«Sixty is like the blow of a stone»

by Giuseppina Pieragostini*

Sixty is like the blow of a stone. A sort of lapidation with sixty big stones which go straight to the target. In case you’re a lucky woman, a sharp blow with no warning, while you’re thinking that everything is still to happen, love too, maybe. But, I mean, did you ever take a look at yourself?

Susan Sarandon durante la conferenza stampa di presentazione del Premio Kinéo svoltasi all’Hotel Excelsior di Venezia lo scorso 3 settembre. All’attrice americana è stato assegnato il Kinéo International Award. Nata a Jackson  Heights NY il 4 ottobre 1946, compie oggi 71 anni. Congratulations! Susan Sarandon attending a press conference at the Excelsior Hotel, during Venice Film Festival last september. Foto con il cellulare di Luca Bartolommei.

Above all, you walk as if you don’t have anything interesting left between your legs; then your forms, they stick with stubbornness to the most inappropriate areas of your body, so you’ll find those hips gone up to the armpits, to say nothing of the knees, which look more and more like stone-posts, your arms enlarged in the wrong part and your cheeks which thrive at their own convenience.

And it wouldn’t be over, but phenomenology has limits, too.
Pushing and clawing, present women in their fifties, gained a place, if not amorous, a bit winky al least, in the collective imagination and gave rise to an army of new Amazons in their shining armour, which look others right in the face.

You spent that period at a steady pace, showing off your mottled mop as if you got back to being that prepuberal girl with her head full of dreams; while Portia, again and again, my lifetime’s best enemy, never got off her spike heels and was changing, each three days, the shape and colour of her hair.

Approaching the end of the decade, a certain anxiety creeps in; if the colonization of the fifties has moved farther nobody’s land’s boundaries, that feeling keeps spreading itself, unknown and relentless and, unless you luckily die earlier, you must deal with it.
It’s useless to hang on to the last bits of age, dig in your heels on the edge of the abyss; once lost their arrogance, women get into the sixties dazed and disbelieving. Just an instant, and age, which was a grace to hide or show depending on the game, becomes an implacable master.

Continua a leggere

Annunci

«Sessant’anni non è un’età, è una sassata»

di Giuseppina Pieragostini*

Sessantanni non è un’età, è una sassata.

Susan Sarandon durante la conferenza stampa di presentazione del Premio Kinéo svoltasi all’Hotel Excelsior di Venezia lo scorso 3 settembre. All’attrice americana è stato assegnato il Kinéo International Award. Nata a Jackson  Heights NY il 4 ottobre 1946, compie oggi 71 anni. Congratulations! Foto con il cellulare di Luca Bartolommei.

Anzi una lapidazione con sessanta sassi di quelli belli grossi che vanno diritti al bersaglio. Se sei fortunata, un colpo secco che arriva a tradimento mentre pensi che ancora tutto debba accadere, magari anche l’amore.

Ma, dico io, ti sei guardata?

Prima di tutto cammini come chi non ha più niente d’interessante tra le gambe; le forme, poi, ti si arroccano protervie nei posti meno adatti ed è così che ti ritrovi quei fianchi risaliti imperterriti verso le ascelle, per non parlare delle ginocchia sempre più simili a due paracarri, le braccia ingrossate nella parte sbagliata e le guance che proliferano a comodo loro. E non sarebbe finita, ma c’è un limite a tutto. Pure alla fenomenologia.       Le attuali cinquantenni hanno conquistato, a spinte e zampate, un posto nell’immaginario collettivo se non proprio amoroso almeno ammiccante, dando origine a un esercito di nuove amazzoni senza macchia e senza paura che guardano dritte in faccia. Tu hai percorso quegli anni di buon passo esibendo la zazzera screziata neanche fossi tornata a essere quella ragazza prepubere piena di sogni; mentre Portia, sempre lei, la cara nemica di una vita, non scendeva dai suoi tacchi a spillo e cambiava ogni tre giorni, foggia e colore ai capelli.

Una certa inquietudine s’insinua verso la fine del decennio; se la colonizzazione dei cinquanta ha spinto più in là la frontiera della terra di nessuno, quella seguita a stendersi incognita e implacabile e se non hai la fortuna di crepare prima, ti tocca farci i conti. Hai voglia ad aggrapparti agli ultimi scampoli di età, a puntare atterrita i piedi sull’orlo del baratro; persa la tracotanza, le donne entrano stordite e incredule nei sessanta. Fino a un attimo prima l’età era un vezzo da mostrare o nascondere a seconda del gioco e un attimo dopo un padrone implacabile.

