A Mammina e a chi deve affrontare “prove estreme”

Tra le testimonianze più forti e toccanti che abbiamo pubblicato nel nostro blog, c’è senz’altro quella di Mammina, Teresita Fantacone, violentata dai “goumiers” del Corpo di spedizione francese durante la seconda guerra mondiale a Esperia, in provincia di Frosinone. Soltanto in tarda età Mammina ha confidato il suo devastante segreto alla figlia Maria Luisa Marolda, chiamata in famiglia Zezè, che ci ha fatto l’onore di affidarci questo capitolo della storia personale e collettiva:

«Quando io avevo già superato i quarant’anni e lei gli ottanta, in uno di quei dolci discorsi dell’età avanzata più propensi alla confidenza, accertandosi che i nipoti tanto amati non fossero presenti, mi parlò per la prima volta del “fatto dei marocchini”. Non solo lei, ma tutti in famiglia con me avevano taciuto. Ricordo la sua voce decisa che si incrinava, mentre io, allibita, fissavo la sua pelle trasparente che non sembrava scalfita dall’evento oltraggioso subìto».

Di seguito pubblichiamo il commento di Carla Bielli, da sempre amica di Maria Luisa-Zezè. Entrambe animano il gruppo di lettura “Il vizio di leggere” del Centro anziani Monte Sacro di Roma. E proprio a Roma, in una domenica speciale di confidenze, tavola, brindisi, fiori, note e progetti, si è parlato di libri: da scrivere e da commentare… Non perdetevi il prossimo post. (Paola Ciccioli)

Teresita Fantacone, in famiglia “Mammina”, giovane e bellissima in un ritratto che proviene dall’archivio privato della figlia Maria Luisa Marolda

di Carla Bielli

Di questo racconto mi ha colpito soprattutto la forza di questa giovane e bellissima Mammina, unica capobranco della sua famiglia. Figli maschi e una ragazzina adolescenti, affamati e in pericolo costante di essere catturati e schiavizzati, una bambina piccolissima. Signorina di buona famiglia diventa abile a correre e saltellare sui sassi come e più delle contadine. Eppoi la prova estrema, trascinata nei cespugli da dove esce fuori e, stravolta e discinta, trova la forza di dare istruzioni utili al figlio grande: «zitto figlio, zitto». Ma questa forza la trasmetterà alle figlie ritratte bellissime nei giorni dei loro matrimoni, famiglie ricche di figli e nel caso di Zezè, anche di innumerevoli nipotini. Mi sembra che Mammina, nonostante la mortificazione alla sua splendida femminilità, abbia salvaguardato appieno i suoi progetti di donna e di madre e li abbia trasmessi alle proprie figlie. E d’altra parte chissà quante testimonianze di questo tipo potrebbero essere raccolte oggi tra “le madri coraggio” nei campi profughi o tra coloro che stanno fuggendo da morte sicura rischiando una morte molto probabile.

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«La Grande Guerra le aveva tolto il marito, l’amore di una vita e un padre per il figlio»

di Eliana Ribes

«”I fiori della guerra” è un’installazione realizzata dall’ Associazione artistico culturale Fucina Alchemica ad opera di Alessio Spalluto, che vuole ricordare il sacrificio e le sofferenze di tutti i militari caduti nella Grande Guerra». L’installazione, che rimarrà esposta al pubblico a Urbino (in via Domenico Gasperini) fino al 6 settembre 2018, è segnalata nel sito della presidenza del Consiglio dei ministri dedicato al centeneraio della prima guerra mondiale (http://eventi.centenario1914-1918.it/it/evento/i-fiori-della-guerra)

Continua il racconto su Maria Cosimi, che Eliana Ribes chiama «nonna Longhèna», diventata moglie nel 1914 e vedova nel 1915.

Nonna Longhèna si era portata in dote anche una collana di coralli veri, quanto mi sarebbe piaciuto ammirarla, ma negli Anni ’50 l’aveva venduta, come tanti altri abitanti della zona, a certi imbroglioni che passavano per le case e che gliela avevano pagata tre soldi. La fede, invece, l’aveva dovuta dare alla patria, come se non fosse bastato quello che le aveva tolto durante la prima guerra: il marito, l’amore di una vita e un padre per il figlio. Aveva dovuto dare ancora, per un’altra guerra, quella del Duce!

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Etichette e gentilezza per i nonni che si smarriscono in casa

di Sandrine Lavallé

“Cara Nonna”, testo di Sandrine Lavallé, illlustrazioni di Carlo Schneider (http://www.alzheimer.it/cara.htm)

Che bello oggi! I maestri sono in sciopero. Hanno deciso di non fare lezione. Allora, visto che Papà e Mamma lavorano, Daniela e io passiamo tutta la giornata dai nonni. È una bellezza andare da loro perché facciamo sempre un sacco di cose.

Prima di tutto, dobbiamo fare colazione per prendere delle forze. Il Nonno ce lo ripete sempre. La Nonna non vuole mangiare niente. Se ne sta in piedi e cammina intorno alla tavola. Guarda diritto davanti a lei come se non ci fossimo, come se non ci vedesse. Alle volte, la Nonna non fa più attenzione alle persone che le stanno intorno. E’ come se fosse in un altro mondo. Almeno, è quello che ci dice sempre il Nonno. Ma se la Nonna è strana, è colpa della sua malattia.

Dopo colazione, ci prepariamo per una passeggiata. Daniela si occupa della Nonna. L’aiuta a indossare il soprabito e le dà la mano. Io, invece, me ne sto col Nonno. Adoro le passeggiate. Il Nonno mi insegna cose nuove sugli alberi e sugli insetti. È davvero fantastico. Alla fine della passeggiata, quando arriviamo a casa dei nonni, la Nonna ha un comportamento strano.

