Silenzio in sala, sullo schermo scorrono i difficili anni Settanta

Gian Maria Volonté e Florinda Bolkan sono i protagonisti del film di Elio Petri “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” con cui si è aperta oggi al MIC – Museo Interattivo del Cinema di Milano la rassegna “Gli anni difficili”

di Giovanni Grazzini*

Una delle colpe della mia generazione – dice il quarantenne Elio Petri – è di non avere contribuito abbastanza alla costruzione di una società veramente democratica. Evidentemente insoddisfatto della brava battaglia combattuta contro la mafia con A ciascuno il suo, Petri sbarca dunque, armi e bagagli, nel cantiere in cui si stanno gettando le fondamenta della democrazia: nel costume civile italiano e nei meccanismi psicologici che ragioni storiche e sociali hanno alimentato. Poiché, secondo Petri e il suo sceneggiatore Ugo Pirro, una delle falle più gravi è rappresentata dagli arbitrii che comporta il principio di autorità e dalla corrispettiva paura dei cittadini nei confronti della legge, ecco un film, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, che prende il problema di petto, chiamando a protagonista nientemeno che un immaginario funzionario della questura di Roma.

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Caro Zola, viva la gioia! Tuo Cézanne

di Paul Cézanne

“Les grandes baigneuses”, Paul Cézanne (Aix-en-Provence, 1839 – 1906). Philadelphia Museum of Arts (http://www.philamuseum.org/)

Aix, 9 aprile 1858

Buongiorno, caro Zola

 

Prendo la penna infine

E com’è mio costume

Ti dirò innanzitutto

Come nuova locale

Che un forte temporale

Col suo sforzo possente

Fa cadere in città

Un’acqua che fertile fa

Dell’Arc la riva ridente.

Sia la nostra montagna

Che la verde campagna

Sentono la primavera,

Il platano germoglia,

Si corona di foglie

Il verde biancospino dai bianchi fiori.

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Padri, madri, figli e dubbi

di Luca Bartolommei

Ecco un altro brano da ascoltare con i nostri figli. Il titolo, Father and son, è molto chiaro e non lascia dubbi sulle figure che animano la canzone. Due parole sull’album che la contiene. È il 1970 quando Steven Demetre Georgiou, questo il vero nome di Cat Stevens, pubblica il suo quarto LP, Tea for the Tillerman, che contiene, oltre a Father and son, altri brani di successo. Un disco gentile ed equilibrato, acustico e sognante.

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“Harold e Maude” è un film del 1971 diretto da Hal Ashby. La colonna sonora è di Cat Stevens, autore di “Father and son”, canzone sugli incontri e gli addii ai quali la vita ci chiede di prepararci

Alcuni brani dell’album furono inseriti nella colonna sonora di Harold e Maude, tenerissimo film del 1971, insieme ad altre canzoni di Stevens, diventando parte integrante del film stesso. Per inciso, la pellicola narra dell’incontro tra un ragazzo di diciotto anni e una signora di settantanove, della loro amicizia che si trasforma in amore, e pur finendo in maniera drammatica, rimane un tenerissimo inno alla vita. Da vedere, magari anche questo, insieme.

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La solidarietà che guarisce il mondo

di Maria Elena Sini

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Un’immagine da “Miracolo a Le Havre” del regista finlandese Aki Kaurismäki. Il film, come spiega in questa recensione Maria Elena Sini, si è distinto per intensità e qualità nella consueta e melensa programmazione della Tv natalizia (http://www.aki-kaurismaeki.de/)

Durante le feste la televisione ci ha propinato film traboccanti di buoni sentimenti: se siamo stati fortunati ci è toccato “La vita è meravigliosa“ di Frank Capra, che viene rispolverato per ogni Natale, se ci è andata male ci siamo beccati film melensi e stucchevoli su renne ferite, alberi di Natale consegnati in ritardo, regali smarriti etc…

Ma, per caso, facendo zapping da un canale all’altro, ho visto su Rai 5 il perfetto film di Natale, una favola moderna con una tematica attuale, che senza retorica e senza enfasi, con uno stile minimalista affronta il problema della clandestinità. “Miracolo a Le Havre” di Aki Kaurismäki è ambientato nella città portuale che dà il titolo al film, dove uno scalcinato lucida scarpe, Marcel Marx, con un passato di scrittore bohémien, entra casualmente in rapporto con un giovane migrante africano, Idrissa, arrivato dentro un container e sfuggito ai controlli della polizia che lo cerca. L’uomo, la cui moglie nel frattempo ha scoperto di avere una malattia che le lascia poco da vivere, si prende cura del ragazzo e cerca di fargli passare la Manica per raggiungere la madre in Inghilterra, facendo rete con i suoi amici del quartiere e cercando di eludere le attenzioni del commissario Monet. Marcel e Idrissa non hanno niente in comune, solo il senso della propria vita marginale e minacciata: l’uomo dalla paura di restare solo e il ragazzo dal fallimento del viaggio che doveva portarlo a Londra.