Improvvisamente il tempo non è più infinito e il futuro ti scoppia dentro la pancia come un palloncino punto con l’ago; sarà per questo che tuo marito s’è volatilizzato poco dopo, per riagganciarne un pezzo in compagnia di quella shampista sarda che funge da assistente. È successo anche a voi, che avevate sempre disdegnato i luoghi comuni, e che mai, avreste permesso all’ovvio di stendere la sua tovaglia a fiori sulla vostra vita.

Perché tanto vale che ti rassegni: i sessantanni riguardano solo le donne e solo per loro si presentano all’incasso tutti i conti rinviati a ogni scadenza, mentre i maschi, loro, passano di moratoria in moratoria come gli evasori fiscali.

Consumata l’euforia dei cinquanta, si assiste alla nascita di una nuova genia, dove sono tutte suore e zitelle, pure quelle che il marito ce l’hanno ancora. L’inesorabile trapasso degli ormoni della dipendenza, riscrive tutta la storia al contrario e gli uomini scappano come lepri davanti a donne che non hanno più bisogno di cantargli la novena. Ma, come farà Susan Sarandon?

«Il banale è entrato nella mia vita» sospirò tuo marito Gualtiero nell’annunciarti la sua dipartita, senza chiedersi cosa sarebbe entrato nella tua. Ed è stato più lo scoramento che il dispiacere; prima che aggiungesse altro, sei andata a prendere il guinzaglio per portare fuori Groucho. «S’intende che il cane resta a farti compagnia» ha miagolato lui. Hai detto soltanto «Non ne dubitavo» e sei uscita con il riottoso alle calcagna e con la consapevolezza che l’insignificante quadrupede rappresentava il primo embrione della campagna di disimpegno del professore tuo marito già allievo del Professore tuo padre. Te lo lasciò insieme al gomito del tennista e al ginocchio della lavandaia ché tanto al peggio eri già abituata.

Può succedere anche questo: che i sessantanni ti affranchino da certe incaute dipendenze che prima fai di tutto per procurarti e poi passi una vita a desiderare di liberartene e quando ormai ti sei rassegnata, zàcchete ti ritrovi nuda e cruda. Che gusto c’è ad avere sessantanni e non dirsi la spiccia verità? Tuo padre amava solo i suoi libri, tua madre adorava solo tuo padre, tuo marito venerava solo tuo padre e la carriera e tu facevi finta, con tutti e tre, che non ti serviva niente. Finalmente puoi accettare di chiamare le cose con il loro nome; senza pensare per questo, di morire fulminata. Se la vanità del lessico famigliare era stata insufficiente a suo tempo, a metterti al riparo dalla disillusione, tanto meno è capace ora a difenderti dall’irrimediabile mutamento del corpo. Le prime ad accorgersene sono state quelle stronze delle zanzare: fino alla scorsa estate tutte addosso come api attorno al miele, poi, improvvisamente, più niente. Il tuo odore era cambiato e denunciava un afrore sconosciuto, come se un’estranea ti si fosse rintanata sotto le ascelle. Allora ti sei annusata fin nei recessi; pure lì un odore privo di ogni messaggio che non fosse il disincanto.

La trasmigrazione dei peli è stata la seconda spia impossibile da ignorare: una vita ad ossessionarti con l’incomoda presenza e a un certo punto quasi tutti passati a miglior vita, chissà dove, chissà con chi. La prima reazione è stato chiederti se il fenomeno riguardasse anche Portia; appena due mesi meno di te e si comporta neanche fosse tua figlia: anche l’età sembra lasciarla a te come faceva a scuola con i compiti in classe. Lei prosegue imperterrita con tutti i capricci, le scollature e i ricci che tu non ti sei permessa neanche allora, tanto che lei ne ha abusato per due, senza vergogna. Mentre in te agiva una sciupafemmina che disdegnava ogni debolezza femminile, per di più incoraggiata da una cultura dominante dove non si andava dal parrucchiere e neanche dall’estetista, non ci si spalmava la crema solare, non si mettevano gli occhiali da sole, in compenso si calzavano mutilanti zoccoli di legno. Con conseguenze, alla lunga, raccapriccianti. La sciupafemmina, partorita per necessità e per malinteso, ha sprecato nell’isteria e nell’orgoglio mentale, la giovane femmina che avevi dentro, mentre sembrava ignorare, proprio lì, accanto a te, l’amica e rivale.