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«La mia giornata ha un senso anche se vedo soltanto girare il sole»

di Eliana Ribes

Lida Bullorini Ribes in una intensa immagine della sua gioventù a Maestà di Urbisaglia. Anche adesso, che ha 94 anni, vive nel piccolo centro marchigiano dove è nata, come ha raccontato ieri la figlia Eliana e come leggiamo in questa seconda parte della sua storia (immagini dall’archivio privato della famiglia dell’autrice del post)

Adesso che anche tutti i nipoti sono cresciuti ed è diventata bisnonna, mia madre attende alle cose che gli anni, novantaquattro, e la salute le permettono di fare. Cura, nella bella stagione, il piccolo giardino e la pulizia del cortile, cucina, segue i programmi televisivi a lei più congeniali, un po’ legge e un po’ cuce o lavora a maglia. La coltivazione dell’orto le è stata vietata da noi figli perché la zappa e la vanga non giovano certo alla sua schiena e le procurano sbandamenti di testa; lei, però, a cipolle, agli, sedani, e altre erbe aromatiche non rinuncia e quest’anno ha trasferito le piantine in una striscia di terra adiacente al muro di casa , di cui sorveglia la crescita dalla finestra della cucina. Qualche colpo di testa, veramente, ogni tanto lo fa, come quando d’estate non resiste alla tentazione di cogliere i fichi maturi salendo sulla pianta con una lunga scala, con il pericolo di rompersi l’osso del collo o, più probabilmente, il femore. In quel periodo, allora, è meglio batterla sul tempo, raccoglierli tutti e farne piazza pulita, perché nemmeno le minacce più severe servono a dissuaderla dal piacere di quella operazione fatta in prima persona, con cui ha sempre accontentato parenti e amici.

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Canzone per Rita

di Erica Sai

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L’immagine è tratta dal video di “Canzone” di Lucio Dalla, citata da Erica Sai in questo ricordo familiare di Rita Barozzi, morta tre giorni fa a 102 anni (il brano è contenuto nell’album “Canzoni” del 1996)

Rita è morta. Poco fa, sì. Aveva 102 anni, quasi 103 perché li avrebbe compiuti all’inizio di maggio; il 4 per la precisione, proprio come Lukas (il mio quasi nipotino) che invece ne farà due. Non ero lì, però secondo me è morta come è vissuta: senza “disturbare”.

Rita era una parente dal mio ramo paterno, cugina di mio nonno Valente; il nonno che non ho conosciuto perché è morto troppo presto, troppo anche per mio papà che era solo un bambino. È stata madrina di battesimo di mio papà, per quanto ne so in passato erano stati tenuti abbastanza vivi i rapporti con mia nonna che raccontava qualche episodio. A quei tempi c’era anche Livia, una cugina che ha vissuto tutta la vita con Rita e che molti anni fa ha iniziato ad ammalarsi. Comunque, mia nonna non aveva un gran bel carattere, mal sopportava le pesantezze caratteriali di Livia, e non era una persona molto predisposta a tirare per le lunghe le relazioni di aiuto. È stata mia mamma ad entrare nella dinamica e prestare la sua mano. Con la spesa al supermercato, poi con i medici, con l’assistenza in generale. Da decenni possiamo ormai dire.

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Lettera alla nipotina della nonna Grande Ufficiale della Repubblica

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Una “spaziale” novità editoriale: http://www.scienzaexpress.it/ Rosa Oliva, meglio conosciuta come Rosanna, ha fondato la “Rete per la Parità” che tuttora presiede ed è stata nominata da Giorgio Napolitano Grande Ufficiale della Repubblica.

di Monica Marelli e Rosa Oliva*

Quando Irene arrivò davanti al portone, si alzò leggermente sulle punte e premette il pulsante del citofono. Salì le scale rapidamente, nonostante il pesante zaino sulle spalle.

La nonna Rosanna l’aspettava sulla porta: era appena tornata da una riunione in Comune, dove aveva discusso come ottenere l’apertura di un parco pubblico nel quartiere al posto di un centro commerciale.

L’assessore non la finiva più di parlare e Rosanna aveva temuto di non tornare a casa in tempo per accogliere la nipotina. Era in pensione ma il suo impegno per le questioni sociali era sempre presente nella sua vita. Così, dopo aver dato un bacio a Irene e averla aiutata a liberarsi le spalle dal pesante carico, le disse di andare subito a lavarsi le mani perché il pranzo era pronto.

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Una domenica nell’incanto di Nik e Hiske

di Adele Colacino

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Adele Colacino, che ha fornito anche le immagini di questo servizio, racconta una giornata piena di sorprese ed emozioni nel Musaba, il parco-museo di Mammola, in provincia di Reggio Calabria. In questa immagine, “Il sogno di Giacobbe”

Una domenica, trascorsa fuori di casa, mi ha fatto tornare il desiderio di condividere, scrivendo, le mie emozioni.

Quasi non chiedo informazioni sul giro che faremo, dopo un inverno trascorso in gran parte in casa per alcuni incidenti e accidenti che hanno liso pazienza e divano, esco per una escursione di gruppo.

Sarà una passeggiata di circa quattro ore, facile – dicono – per tutti, il gruppo esperto e preparato informa e consiglia bagaglio, vestiario, pranzo leggero al sacco.

Il mio piede sinistro e sinistrato di recente mi suggerisce di acquistare nuove scarpe e racchette di sostegno.

Si parte presto, ma sempre con la fatidica e consolidata mezz’ora di ritardo sull’ora prevista.

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