Calabria, cu’ si? Chi sei?

di Francesco Cento* – Traduzione di Stefania Isola

CU’ SI?

Nudu sapi cu si

Mancu nui chi venimu di to’ vrazza

Si muntagna? Si mari?

Si sputazza? Si cori?

Si amuri? Si duluri?

Non si una sula ma nu mundu.

E ognuna si tu. Sulu cu sapi u ti vidi

Ti trova. Sulu cu sapi u staci accittu

ti senti. Sulu cu non ‘ndavi nenti é riccu di tia

Ca tu non si cafuna e mancu liccardia

Tu si Calabria. Tu si comu a mmia.

Francesco Cento, “Sirena ferita” (2020), opera eseguita durante il lockdown

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Milano scivola nel silenzio

di Aldo Nove* – Foto di Anna De Lucio

Una donna e un uomo, con mascherina, attraversano il Naviglio al tramonto e sembrano due ombre senza tempo. L’autrice di questa ed altre foto, Anna De Lucio, sabato 24 ottobre 2020 ha spiegato a Paola Ciccioli: «Le ho scattate oggi pomeriggio, andando a fare una passeggiata, nel timore di non poterlo fare nelle prossime settimane. Restiamo davvero (per ora) vicine così. A presto»

Il primo canale navigabile del mondo

Il primo punto di collegamento tra Milano e la vita che a Milano veniva in barca attraverso i Navigli attraverso i secoli cresceva

Da dove arrivava il marmo per costruire Milano

Da dove arrivava l’acqua che irrigava Milano

Da dove confluivano le merci per sfamare Milano

Da dove si attraversava Milano in barca

Da dove arrivavano le acque della Svizzera

Da dove il Lago Maggiore entrava a Milano

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Nell’ombra di un gigantesco padre

di Giuliana Pogliani

Giuliana Pogliani, educatrice, donna sportiva e di buone letture, scrive a Paola Ciccioli su Assolo sul padre. Il teatro della vita, la famiglia dietro il Nobel (Aletti Editore, 2019), il libro nel quale la giornalista ha ricostruito per la prima volta la complicata vita affettiva del poeta Salvatore Quasimodo attraverso la “confessione” del figlio Alessandro.

Su questo libro, che svela fatti inediti del vissuto del Premio Nobel 1959, abbiamo già pubblicato le considerazioni di Giulia Berti Lenzi mentre il blog si prepara a ospitare i pareri di altre lettrici e altri lettori, sorpresi di scoprire un uomo, un marito e un padre molto “fragile” dietro un letterato celebrato.

Giuliana Pogliani in un autoscatto davanti alle maschere di cartapesta create con i suoi allievi

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Il poeta e l’affetto nascosto di un figlio

di Giulia Berti Lenzi

Assolo sul padre è la prima biografia privata del poeta Salvatore Quasimodo: la fuga dalla Sicilia, la prima moglie, le molte donne, la figlia “segreta”, il sentimento e il secondo matrimonio con la danzatrice Maria Cumani, il figlio avuto da lei: l’attore Alessandro Quasimodo. Ed è stato proprio il figlio del Premio Nobel per la letteratura a fornirmi lettere, documenti ed immagini inedite e a raccontarmi per giorni, mesi e anni le amicizie importanti, le idiosincrasie, gli egoismi, le assenze e le infedeltà di un uomo che aveva scelto Milano come sua casa, rimanendo però per alcuni aspetti il bambino che giovanissimo se ne andò via dalla Sicilia di notte con un mantello corto e alcuni versi in tasca“.

Ho scelto di presentare il mio libro (edito da Aletti, 2019) con un metodo che mi è congeniale: pubblicando cioè le impressioni di chi lo ha letto. Ecco dunque quel che ha scritto in proposito, in due diversi messaggi corredati da altrettanti autoscatti, Giulia Berti Lenzi, insegnante ora a riposo, che vive a Cosenza ma ha familiarità con Milano, Torino e Carlazzo, sul lago di Como. Amica di buone letture e di Donne della realtà. (Paola Ciccioli).

