«Pane e baciamano nel mio Canada dove tutto è grandioso (frigoriferi inclusi)»

di Mariagrazia Sinibaldi – da Gatineau (Canada)

Canada, 1

Prosegue il “reportage” di Mariagrazia dal Canada (https://donnedellarealta.wordpress.com/2015/06/24/gira-che-ti-rigira-tra-le-villette-per-ritrovare-casa-mia-e-dovuta-intervenire-la-polizia/) con il racconto della sua visita in una casa-museo del pane. Qui è con il gentiluomo in abito d’epoca che le ha fornito dettagliate informazioni, salutandola con il baciamano d’ordinanza. Le foto di questo e del precedente post sono state scattate dal suo amico Stéphane: lo ringraziamo per la generosa collaborazione

In questo Paese, dove tutto è di dimensioni grandiose, dai fiumi, agli alberi alle strade, ai parchi dove giocano bambini e adulti, dove lo spazio a disposizione è tanto tanto tanto, ­­­­­­­­­­­­­­­­­­­anche le case che sembrano piccoline, contengono cose grosse: frigorife­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­ri… lavatrici… pentoloni… camere spaziose e cucine che sono signore cucine… e bagni immensi (e i nostri così risicati risicati), in questo Paese dove il supermercato ha le dimensioni di una fabbrica di automobili, dove le macchine sono quasi sempre Suv, in questo Paese, dicevo, esiste un mulino che macina grano ancora con grosse ruote di granito; annesse ci sono la casa del padrone (1850 circa), ora sistemata a museo, e una panetteria con infinite qualità di pane, dove un gentile vecchio signore barbuto vende pane e farina del mulino…

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«Gira che ti rigira tra le villette, per ritrovare casa mia è dovuta intervenire la polizia»

di Mariagrazia Sinibaldi – da Gatineau (Canada)

Mariagrazia in questi giorni in Canada

Mariagrazia in questi giorni in Canada

Il 17, si sa, è un numero dispettoso al limite della malignità: vigliacco e falso e traditore. Che gli ci voleva restare a casa sua e aspettare il ritorno della Signora Vecchiottina che, coi suoi 80 anni (e mesi), aveva deciso di attraversare l’oceano per la gran festa della maturità di sua nipote, ormai diciottenne, ma per lei, Signora Vecchiottina, sempre sua PIZZIRICCHIA?! Oltretutto proprio al di là dell’oceano il suo cugino 17  fungeva da portafortuna!

Ma nossignore! Il suo 17, quatto quatto, malignamente, le si era appiccicato addosso, era arrivato con Lei in Canada e al momento suo, infischiandosene di usanze locali, aveva colpito senza pietà…

La Signora Vecchiottina era stata presa in contropiede.

La cosa si era svolta così:

La mattina dopo essere arrivata a Gatineau (parte francofona di Ottawa, per chi non lo sapesse) aveva deciso che, in assenza di sua nuora e sua nipote, sarebbe uscita di casa e avrebbe fatto un giro turistico per il bel quartiere pieno di alberi rigogliosi, di villette una diversa dall’altra, di giardinetti col praticello verde smeraldo e ciuffi di fiori dai colori smaglianti. «Non andare a sinistra», le aveva raccomandato sua nuora, «perché lì è tutta discesa… E poi, a tornare su, sai che fatica!». Continua a leggere

Matematica, scienza, tecnologia: le adolescenti sappiano di avere i numeri!

di Roberta Valtorta

Roberta foto

Roberta Valtorta ha conseguito cum laude la laurea magistrale in Psicologia dei processi sociali, decisionali e dei comportamenti economici all’Università di Milano Bicocca, dove ha appena terminato il tirocinio. Si sta preparando per l’esame di Stato

A me non è mai piaciuta la matematica però ricordo che circa 12 anni fa, quando conobbi quella che oggi è una delle mie più care amiche, fui quasi tentata di cambiare idea.

