«Non toccate i morti, così rossi, così gonfi»

di Salvatore Quasimodo*

MILANO, AGOSTO 1943

Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
È morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.

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«E con occhi che si aprivano dopo un sogno vide tutta la bellezza intorno a sé»

di Judith C. E. Belinfante*

Una tempera dall’opera “Vita? o Teatro?” di Charlotte Salomon, in mostra al Palazzo Reale di Milano fino al 25 giugno 2017. Collection Jewish Historical Museum, Amsterdam © Charlotte Salomon Foundation Charlotte Salomon®

La giovane artista Charlotte Salomon decise di dipingere la storia della sua vita durante una difficile crisi esistenziale. Nel 1939, all’età di 21 anni, fuggì da Berlino e trovò rifugio presso i nonni materni nel sud della Francia. In meno di due anni, fra il 1940 e il 1942, produsse un’incredibile serie di immagini, costruite con un disegno possente e colori di forte espressività. Mise insieme oltre milletrecento fra tempere, veline, annotazioni musicali, varianti pittoriche e altre prove, creando una sintesi delle arti con elementi appartenenti alla pittura, alla letteratura, alla musica, al teatro, al cinema e al fumetto. Charlotte Salomon concepì Leben? oder Theater? (Vita? o Teatro?) come un Singspiel (ossia un dramma con musica) suddiviso in tre parti, con un prologo, una parte principale e un finale. I personaggi dell’opera sono suoi familiari e amici, ai quali vengono dati nomi immaginari, tanto che la stessa autrice vi compare nelle vesti di Charlotte Kann. Charlotte Salomon interpretò quindi la sua storia biografica fondendo realtà e finzione.

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Anche la fantasia dei bambini fa un tuffo ne “La mer”

di Luca Bartolommei

Uno dei disegni degli alunni di Annalena Manca, insegnante della scuola primaria “Falcone e Borsellino” di Roma

Sono sul treno, sto viaggiando da Montpellier a Perpignan, la Camargue è alle mie spalle. I binari seguono la linea curva, morbida, che disegna il Golfo del Leone. Mare e palude, pioviggina.
Mi viene in mente qualcosa che avevo scritto da ragazzo, ma sì, sì, una poesia sul mare. Bei tempi quelli, non c’era più la guerra, adesso ci siamo dentro un’altra volta.
Il mare è agitato, sembra danzare e cullare i gabbiani,  fermi in aria controvento.
Riflessi cangianti, case arrugginite, canne al vento.
Devo prendere appunti mentre mi godo questa vista meravigliosa, aggiungere qualche emozione nuova, i primi accordi e poi vedremo, stasera voglio provare con il mio pianista.

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«Non voglio più combattere»

a cura di Innocenza Indelicato*

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Per anni nella Repubblica Democratica del Congo si è combattuta una sanguinosa guerra tra l’esercito congolese e numerosi gruppi armati che volevano controllare territori ricchissimi non solo di acqua e foreste, ma soprattutto di minerali preziosi come l’oro e i diamanti.

Moltissimi sono stati i bambini e le bambine soldato arruolati nei vari eserciti. Nel 2003, in seguito a un accordo, i gruppi armati accettarono di liberare i bambini e le bambine che combattevano per loro.

Molti progetti furono programmati per aiutarli a ritornare in famiglia, riprendere la scuola o trovare un lavoro. Ma non per tutti fu così. In una regione a nord del Paese si continuò a combattere e molti bambini che erano stati smobilitati furono nuovamente prelevati con violenza dalle loro famiglie e riportati negli eserciti. Altri ragazzi dovettero lasciare le loro case e i loro familiari per timore di essere portati via dai soldati e cercarono rifugio in città.

