Canzone per Rita

di Erica Sai

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L’immagine è tratta dal video di “Canzone” di Lucio Dalla, citata da Erica Sai in questo ricordo familiare di Rita Barozzi, morta tre giorni fa a 102 anni (il brano è contenuto nell’album “Canzoni” del 1996)

Rita è morta. Poco fa, sì. Aveva 102 anni, quasi 103 perché li avrebbe compiuti all’inizio di maggio; il 4 per la precisione, proprio come Lukas (il mio quasi nipotino) che invece ne farà due. Non ero lì, però secondo me è morta come è vissuta: senza “disturbare”.

Rita era una parente dal mio ramo paterno, cugina di mio nonno Valente; il nonno che non ho conosciuto perché è morto troppo presto, troppo anche per mio papà che era solo un bambino. È stata madrina di battesimo di mio papà, per quanto ne so in passato erano stati tenuti abbastanza vivi i rapporti con mia nonna che raccontava qualche episodio. A quei tempi c’era anche Livia, una cugina che ha vissuto tutta la vita con Rita e che molti anni fa ha iniziato ad ammalarsi. Comunque, mia nonna non aveva un gran bel carattere, mal sopportava le pesantezze caratteriali di Livia, e non era una persona molto predisposta a tirare per le lunghe le relazioni di aiuto. È stata mia mamma ad entrare nella dinamica e prestare la sua mano. Con la spesa al supermercato, poi con i medici, con l’assistenza in generale. Da decenni possiamo ormai dire.

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«Sono fanatica dei colori: perfino il mio spazzolino da denti deve essere in tinta con il dentifricio»

di Serena Siniscalco*

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Serena Siniscalco l’estate scorsa in due scatti di Paola Ciccioli

Amo il rosa ed il giallo, il morbido, il lucente. Ho innato il senso estetico del bello, della pulizia, dell’ordine, dell’educazione ed anche (perché no?) della disciplina. Amo tutto ciò che è circolare o decisamente rotondo. In architettura amo gli archi di ogni genere (a tutto sesto, ellittico, acuto, moresco ecc.) Detesto viceversa gli angoli, i triangoli, gli spigoli in genere e tutto ciò che ha punte. Mi piace la montagna più del mare, la neve della quale non mi finisce lo stupore, il venticello fresco sul viso e sui capelli e la pioggerella settembrina perché pone fine all’estate afosa ed accecante che oramai poco sopporto.

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«Quando andiamo a casa?», la domanda per scaldarsi il cuore

di Michele Farina*

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Illustriamo il post con un’immagine tratta da “Une jeune fille de 90 ans”, in programma allo Spazio Oberdan di Milano nell’ambito di una rassegna dedicata a Valeria Bruni Tedeschi, regista di questo film, fino all’8 gennaio 2017. «Presso il reparto geriatrico dell’ospedale Charles Foix d’Ivry, Thierry Thieû Niang, coreografo di fama internazionale, conduce un laboratorio di danza con pazienti malati di Alzheimer. Attraverso la danza le vite s’incontrano, i ricordi affiorano pieni di rimpianti, di amarezza, di accessi di gioia e solitudini. Blanche Moreau ha 92 anni. Durante le riprese si è innamorata del coreografo Thierry». (http://oberdan.cinetecamilano.it/)

La predisposizione a prendersi cura degli altri – lei che di cure ne ha ricevute pochine – già ce l’aveva dentro, forse nei geni andini o forse per benefico contrappasso rispetto alla propria infanzia: l’ha soltanto affinata, limata con i sorrisi e le cattiverie altrui, dalla discarica di Copa alle nebbie lombarde. Prima è stata babysitter di due bambini in centro Milano. Quindi «dama di compagnia», così la chiamavano, di una signora depressa per la morte del marito, a Lodi. In seguito badante di una donna con il Parkinson, poi del marito infermo, generale dell’aviazione e veterano d’Albania. Infine l’Alzheimer della Franca.