Era uno dei primi giorni delle scuole superiori ed eravamo sedute vicine mentre il professore spiegava qualcosa sui multipli e sui divisori. «Io adoro la matematica», mi disse, «I numeri sono universali: se tu scrivi 2+2=4, persone di lingue diverse lo capiscono allo stesso modo, senza bisogno di traduzioni. Se ci pensi, è una cosa affascinante». Non cambiai mai idea: la matematica non mi piaceva allora e non mi piace neanche adesso ma, per una qualche strana ragione, quella sua frase mi è sempre rimasta in mente.

Sono passati anni, la mia amica ha continuato gli studi e ora fa parte di quella piccola percentuale di ragazze che si laurea in una facoltà scientifica[1]. Non ho mai capito perché quel suo ragionamento mi si sia fissato così in testa, ma so per certo che di ragazzine come lei, con quella stessa passione, ce ne sono tantissime. Recentemente, ho letto che secondo una ricerca americana il 66 per cento delle bambine alle scuole elementari dice di amare la scienza e la matematica, ma solo il 18 per cento degli studenti universitari in ingegneria è femmina[2]. È un dato parecchio forte e, anche se stiamo parlando degli Stati Uniti, sono quasi convinta che in Italia la situazione sia molto simile. La domanda, allora, mi sorge spontanea: che cosa accade fra la fine delle elementari e l’inizio dell’università che scoraggia le ragazze dal seguire passioni e interessi? Mi è capitato di sentire tanta gente rispondere con la più stupida delle argomentazioni: «Non c’è niente da fare, è tutta una questione biologica: le femmine sono brave nelle materie umanistiche e i maschi in quelle scientifiche».

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Una madre ragazzina allatta il suo bambino, e il rumore fastidioso della metropolitana diventa tenerezza

di Mariagrazia Sinibaldi*

Picasso Malaga

Pablo Picasso, “Madre y niño” (1921) http://www.museopicassomalaga.org/es/madre-y-nino

Era stanca, quel giorno, la Vecchia Signora… molto stanca: erano le due del pomeriggio, non aveva pranzato, e dopo una mattinata passata a correre da un ufficio all’altro, in mezzo a pastoie burocratiche di tutti i generi, senza aver risolto nessuno dei suoi problemi, se ne tornava a casa affamata, rintontita, stanca e vinta.

Strana sensazione, questa, per la Vecchia Signora, sempre battagliera. Sballottata in una metropolitana rumorosa riandava col pensiero a tutti gli inconvenienti che aveva incontrato… i ritardi… i non si può, i queste sono le nuove disposizioni, i quest’anno è tutto cambiato.

Si abbandonò sullo scomodo sedile, socchiuse gli occhi stanchi e lasciò libero corso ai suoi pensieri.

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«Ma i poeti sono i peggiori. Il loro lavoro è disperatamente poco fotogenico»

di Wisława Szymborska*

In un discorso, a quanto pare, la prima frase è sempre la più difficile. Ebbene, la prima è comunque andata. Ma ho la sensazione che anche le frasi successive – la terza, la sesta, la decima e così via, fino all’ultima parola – saranno altrettanto difficili, perché si suppone che io parli di poesia. Di questo argomento ho parlato molto poco, quasi niente, a dire il vero. E ogni volta che ho detto qualcosa, ho sempre avuto lo strisciante sospetto di non essere granché brava a farlo. Ecco perché il mio discorso sarà piuttosto breve: le imperfezioni sono più tollerabili a piccole dosi.

I poeti contemporanei sono scettici e sospettosi persino, o forse soprattutto, di sé stessi. Sono riluttanti a confessare pubblicamente di essere poeti, quasi se ne vergognassero un po’. Ma in questa nostra epoca chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, soprattutto se ben infiocchettati, che riconoscere i propri meriti, perché questi ultimi sono nascosti in profondità e noi per primi non ci crediamo del tutto.