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Quando ad andare a scuola scalzi erano i nostri figli

di Anna Caltagirone Antinori

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Treia (Macerata). È il 1951 e la giovane maestra siciliana Anna Caltagirone ha un incarico annuale nella frazione di San Lorenzo. In questa foto, che proviene dal suo archivio privato, è con la scolaresca di cui fa parte, secondo da destra in prima fila, un bambino che va a scuola scalzo, «per nulla imbarazzato di essere fotografato a piedi nudi». Nel racconto della maestra Anna un risvolto tenerissimo che lega questo scolaro alla propria sorellina

Era il 1951, con incarico di insegnamento annuale fui assegnata alla scuola elementare di San Lorenzo di Treia. È una frazione un po’ scomoda perché comprende molte case di campagna sparse qua e là sulla collina che arriva a lambire la montagna coperta da una fitta pineta. Nella scuola c’erano tutte e cinque le classi divise in due sedi: una nel fabbricato dello spaccio e la mia, appollaiata su un cocuzzolo accanto alla chiesa. La casa era di proprietà della famiglia Ciriaco ed aveva più piani. Il portoncino della scuola dava sulla piazzetta della chiesa. Si entrava in un corridoio, a destra c’era l’aula scolastica, a sinistra il mio appartamento: una camera e una cucina. Al piano di sopra abitava la famiglia del  proprietario con la quale ero in ottimi rapporti.

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Che Storia è questa?

di Angela Giannitrapani

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Illustriamo la riflessione di Angela Giannitrapani con le immagini di tre libri presentati alla Casa della Memoria di Milano, cominciando da “Aliyah Bet – Sciesopoli, Il ritorno alla vita di 800 bambini sopravvissuti alla Shoah” di Anna Scandella (Edizioni Unicopli). Giannitrapani è l’autrice di “Quando cadrà la neve a Yol, Prigioniero in India” (Tra le righe libri), basato sui diari del padre

La Storia la sappiamo tutti. La Seconda guerra mondiale la conosciamo solo dai libri di scuola. La saggistica ha provveduto, certo, ad approfondire questo o quell’aspetto ma resta il fatto che, se non siamo ultraottantenni, di quella guerra abbiamo in mente ciò che è rimasto dai testi ufficiali. Gli ultraottantenni, bambini e adolescenti di allora, sanno molto di più. Per conoscere, infatti, basta informarsi ma per sapere, per cercare di capire credo sia necessario altro. Coloro che l’hanno vissuta quella guerra la sanno sulla pelle, nelle suggestioni, nei ricordi, in certi timori di oggi, in una fame inestinguibile. Quei brevi flashes, che ancora ci sanno mandare come lampi sui loro ricordi, sono squarci di tragedia privata che più dei proclami e dei bollettini ufficiali ci aiutano a capire. Ma è fatale perdere questo tipo di testimoni e con loro la fisicità e la corposità della testimonianza.

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«È così che parla la vera fede»

di Alāʾ al-Aswānī

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«Un muro di Berlino in Marienburger Strasse, nel quartiere Prenzlauer Berg, ospita il sorriso di Giulio Regeni» http://berlinocacioepepemagazine.com/ È passato un anno dalla morte di Giulio Regeni, il giovane ricercatore universitario rapito, torturato e ucciso al Cairo. E ancora la verità è lontana, dopo mesi di depistaggi assurdi in cui dall’Egitto hanno cercato di spacciare la morte violenta dello studente per incidente stradale, pestaggio legato al mondo gay, traffici di droga e all’ultimo un rapimento andato a male» http://www.repubblica.it/

Alle otto di mattina Taha e lo sheikh Shaker salirono sulla metropolitana per Helwan. Avevano trascorso intere giornate immersi in lunghe discussioni durante le quali lo sheikh aveva cercato di convincere Taha a dimenticare ciò che gli era successo e a ricominciare una nuova vita. Ma lui era ancora così indignato e pieno di collera da aver rasentato il suicidio più di una volta. Alla fine, al termine di una violenta discussione, lo sheikh gli aveva urlato: “Ma allora cosa vuoi? Non vuoi studiare, né lavorare, non vuoi vedere nessuno dei tuoi amici e neppure la tua famiglia. Cosa vuoi Taha?”.

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