La denuncia sociale di “Miracolo a Le Havre” sta nella contrapposizione tra Marcel e i suoi amici, persone semplici che però si mostrano subito pronte ad aiutarlo e sostenerlo una volta conosciuto il suo piano per far arrivare il ragazzo in Inghilterra, e un sistema politico e giudiziario cieco e meccanico, nel quale però fortunatamente esistono ancora anticorpi d’umanità d’altri tempi. D’altri tempi infatti è tutta la comunità che abita intorno al porto e d’altri tempi è il commissario, una figura con una grande carica morale, implacabile nell’arrestare i criminali ma generoso con gli indifesi.

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Que viva Gabo!

di Gabriel García Marquez

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“Gabo – Il mondo di García Márquez” è in programma al MIC – Museo interattivo del cinema di Milano per tre domeniche nell’ambito della rassegna “Talenti” Sudamericani (17 marzo – 2 aprile 2017). Premio Nobel per la letteratura, Gabriela Garcia Marquez era nato ad Aracataca, in Colombia, il 6 marzo 1927 (http://mic.cinetecamilano.it/rassegne/talenti-sudamericani/)

Muchos años después, frente al pelotón de fusilamiento, el coronel Aureliano Buendía había de recordar aquella tarde remota en que su padre lo llevó a conocer el hielo. Macondo era entonces una aldea de veinte casas de barro y cañabrava construidas a la orilla de un río de aguas diáfanas que se precipitaban por un lecho de piedras pulidas, blancas y enormes como huevos prehistóricos. El mundo era tan reciente, que muchas cosas carecían de nombre, y para mencionarlas había que señalarlas con el dedo.

(“Cien años de soledad”, Gabriel García Marquez, Debolsillo 2007)

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La scoperta dell’America

di Marco Gigli

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Ecco il Gran Canyon che ha riempito di occhi di Marco Gigli, 13 anni-dicasi 13, alunno di terza media ad Ancona. In questo tema, ovviamente premiato con un tondo 10, Marco ha raccontato lo stupore della sua prima volta negli States la scorsa estate, in un viaggio avventuroso con papà Stefano, mamma Margherita (intesa come la giornalista Margherita Rinaldi) e la sorella maggiore Giulia. Le foto del post sono quelle della famiglia Gigli-Rinaldi

La California ci ha accolto calorosamente: con un bell’incendio. Durante le mie vacanze estive ho viaggiato nel sud-ovest degli Stati Uniti: Arizona, Nevada e California. La mia meta californiana era Los Angeles. Io e la mia famiglia ci volevamo arrivare con la macchina che avevamo noleggiato, percorrendo la Highway 15 e un pezzettino della Route 66, che collega Chicago a Los Angeles, cioè l’est degli Stati Uniti all’ovest. C’eravamo quasi, eravamo vicini a San Bernardino, quando mio padre dice: «Ragazzi laggiù c’è un incendio». Così abbiamo conosciuto anche i famosi incendi della California (per fortuna non i famosi terremoti, ma purtroppo il terremoto ci aspettava in Italia). Siamo finiti quasi in mezzo a uno dei più grandi incendi: 35 mila evacuati, abbiamo sentito il giorno dopo dal telegiornale. Nel giro di pochi minuti è scomparso il sole, coperto da una nube nera di fumo. Una macchina della polizia ha fatto da safety car in autostrada, ma mio padre ha subito capito che ci saremmo trovati incastrati in una coda chilometrica, così abbiamo cambiato strada, però in quella che abbiamo scelto c’erano un po’ troppe buche, allora abbiamo deciso: facciamo una sosta per il pranzo e facciamo il punto della situazione davanti alla cartina (e a un bel chili messicano).

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Cinema: piccolo grande amore

di Alberto Pezzotta e Anna Gilardelli*

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Le più belle foto realizzate da Luigi Comencini sono esposte dal 15 dicembre 2016 nel foyer di Spazio Oberdan di Milano in occasione del centenario della nascita (1916) del grande regista. La mostra è anche l’evento inaugurale delle manifestazioni con le quali per tutto il 2017 verranno festeggiati i 70 anni della Cineteca Italiana, fondata nel 1947 proprio da Comencini insieme con Alberto Lattuada. (http://oberdan.cinetecamilano.it/)

Le origini della Cineteca italiana affondano negli anni trenta, quando alcuni giovani appassionati di cinema, spesso futuri registi (Luigi e Gianni Comencini, Alberto Lattuada, Luciano Emmer, Luigi Rognoni) si raccolgono intorno a Mario Ferrari, poi scomparso prematuramente, cominciano a salvare vecchie pellicole dal macero e a organizzare proiezioni di film. Queste, dal 1936, diventano pubbliche, in sedi che vanno dal Cineguf presso l’Anteo di via Milazzo a un’ex macelleria nei pressi di via Farini.

Grazie a loro, nel 1940 i milanesi possono vedere per la prima volta La grande illusione di Renoir, inviato clandestinamente da Parigi da Henri Langlois della Cinémathèque Française. Durante la guerra il patrimonio della futura cineteca, che comprende pellicole condannate dal nazismo come L’angelo azzurro, trova rifugio a Vaprio D’Adda, nella cascina di un parente di Lattuada.

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