andava ogni anno ai primi del ‘900 per il raccolto del frumento ma rimase in Italia con uno dei suoi fratelli… passando per l’Africa prima della guerra e in Germania dopo.

I miei genitori ci andarono con un fratello di mio padre nel ’48. Io sono nata nel ’50 a Natale. Essendo l’Anno Santo ebbi un dono dal Papa e da Evita.

Guardando quelle navi piene di allora penso ai miei. Anche quando si andava in Italia la partenza era angosciante per noi bambini che stavamo bene e non avevamo vissuto quel periodo.

La nave che si allontanava tubando quel suono cupo profondo e ripetuto mentre la banda suonava “Funiculì Funiculà” ci faceva piangere come vitelli.

Comunque nelle traversate che ho fatto io mi sono divertita alla grande, coi figli di una nave piena di ebrei che andavano a popolare Israele dall’Est europeo.

Non dovremmo dimenticare che siamo stati immigranti anche noi per sfuggire guerre e miseria.

A Ellis Island anche noi siamo stati trattati come bestiame. Hanno fatto addirittura uno studio per accertarsi se fossimo negroidi. Eravamo solo miserabili e disperati.

Perciò perdo le staffe quando sento da italiani “apprezzamenti” nei confronti di quelli che oggi vengono da noi per starci, ma spesso anche di passaggio.

Un bacio».

(Liliana Severini)

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