Giulia Berti Lenzi e il suo riuscito autoscatto con libro

Cara Paola, sto leggendo il tuo libro piano piano. Dalle interviste al figlio del poeta sto scoprendo un ambiente che non avrei mai immaginato ruotasse intorno a quella famiglia e, soprattutto, scopro un uomo intellettualmente enorme, ma umanamente… no. E stupisco. Sono a metà della lettura quindi ancora non posso e non voglio pronunciarmi. Ti dico che è una storia avvincente e inaspettata. Non vado di fretta perché voglio gustarla come si deve. A presto!

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Paola cara, finalmente ho terminato la lettura del libro. Oggi dimentico il poeta e mi riferisco al figlio, al vero protagonista di quest’opera. Nell’ultima frase dell’ultimo capitolo si autodefinisce secondo me perfettamente: «E, per quanto mi riguarda, credo di essere stato abituato “male” da quel che ho avuto in casa».

Penso che tu abbia fatto un grande lavoro, raccogliendo e mettendo insieme i ricordi e le testimonianze di questo vecchio adolescente che tu stessa hai detto avere un comportamento difficile. Ho trovato bellissima la descrizione del nonno Gaetano, mi è piaciuta molto la lettera di Renato Guttuso al poeta e l’affetto (quasi un amore) che traspare dalle sue parole verso di lui!

Ho notato, anche, che il linguaggio usato da tutti i personaggi è un linguaggio aulico, anche nella semplicità degli argomenti! E, nonostante la consapevolezza che il figlio ha dei rapporti anomali che il poeta intrattiene con quasi tutte le donne, l’affetto per il padre c’è, nascosto, ma sempre latente. Ci sarebbe tanto ancora da dire! Alessandro, che credo oggi sia molto anziano, mi è piaciuto. Ma il merito è tuo, cara Paola, che lo hai saputo far parlare con pazienza e intelligenza!

Ti ringrazio perché mi hai fatto conoscere il lato oscuro di un genio e le debolezze di donne importanti . Mi sono dilungata, ma è come se ti stessi parlando! (Pensa che qui a casa ho l’Iliade e l’Odissea tradotte da lui e illustrate la prima da Giorgio De Chirico e l’altra da Giacomo Manzù). Nulla tolgo alla sua grandezza!

Ti abbraccio.

“Assandira”, nella Sardegna che non vuol sembrare ma essere

di Maria Elena Sini

Dopo tanti mesi sono tornata al cinema per vedere il film Assandira diretto da Salvatore Mereu e presentato fuori concorso alla 77° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. L’atmosfera era un po’ surreale, tutti con le mascherine indossate e tanti posti vuoti per rispettare il distanziamento  sociale, ma tutti desiderosi di partecipare a questo momento di socialità e di condivisione che ci è mancato in questi mesi di lockdown.

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La seconda vita delle nostre emozioni durante il lockdown

di Matteo Mantovani*

Da Pressenza – International Press Agency 

La psicologa Piera Malagola (in piedi) e la giornalista Paola Ciccioli durante l’incontro “Così lontani, così vicini” che si è tenuto il 5 settembre 2020 a Germignaga (Varese). La foto è di Matteo Mantovani

Le cose, semplicemente, accadono. È così che ci troviamo a vivere, a vedere, ad ascoltare episodi della realtà che a volte sembrano piovere dal cielo, all’improvviso, senza un prima e con un dopo sconosciuto. Proprio come il coronavirus, arrivato senza avvisare, prima lontano da noi e poi improvvisamente molto molto vicino, tanto da fare della nostra regione, la Lombardia, l’iniziale epicentro dei contagi fuori dalla Cina.

