Che il santo protegga (da politici e petrolieri) i riti e la bellezza della Basilicata

Testo, foto e ricerca immagini di Rosalba Griesi*

Rosalba, pallone

Una mongolfiera con il nome del santo tra nuvole

Il mio paese si chiama Palazzo San Gervasio. Palazzo perché il principe Manfredi, figlio di Federico II, lo Stupor Mundi, fece costruire il maniero fra i nostri boschi, su di un morbido colle. Ed era qui che sostava per riprendersi dai suoi malori che poi lo condussero alla morte in giovane età. Gervasio, poiché qui furono rinvenute le statue dei santi martiri milanesi, Gervasio e Protasio.

Anche quest’anno la festa di Sant’Antonio ha riportato quell’aria allegra e colorata in paese.

Le luci dell’illuminazione, le bancarelle, i fuochi d’artificio, la banda, la processione, l’orchestra che ha intonato le “arie” rossiniane del Barbiere di Siviglia… l’odore dei gigli, candidi più che mai. Persino la kermesse di eventi creativi locali di arte varia sono stati davvero interessanti, e hanno aggiunto ai festeggiamenti l’interesse sociale e culturale della nostra terra.

Dagli anziani si sente dire: «Non è più il Sant’Antonio di una volta». «Perché, una volta com’era?», verrebbe da chiedere. Ebbene, credo che tutto sia rapportato alla situazione storica e sociale che si sta vivendo.

Rosalba, santo in processione

In questa immagine, che fa parte dell’archivio privato di Rosalba, sono le donne a portare in spalla la statua del santo patrono

Nell’epoca della società contadina è ovvio che si aspettasse la festa per ritrovarsi tutti in piazza e interrompere i lavori dei campi. E’ ovvio che si aspettasse quel giorno per indossare il vestito nuovo, le scarpe nuove e «tirar fuori la camicia della festa», come diceva nonna Peppa.

Oggi la festa del Santo patrono c’è ancora ed è quel che conta. I nostalgici, gli emigrati, magari fanno anche una capatina in paese per rivivere quell’atmosfera ormai perduta nelle città, ed è piacere e gioia. Allora perché dire che non è più quella di una volta! Forse perché ogni cosa passata si muta in ricordo e nei ricordi, è risaputo, ci si rifugia.

Ad esempio nei miei ricordi di bambina c’erano gli ambulanti che rimanevano in paese per sei o sette giorni a vendere la propria merce: abbigliamento, stoffe, scarpe, utensili per la casa. C’erano le giostre, quelle lente e non mozzafiato come il luna park attuale. C’era il primo gelato da assaggiare per esprimere un desiderio. C’era il gran pranzo con coniglio ripieno e la controra da osservare devotamente.

Rosalba, Madonnaro

L’immagine di un santo dipinta di recente da un artista sulla strada di un paese vicino a Palazzo San Gervasio

La processione era accompagnata da bambini, suore, donne e devote scalze che reggevano il grande cero tra le braccia.

Tuttavia, in un particolare ricordo mi cullo, ed è quello dei madonnari. Puntualmente arrivavano la sera della vigilia, col loro sacco di gessetti e attrezzi in spalla, si fermavano in piazza, pavimentata all’epoca in pietra bianca e levigata: “I’ chiangh”, e chini, cominciavano a dipingere Madonne e Santi.

Ma chi sono i Madonnari? Il Web spiega che sono «valenti artisti che con abilità trasformano una porzione di suolo in un piccolo capolavoro dell’arte. Non importa se su una strada, un selciato, asfalto o cemento, con gesti sapienti e con l’aiuto di comuni gessetti colorati ripropongono le opere dei migliori artisti. Dunque riproduttori spettacolari di immagini sacre, e in particolare di immagini della Madonna, per una catechesi pittorica del culto cattolico».

Eredi dei pittori di icone bizantine, i primi Madonnari nascono nel tardo Medioevo, artisti poveri ma di grande talento, che con materiali effimeri e con colori ricavati sul posto, sfruttando e manipolando terre e pigmenti naturali senza collante, riproducono in maniera eccezionale immagini sacre di artisti famosi, prodotte inizialmente per la vista esclusiva di pochi ricchi committenti e delle loro corti.

Rosalba, la folla

La processione ai primi del ‘900, le donne indossano i costumi tradizionali

«Il Madonnaro quindi esplica la sua arte lavorando all’aperto sui sagrati delle chiese, vaga di città in città come un nomade, viene considerato un accattone perché costretto a vivere dell’obolo dei passanti. La catechesi del madonnaro si innesta soprattutto nel culto mariano. Disegnare Madonne per terra e vivere del denaro che questo lavoro riesce a procurare, li accomuna per un certo senso ai cantastorie».

I madonnari sono autori quasi anonimi di una città senza terra, immutati nel tempo. Questo, forse, l’aspetto che li rendeva ai miei occhi interessanti: artisti di strada, dunque.

Io ero lì tutto il tempo a osservarli, immobile, mentre mia madre, preoccupata della lunga assenza, mi cercava. Rapita da quella maestria di colori e da quelle Madonne dipinte che sembrava parlassero, pensavo: «Speriamo che non piova».

 

Rosalba, luminarie

L'”illuminazione”: Rosalba tiene a precisare che, dalle sue parti, il termine “luminarie” si usa soltanto per le luci natalizie

* Il paese di Rosalba,  Palazzo San Gervasio, è un centro «di 6.719 abitanti in provincia di Potenza, in Basilicata», informa Wikipedia. Una regione bellissima, la Basilicata, con tradizioni e paesaggi integri, che lei “celebra” nelle sue poesie e nelle immagini che offre ai propri amici di Facebook. Quando ci siamo sentite per la pubblicazione di questa testimonianza, nella voce di Rosalba le emozioni legate ai riti dell’infanzia si sono mescolate a sentimenti di tutt’altro registro. Visto che questa terra, in genere quasi invisibile alle cronache, si è purtroppo dovuta conquistare l’attenzione dei media quando a Scanzano Jonico – vicino alla meraviglia di Matera – è stato localizzato il sito nazionale per le scorie nucleari. E, come se non bastasse, aggiunge Rosalba, «adesso stanno estraendo il petrolio nella Val d’Agri. La gente è dovuta scappare da lì, non si poteva neppure respirare. Tutto questo porta soldi ai petrolieri e maggiore povertà a noi». (p.c.)

 

 

2 Risposte

  1. Per un problema tecnico, non riesco a condividere questo articolo di Rosalba Griesi su Facebook. Mercoledì, infatti, mentre lo stavo “passando”, ho per errore dato il comando “pubblica” e così chi riceve gli aggiornamenti via mail lo ha letto in bozza e non ancora definitivamente impaginato e approvato. Il sistema ha memorizzato la bozza e (al momento) non c’è verso di fargli capire che è questa la versione da condividere. Me ne scuso con tutti, a cominciare da Rosalba.

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  2. Scuse accettate…sono i misteri del telematico, capita…:-)

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