Insieme anche all’università, eppure Portia si risparmiò lo sciocco ’68, nessuna parentela o forse molta con l’argomento in questione. Mentre tu stavi al ciclostile, lei si laccava le unghie, mentre tu arringavi le folle con il megafono, lei seduceva il professore di filologia, mentre tu distribuivi volantini ad assonnati e renitenti operai, lei restava a dormire per levigare la pelle, mentre tu partivi a evangelizzare i pastori sardi, lei sfornava un figlio. Il primo di una lunga serie. Anche se accecata dall’ideologia, l’hai sempre saputo che mentre per Portia il centro del mondo coincideva con il punto esatto in cui stava lei, per te era sempre altrove, dove l’ombra lunga del tuo scontento non potesse raggiungerti.

Dietro le persiane chiuse, è rimasta prigioniera una figura di fanciulla che ormai solo tu puoi scorgere; ti guardi allo specchio e gli stessi occhi vedono la stessa ragazza di allora. Finché la tieni sotto il tiro dello sguardo, la tua immagine non muta, appena la perdi di vista, tutti si sentono autorizzati a farne quello che vogliono. Fuori, nel mondo accecato di sole, occhi estranei che non perdonano; non saprai perché ti guardano e cosa vedono. Quando incroci un uomo, magari un giovane uomo, la reazione è quella dell’eterna ragazza scontrosa che inizia un gioco d’amore fatto di repentini avvicinamenti e inaspettate sparizioni, poi ti sovvieni e lasci cadere la veste rubata.

La tua ultima foto per il passaporto ti ha messo davanti a un fenomeno perturbante: il tradimento era talmente vistoso, da far pensare a un errore, sicuramente uno scambio. L’impulso immediato è stato quello di rinviarla al mittente, non perché non fossi tu, ma perché non ti piaceva affatto quello che eri diventata. No, non come, ma proprio la cosa che eri diventata.

Poi quel riflesso di sguincio in una vetrina e il profilo risentito della zia monaca che ti guardava: stesso mento aguzzo e sfuggente, stesso naso aquilino, stessa boccuccia stretta a culo di gallina, identica criniera sulla fronte con la medesima fiezza bianca. I sessantanni hanno la peculiarità di dare corpo ai peggiori fantasmi infantili, anzi, di dargli il tuo di corpo e la strega maligna che si nascondeva sotto le guance di pesca e la bocca di ciliegia, esige che venga onorato il patto della culla. Non per farti gli affari degli altri, ma a Susan Sarandon succede proprio lo stesso?

Neanche bastasse, l’altro giorno un uomo che a te era sembrato vecchio bacucco, tu i maschi seguiti a guardarli neanche avessi sempre venti anni, ti ha ceduto il posto sull’autobus e dubiti che sia stato per galanteria. L’hai fulminato con lo sguardo e sei scesa due fermate prima. Hai ritenuto l’età, un accidente inessenziale, come tutti del resto finché l’anima sa persuadere il corpo a salire come una sirena sulla tolda della nave. Quando bastava uno sguardo, un alito, per sentirla, spudorata e curiosa, snodarsi con un guizzo come una di quelle flessuose strutture metalliche sotto costumi sontuosi.

Per un istante magico e infinito della vita, la coincidenza tra ciò che vuoi essere e ciò che gli altri vedono è perfetta, poi scema impercettibilmente fino a scomparire del tutto. Ora, il corpo, complice delle scorribande amorose, immaginarie le tue, reali quelle di Portia, si è fatto riottoso; l’anima, prigioniera di un involucro che ne ignora le serenate, sprofonda furiosa nelle viscere per non avere nulla a che fare con quella stessa sagoma che tu hai intravisto nella vetrina e da cui hai distolto repentinamente lo sguardo.

I – Continua

*«Gentile Paola Ciccioli, leggendo il blog ho avuto voglia di partecipare e ho pensato che questo racconto potesse essere adatto. È stato pubblicato anni fa su Toilet, è un problema?». Così, via mail, la psicologa e scrittrice Giuseppina Pieragostini, conosciuta a Roma grazie agli amici Eliana Ribes e Silvano Fazi, ci ha generosamente affidato questo suo racconto dal titolo “L’età dell’indecenza” che pubblichiamo in tre parti (in modo da gustarlo tutti meglio e pensarci un po’ su).

E ce ne costa lacrime st’America…

di Adele Colacino*

nyc

Foto di Annalisa Mongili: «Siamo al Ground Zero Memorial, qui è proibito mettere fiori. Si può solo nel giorno del compleanno della povera vittima di quell’orribile attacco. È un luogo di una commozione intensa. Mi fa amare ancora di più la città di New York»

Naturalmente Carmine’s, non avevamo dubbi, è un ristorante che ha origini italiane. Anzi per tutti è un ristorante italiano, meno che per gli italiani. È strapieno: di gente, di lampadari a gocce, di giganteschi ritratti a olio di ogni generazione che lo ha gestito, di fiori e di piante, di camerieri di ogni colore, filippini, coreani…