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«Ho ascoltato i rintocchi festosi e tristi di tanti campanili»

di Anna Caltagirone Antinori

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L’immagine del profilo Facebook di Anna Caltagirone, “la maestra Antinori”

Cara Paola,

mi scuso per il ritardo con cui ti ringrazio del libro che mi hai mandato; ho voluto prima leggerlo perché il titolo m’incuriosiva. Nei ricordi della signora Mariagrazia, ho trovato molti punti di contatto che richiamano alla mia mente momenti di vita vissuta. Anche io avrei tante cose da raccontare, anche perché le circostanze mi hanno portato ad ascoltare i rintocchi di diversi campanili e tu sai che ogni tocco ha un suono ora sereno, ora festoso, ora triste, segue gli eventi e tu ascolti e rifletti.

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«Grazie per aver fermato sulla carta momenti che altrimenti sarebbero andati perduti»

di Margherita Gallo

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Margherita Gallo, amica anche sul Web di Mariagrazia Sinibaldi, commenta “È come vivere ancora”, il libro della nostra senior blogger

Cara Mariagrazia,

ho finito da poco il tuo libro di ricordi, i “pezzetti”, come li chiami tu, e non posso che farti tanti complimenti per il modo grazioso e accattivante con cui hai raccontato tanti episodi recenti e passati della tua vita; ma devo anche ringraziarti per aver fermato sulla carta momenti che altrimenti sarebbero andati perduti, vicende che spesso fanno sorridere, soprattutto quando intervengono i tuoi figli, descritti perfettamente per come li conosco anch’io nella loro creatività ed originalità.

Sono certa che questi ricordi ti facciano molta compagnia e spero di rivederti presto nelle Marche o, se capiterò io a Milano, nella “Longobardia”.

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«Amato smart, di notte quanto ti butterei dalla finestra…»

di Mariagrazia Sinibaldi

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Camera di Mariagrazia, interno notte. Concentratissima, la nostra amata senior blogger ha superato varie traversie ed è tornata a raccontarci le avventure del suo alter ego. E, proprio ieri, è arrivato un bastimento carico di altre cento copie fresche di stampa di “È come vivere ancora”, il libro curato dall’Associazione Donne della realtà che raccoglie una selezione dei “primi” post di Mariagrazia Sinibaldi. Appuntamento sabato 3 dicembre 2016 nella Biblioteca civica di Cologno Monzese per la presentazione (questo bel ritratto è di Francesco Cianciotta, suo figlio)

La signora Vecchiottina raggiunse il suo letto barcollando dopo 24 ore vissute in maniera non proprio rocambolesca ma certamente difficile difficile difficile. Oh Dio, siamo giusti, la nostra Signora tendeva sempre ad esagerare un po’… anzi un po’ più che un po’, ma questa volta la signora Vecchiottina sentiva di avere ragione: e che diamine! «Vorrei vedere – disse la nostra dentro di sé (ché non sentisse il figlio nella stanza accanto) – Sì, vorrei proprio vedere un’altra vecchietta come me, attraversare indenne 24 ore come queste ultime mie!». Si arrestò perplessa! Era certo la prima volta che si autodefiniva con una parolaccia di tal genere ma era così maledettamente stanca da non avere nemmeno la forza di ribellarsi a sé stessa. Guardò il letto comodo e bello che suo figlio le aveva messo a disposizione. In un lampo, in un flash, le si ripresentarono vivide le ultime 24 ore.

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«E dai, babbo: che civiltà è?»

di Sandro Veronesi*

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Venezia in tre bellissimi scatti dall’album Facebook di Giuseppe Cozzi. Il fotografo di Legnano è coautore di “Il Bel Paese. Luoghi e genti d’Italia” della collana dell’Afi (Archivio Fotografico Italiano). Il libro è stato presentato ad Arles, la città francese che a luglio si trasforma in una immensa galleria per il meglio della fotografia di tutto il mondo

«Babbo, è questa Venezia

«No, non è ancora questa.»

«Ma tu hai detto che Venezia ha le strade fatte d’acqua, e noi stiamo viaggiando sull’acqua.»

«No, non stiamo viaggiando sull’acqua. Stiamo percorrendo un ponte, il ponte che porta a Venezia. Laggiù, vedi? Quelle case, quei campanili?»

«Sì…»

«Quella è Venezia.»

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