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Il mio viaggio con la Signora di Formentera

Testo e traduzione di Luca Bartolommei

La copertina dell’album “Islands” dei King Crimson con la nebulosa M20 che si trova nella costellazione del Sagittario. A causa della sua forma viene anche chiamata “Nebulosa Trifida”. Foto da storiadellamusica.it

Ho guardato due sere fa, alla televisione su Rai3, il film di Mario Martone Capri-Revolution. Un passaggio della colonna sonora mi ha ricordato qualcosa di un brano musicale che amo in modo totalizzante, sennò non sarebbe amore, ovvero Formentera Lady dei King Crimson, gruppo del quale ho scritto più volte, qui sul blog e un po’ dappertutto. Da lungo tempo vorrei parlare di questa band in maniera approfondita, mi era anche venuto in mente di organizzare una serie di incontri in cui poter illustrare, spiegare per quanto posso farlo e ascoltare insieme ad amiche e amici i primi quattro album del gruppo inglese. I primi quattro perché sono quelli che hanno visto la collaborazione tra Robert Fripp, chitarrista e mente musicale (ma non solo) e lo scrittore-poeta Peter Sinfield, autore dei testi. Continua a leggere

Le nostre metamorfosi secondo i Genesis

Testo e foto di Luca Bartolommei

Mia moglie Paola, al tramonto, mentre esce dal lago di Como, a Bellano

Oggi parlo dei Genesis, quelli veri, prima che diventassero la Phil Collins Band, di un album storico come Nursery Cryme e di un brano straordinario come The fountain of Salmacis. Riprendo ben volentieri il discorso sulle canzoni in inglese e sulla comprensione relativa dei relativi testi, nonché sulla musica che ha segnato drasticamente le mie scelte di ascolto, colpito la mia fantasia e la mia emotività.

Voglio precisare che non la farò lunga sul gruppo (ultimamente uso spesso questa espressione, ma giuro che non reggo più chi la fa lunga, approfondita e noiosa…) il periodo storico e tante altre cose, chi ha iniziato ad ascoltare (di solito anche male) i Genesis da adulto può fare a meno di continuare a leggere queste righe. Continua a leggere

“Don’t stand so close to me”. Distanziamoci!

di Luca Bartolommei

Ecco, mètes chì che va ben!!! ‘Taches al sostegn e poeu disinfetta ben i man. Le due foto, sia in solitaria sia con la congiunta, sono di Luca Bartolommei

Una puntatina veloce a Milano, zona Sant’ Ambrogio. Parcheggio, in un’Isola ancora piuttosto deserta, poi MM linea verde. Succede a volte e ieri è successo, di fare caso a particolari cui non hai mai prestato troppa attenzione come ad esempio i “segnaposto” sul pavimento nelle stazioni e sui treni della metropolitana. Il bollo rosso dice “stai qui”, ma quello che ha colpito mia moglie Paola Ciccioli è stato lo “stand here”. Continua a leggere

Ho giocato col Pelè

di Luca Bartolommei

Il Pelè, Giancarlo Peroncini, con il suo tollofono. Alla chitarra Nadir Scartabelli. Pelè e Nadir, un duo che fa parte della storia della musica milanese e che tanta ne ha scritta. Foto di Luca Bartolommei

Questa è la cronaca di una domenica di fine estate passata a cantare, ridere, ascoltare aneddoti vari tra amiche e amici più nuovi che vecchi al circolo Arci Pessina di Chiaravalle, a due passi dalla bellissima omonima abbazia, estrema periferia di Milano verso sud, vicino a Metanopoli e altri posti che si chiamano Sorigherio, Macconago piuttosto che Sesto Ulteriano.

Co-organizza Giuliano Mistrangeli, cultore della milanesità che trovate tutti i giorni sul ponte di comando dell’edicola di piazzale Lagosta. Si festeggia il compleanno di un amico, convocazione a mezzo Whatsapp con poche spiegazioni, un po’ tipo La Stangata, insomma bisogna che ci vada, tra l’altro non ci vediamo da un po’… Treno e poi metrò, a Turro saliamo in macchina con Giovanni Manzari (il festeggiato organizzatore) e Riccardo Cingottini. Entrambi li conoscerete meglio via via che la giornata scorrerà. Durante il tragitto si parla di dialetti vari, Giovanni sta facendo un dottorato tardivo sulla lingua pugliese e derivati ma sul milanese è un’enciclopedia, quando arriva una telefonata il cui tono è più o meno questo: «Ohei Giuliano, in dove l’è che te set?», «Siamo verso corso Lodi», «Va ben, però moeves perché el Pelè el gh’ha famm…».