Continua a leggere

La scuola cambiava, io arrossivo e Gianni Morandi cantava “La fisarmonica”

di Eliana Ribes

eliana-per-nuovo-post

La nostra Eliana Ribes, qui in un recentissimo scatto durante un pranzo di famiglia, continua il dialogo a distanza con Mariagrazia Sinibaldi. I loro ricordi e le loro sensibilità si intrecciano (anche se non si sono mai incontrate di persona)

Cara Mariagrazia,

continuo il dialogo con te come interlocutrice perché è un modo di parlare di me che mi fa sentire a mio agio. Paola mi ha invitata a scrivere, scrivere ancora, ed io scrivo di quello che conosco meglio: la mia vita, sperando che altri ne siano interessati e ci ritrovino qualcosa di divertente o di emozionante che li riporti indietro nel tempo, perché essa, chiaramente, si intreccia in parte con la storia del costume italiano. Se così non sarà, pazienza; tu ti sei definita mia zia e sicuramente starai a sentirmi con piacere, Paola ha in comune il contesto in cui la mia vita si è svolta e ne sarà contenta.

Continua a leggere

«E dai, babbo: che civiltà è?»

di Sandro Veronesi*

venezia-apertura-giuseppe-cozzi

Venezia in tre bellissimi scatti dall’album Facebook di Giuseppe Cozzi. Il fotografo di Legnano è coautore di “Il Bel Paese. Luoghi e genti d’Italia” della collana dell’Afi (Archivio Fotografico Italiano). Il libro è stato presentato ad Arles, la città francese che a luglio si trasforma in una immensa galleria per il meglio della fotografia di tutto il mondo

«Babbo, è questa Venezia

«No, non è ancora questa.»

«Ma tu hai detto che Venezia ha le strade fatte d’acqua, e noi stiamo viaggiando sull’acqua.»

«No, non stiamo viaggiando sull’acqua. Stiamo percorrendo un ponte, il ponte che porta a Venezia. Laggiù, vedi? Quelle case, quei campanili?»

«Sì…»

«Quella è Venezia.»

Continua a leggere

«Got the book, e con autografo!»

di Giorgia Zucconi*

giorgina

Una donna, un uomo, uno sguardo d’amore. La foto è quella del profilo Facebook di Giorgia Zucconi e questo commento risale a giugno quando Giorgia e Mariagrazia si sono date appuntamento alla stazione Termini di Roma dove l’autrice di “È come vivere ancora. La vera signora del blog” ha consegnato all’amica una copia autografata del libro pubblicato dall’Associazione Donne della realtà (per informazioni e ordinazioni scrivete a donnedellarealta@gmail.com)

Got the book, e con autografo!

Spiritoso, autoironico, saggio, ben scritto. Alcune pagine le avevo già lette su Donne della Realtà ma mi sono divertita lo stesso. E come ho trovato bene Mariagrazia! Sprizza energia da tutti pori!

Un abbraccio.

Giorgia

Continua a leggere

Tutti intorno a Monica con la forza delle idee e la fantasia

di Angela Giannitrapani

Altradimora6-1

La giornalista Monica Lanfranco, al centro davanti al grande camino, insieme con gli ospiti accolti nella sua “Altradimora”. A destra si intravedono la scrittrice Angela Giannitrapani, autrice di questo post, e il marito Giampiero Masi

Cosa succede quando un gruppo di persone si ritrova in un antico casolare in mezzo alla campagna piemontese, in provincia di Alessandria? È facile averne un’idea andando a visitare il sito www.altradimora.it oppure partecipando ad uno degli incontri organizzati dalla padrona di casa Monica Lanfranco.

A me è successo qualche settimana fa. La cosa era stata organizzata per accogliere una nuova realtà editoriale, Anankelab, per parlare di donne, per conoscersi e confrontarsi con persone e gruppi che lavorano contro gli stereotipi e a favore di una società sempre più ampia ed accogliente. Monica, che dimostra dieci anni di meno di quelli dichiarati e che sembra averne dieci di più per le esperienze professionali e culturali che ha, è una donna che dilata la giornata e la vita seguendo tutte le sue attività, che a grappolo ne generano altre. Ma non sembra soffrire la fatica. Elisa Santini, responsabile di Anankelab, è una giovane editrice e imprenditrice che moltiplica creatività e intraprendenza, coniuga relazioni umane e strumenti digitali. Con due persone così gli ospiti potrebbero passare per un pubblico necessario alle altre due. Non è stato così. Non per me, almeno. Non mi addentro oltre nel profilo e nelle attività delle due donne, rimandando voi, se volete, a farlo. E resto sul pubblico.

Continua a leggere