Quando devono compilare un modulo o stanno conversando con un estraneo, vale a dire quando sono costretti a rivelare la loro professione, i poeti preferiscono usare il più generico “scrittore”, o sostituire la parola “poeta” con il nome di qualunque altra attività svolgano oltre alla scrittura. I burocrati e i passeggeri degli autobus reagiscono con una sorta di incredulità e sconcerto quando si rendono conto di aver a che fare con un poeta. Immagino che anche i filosofi si trovino spesso in situazioni simili. Eppure, questi ultimi sono in una posizione di vantaggio, perché il più delle volte possono abbellire la loro affermazione con qualche titolo accademico. Professore di filosofia, ecco, suona molto più rispettabile.

wislawa

«Szymborska, una donna schiva, con grigie ciocche di capelli che accarezzano la sua solitudine». Foto da http://www.lastampa.it (7 dicembre 1996, conferimento del premio Nobel)

Ma non esistono professori di poesia. Questo, dopo tutto, farebbe della poesia un’occupazione che necessita di studi specializzati, esami regolari, articoli teorici con tanto di bibliografie e note a piè pagina e, infine, diplomi conferiti con tutti i crismi. E questo a sua volta vorrebbe dire che non basta riempire intere pagine di poesie, per quanto eccelse, per diventare poeti. L’elemento cruciale è un foglio di carta con un timbro ufficiale. Ricordiamo che l’orgoglio della poesia russa, il futuro premio Nobel Josif Brodskij, fu condannato all’esilio interno proprio per questo motivo: venne definito un “parassita” perché non poteva esibire un certificato ufficiale che gli conferisse il diritto di essere un poeta.

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«Non l’ho sognato?»

di Laura Fusco*

LEICA

 

Non l’ho sognato?

Sei morto davvero?

O devo ancora

incontrarti?

Ho dimenticato gli alberi

che entravano dal lucernario,

e Chien,

le sere di vento impazziva dietro l’ombra delle foglie.

Apro l’acqua,

la ascolto come se parlasse,

non parla,

potrei stare lì notti e notti.

Prendere in mano la Leica,

guardare nell’obiettivo.

Cosa cambierebbe?

Nulla.

Faccio la spesa,

alle 11 torno,

ordino i cartoni di latte nel frigo,

poi li guardo,

da quello più alto a quello più basso,

sui ripiani illuminati,

rifaccio i letti già fatti,

tolgo una polvere inesistente.

Poi

mi seggo e aspetto.

Era questa la stanza?

Questo l’Avon?

Questi i fiori?

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Ettore, il destino di un nome fa ritrovare due fratelli nella Rete

di Elisabetta Baccarin

Elisabetta, la lettera dal campo di concentramento di bolzano

La lettera di Ettore Baccarin spedita dal campo di concentramento di Bolzano. Grazie alle ricerche di Elisabetta Baccarin, pubblicate sul nostro blog, un prezioso incontro in Rete ha messo insieme due pezzi di famiglia e di Storia

“Carissimo Albano e Gilda dopo circa due mesi che manco da casa, vengo a voi con questo mio biglietto, facendovi sapere che la mia salute va bene come spero che sarà pure di tutti voi. Caro Albano mi trovo in campo di concentramento a Bolzano, dunque il motivo che sono qui io, è a causa del rifugio che sai bene anche tu, speriamo al meno che non servi. Caro Albano mi perdonerai se ti domando un gran favore se puoi quando ricevi questo scritto di mandarmi un pacchetto con un po’ di pane biscotto e un po’ di tabacco, magari di quello in foglia, come puoi e qualche pacchetto di cartine. Se puoi mi mandi anche un po’ di danaro in sicurata, che se avrò la grazia di tornare tutto ti sarà ricompensato. Gli ho scritto pure a mia moglie che mi mandi qualche cosa ma io so le condizioni che si trova la mia famiglia!

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