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Woodstock a Milano era “Vustoc” e solo il Turotti sapeva suonare “I’m going home”

di Luca Bartolommei

 

Il 15 agosto, cioè ieri, ricorreva il cinquantunesimo anniversario di Woodstock e mi sento di scrivere qualcosa. Non tanto su quello che riguarda l’evento, il periodo storico, i figli dei fiori et similia ma piuttosto su come, tanto per cambiare, ho vissuto io a Milano tutto quello che a Woodstock era connesso. Sì, perché a quel nome sono legate tante cose, tanti discorsi (troppi), tante fantasie, utopie e miti che hanno caratterizzato il periodo dei primi anni Settanta, quello della mia adolescenza.

L’album triplo mi era stato regalato un Natale e ricordo di averlo ricomprato perché a forza di ascoltarlo, da solo, in compagnia, a casa mia o di altre/i, (sì, era sempre la mia copia che mi portavo appresso) su impianti dignitosi piuttosto che su qualche fonovaglia, poi spiego, si era irrimediabilmente consumato e danneggiato. Insomma Vustoc lo si conosceva praticamente a memoria, ci serviva per cercare di tirare giù ad orecchio il solo di Soul Sacrifice dei Santana o tutta Suite: Judy Blue Eyes (si abbreviava in la Suite) dei CrosbyI’m going home dei Ten Years After la sapeva suonare solo il Turotti (che aveva anche un nome proprio, Angelo), che è stato sempre il numero uno, ma era più grande e sapeva suonare tutta Sweet Jane compresa l’intro, robb de matt! Continua a leggere

La fuga in Balilla dalle bombe di Milano fino alla salvezza di Bellano

di Giuliana Pogliani

Testimonianza raccolta da Paola Ciccioli

La terrazza di Lezzeno, frazione di Bellano, sul lago di Como, è stata per chi ci segue un punto di incontro virtuale durante le difficili settimane in cui l’Italia si è dovuta con ogni sua forza proteggere dalla pandemia da Corona Virus. Piano piano sta diventando un luogo di incontro reale, un piccolo studio tra acqua e boschi dove si coltivano amicizie consolidate e nascenti e si concretizzano progetti.

Dalla terrazza di Lezzeno ci parla ora Giuliana Pogliani, figlia di Giuliano Pogliani, il divulgatore scientifico scampato ai bombardamenti che giorni prima e poi nella notte di ferragosto del 1943 distrussero Milano e che riparò con la famiglia proprio a Bellano dove qualche tempo dopo, poco più che ragazzino, decise di essere partigiano. Lo abbiamo ricordato nel post: «Io sono stato partigiano, a 16 anni ho scelto i monti».

Nelle memorie orali trasmesse dal padre alla figlia, le immagini della casa che crolla, di un balcone che resta miracolosamente in piedi, la fuga con la Balilla dai morti e dalla nebbia della paura e della guerra, la salvezza nel borgo sul lago.

La parola dunque a Giuliana Pogliani che con amore coltiva il valore anche dell’amicizia nata a Bellano tra suo padre e il poeta di origini calabresi Luciano Lombardi che nella raccolta “La stella dell’esilio (1985 – 1988)” scrive:

«Dedico queste poesie a Giuliano Pogliani. C’incontrammo sui monti del comasco nell’autunno del 1943. Avevo appena lasciato la villa d’Inesio dove avevo trascorso la fanciullezza. Lui era sfollato da Milano: alle spalle aveva solo macerie».

Questa la trascrizione della testimonianza di Giuliana Pogliani:

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«Siamo tantissimi, ambulanze urlano in continuazione»

di Gabriella Cabrinidiario dall’ospedale di Cremona
«Il pensiero di non avere sufficiente energia per affrontare il prossimo autunno ingigantisce la paura di ciò che potrebbe essere pur se non c’è alcuna certezza di ciò che sarà ma la ragione mi fa vedere con più lucidità il futuro».
Ieri – martedì 11 agosto 2020Gabriella Cabrini ha scritto queste parole sulla sua pagina Facebook. Protetta dal calore degli affetti e delle amicizie, trascorre questi giorni d’estate cercando di superare tutto quel che ha dovuto affrontare a causa del Corona Virus e del ricovero ospedaliero. Il suo diario che abbiamo riproposto all’incontrario, cioè dalle dimissioni alla diagnosi di positività al virus, vale più di numeri e appelli: è la verità della sofferenza, propria e altrui, che da una corsia si è espansa fin nelle nostre case e nei nostri cuori per dire che noi vogliamo che nessuno si ammali perché siamo stati egoisti, stupidi o negligenti. (p.c.)

A partire dal 21 marzo abbiamo riproposto sul nostro blog il diario pubblico che Gabriella Cabrini ha tenuto durante i 14 giorni di ricovero ospedaliero a causa del Corona Virus. Donna ricca di interessi nata nel Piacentino ma da quasi quarant’anni residente a Cremona, Gabriella dal suo letto di sofferenza ha scattato numerose foto nelle varie ore del giorno alla chiesa di San Sigismondo che vedeva dalla finestra.

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Joan Baez all’Arena nel racconto dei più grandi

di Luca Bartolommei

Joan Baez sul palco dell’Arena Civica di Milano il 24 luglio 1970. Questo è l’interno della copertina del vinile. Si può notare come l’immagine sia stata montata con destra e sinistra invertite, la cantante-chitarrista statunitense infatti non è mancina. Foto Picasa. Enez Vaz – WordPress.com

Joan Baez ci ha insegnato negli anni attraverso le sue canzoni ed il suo esempio che prendere una posizione è doveroso. Come descritto nel post di due giorni fa, ha dedicato Forever young di Bob Dylan, cantandola in pieno periodo di lockdown in un video dalla (presumo) cucina di casa, a quelli che lei ha definito gli Eroi della pandemia e ci ha fatto così conoscere il suo pensiero su quanto è successo e succede negli Stati Uniti.

Scrivendo le mie considerazioni su quel video ed il suo contenuto, mi sono ricordato del fatto che sono da poco trascorsi cinquant’anni dal suo famoso concerto tenuto all’Arena Civica di Milano il 24 luglio 1970. Io non ho assistito alla serata, va bene essere liberi e libertari, ma a dodici anni scordatelo proprio di andare, anche se con gli amici più grandi, perdipiù in motorino… in due… discorso chiuso, punto.

Questa è una breve cronaca di quella notte di musica fatta un po’ attraverso i racconti di chi c’era e un po’ facendo finta di esserci stato io, anche se con i calzoni corti… Continua a leggere

Joan Baez, con sorpresa, “Forever young”

di Luca Bartolommei

Il fatto che la musica mi sorprenda è ogni volta una sorpresa, sinceramente non riesco ad abituarmici e anche questa volta sono rimasto un po’ a bocca aperta. Diciamo mezz’ora fa, ora sono le 15.40 di giovedì 30 luglio 2020, decido di iniziare il pezzo per il blog su Forever young di Bob Dylan, come promesso nella diretta Facebook del Gruppo di due giorni fa, ma parto da quello che di solito è l’ultimo passaggio della stesura, cioè la ricerca di un bel video in cui la canzone venga eseguita possibilmente da una donna, meglio se dal vivo.

Al terzo click appare Joan Baez con chitarra, seduta in una bella cucina con camino, è fatta!  L’idea è sempre quella di scrivere di canzoni che possano essere cantate tra genitori e figli, insieme è meglio, meglio ancora se non si sa chi insegna la canzone e chi l’impara, aggiungendo anche, dove sarà possibile, il testo con gli accordi così non si perde tempo a cercarli e si fanno dei bei concertini in famiglia. Continua a leggere