Violenza sessuale: un orrore che non fa distinzione tra guerra, pace, latitudini

di Maria Luisa Marolda

Maria Luisa Marolda, autrice con Carla Prosperi e Maria Galluppi di “Insegnanti allo specchio” (Omega Edizioni), ha raccontato sul nostro blog lo stupro subito da sua madre a Esperia, nel Frusinate, durante la seconda guerra mondiale da parte dei goumiers. Impossibile non pensare all’orrore delle “marocchinate” al centro del romanzo “La ciociara” di Alberto Moravia da cui nel 1960 Vittorio De Sica trasse il film che è valso l’Oscar a Sophia Loren. 

Paola Ciccioli ha chiesto a Maria Luisa di rileggere per il noi quel libro e di estrapolarne i brani a suo giudizio più significativi. Lei ha generosamente accettato e questo è il primo dei suoi contributi: grazie.

Questa immagine proviene dal diario Facebook del compositore Marco Tutino, autore dell’opera “Two Women”, ispirata a “La ciociara” di Alberto Moravia e andata in scena con grande successo prima a San Francisco e poi al Teatro Lirico di Cagliari. Nel ruolo della protagonista, Anna Caterina Antonacci (https://www.youtube.com/watch?v=RKpDviqIhTM)

Il ritorno eterno di forme ancestrali in lotta con quelle razionali dell’umanità riguarda anche lo stupro. Ogni violenza di questo tipo viene oggi pubblicamente condannata come inaccettabile, ma poi succede qualcosa che ci dice che quel giudizio è così poco radicato da far temere che ci sarà ancora e sempre la violenza sessuale. Mentre se ne parla tanto, con episodi che avvengono a tutte le latitudini, in pace e in guerra, in famiglia e nella società, la memoria svolge la sua funzione, che non è solo quella di ricordare, ma anche di scegliere i ricordi, attenuando ciò che insistentemente colpisce e può ferire. Forse questo sta accadendo anche con lo stupro, se dobbiamo credere a quell’“incredibile” notizia che si sarebbe pensato di girare un film porno dalla Ciociara di Alberto Moravia.

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Pippinetta e il capolavoro del dialetto

di Piero Feliciotti

Ci stiamo mettendo in cerchio attorno all’aròla, per usare il vocabolario di Giuseppina Pieragostini, e fare festa al suo “Il Vanto e la Gallanza. Il paese dei contadini raccontato nella lingua dell’origine” (Pentàgora) di cui la scrittrice parlerà a Roma sabato 20 gennaio, alle ore 18, nella Chiesa di Sant’Eligio dei Ferrari. Accolte dal Centro Studi Marche e con la partecipazione dell’Associazione Donne della realtà, racconteranno l’importanza di questo libro Marta Fattori, professoressa emerita di filosofia, e Letizia Carducci, esperta di “contadinanza”. Ma prima di cedere loro la parola, con grandissimo piacere facciamo un passo indietro e “riascoltiamo” la bellissima presentazione fatta a Macerata dallo psicoanalista Piero Feliciotti, membro del Forum italiano del Campo Lacaniano. 

Mario Giacomelli, “Paesaggio”, 1953/1963 (http://www.mariogiacomelli.it/)

È l’epopea dei Pieragostini, “li Sgattù ”, secondo il soprannome di famiglia. Mingu de Sgattò e La Mercanda sua moglie, stavano a li Pippieti con i loro dieci figli. Una famiglia di mezzadri di cui si racconta la vita durissima di fame e de tribulà, tanto precaria che potevano, da un momento all’altro e a piena discrezione del padrone, ricevere “la disdetta” ed essere cacciati dal podere.

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Il vanto, la gallanza e la lingua dell’origine

di Giuseppina Pieragostini

Sabato 20 gennaio Giuseppina Pieragostini, in collaborazione con il Centro Studi Marche e la partecipazione dell’Associazione Donne della realtà, presenta a Roma il suo premiato libro “Il Vanto e la Gallanza. Il paese dei contadini raccontato nella lingua dell’origine” (Pentàgora). L’appuntamento è alle ore 18 nella chiesa di Sant’Eligio dei Ferrari. Eccola la lingua parlata dai contadini del Piceno nel dopoguerra,  “ascoltiamola” direttamente dal primo capitolo, intitolato “La madre”. 

Osvaldo Licini, “Paesaggio marchigiano (Il trogolo)”, 1927 (http://www.archimagazine.com/blicini.htm)

‘Ha fatto l’appusa’ diceva la madre – che poi sarebbe stata la Mercanda – guardando in controluce la bottiglia di vino crudo intorbidata sul fondo e pareva contenta della novità ‘Speriamo che faccia la matre’.

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I “Barbisin” in uniforme al mercato dell’Isola

di Luca Bartolommei

Nell’immagine in formato Gif, creata dallo studio Boombangdesign, riconosciamo tutti il venditore di rose, elegante e gentile, ormai più “isolano” del bosco verticale. L’idea geniale di realizzare cartoline animate con i personaggi del quartiere è venuta alle creative Lorenza Negri e Caterina Pinto http://www.postcardsfromisola.com/

Ogni promessa è debito, quindi eccomi a completare la vista del cielo isolano con la metà che mancava, ovvero quella degli uomini, sempre con D’Anzi e Bracchi che mi aiutano a non fare troppo il serioso e mi accompagnano nella passeggiata per il quartiere.
Ebbene sì, anche una parte dell’Isola è citata dai Nostri, attraverso un personaggio che sicuramente faceva parte della fauna stanziale molti anni fa, ma guardandosi bene intorno, ancora oggi ne possiamo trovare qualche emulo.
Parlo del “Barbisin della Mojazza*” tipo da ligera, violento, rapido nell’uso del coltello, sciupafemmine che mangia carne tutta la settimana, oltre a pollo, zucchero, formagg de grana, (quindi si occupa anche di “borsa nera”, visto che siamo in guerra), e che spaventa tutti gli abitanti. Continua a leggere

Menestrelli senza frontiere sotto il cielo lucano

di Luca Bartolommei

Ritratti di famiglia in trasferta: Luca Bartolommei di fronte ai Sassi di Matera in uno scatto di Paola Ciccioli

È successo! Siamo andati in vacanza. Dodici ore di pullman per arrivare in Basilicata, vecchia maniera, bagaglio leggero (il mio no) e chitarrina in spalla.
Dello stupore che mi ha procurato questa terra insieme con la gente che la abita, diventato quasi psichedelico a Matera, scriverò magari un’altra volta, oggi l’urgenza è diversa.
Pubblicato il primo numero del giornale, ci siamo potuti permettere una breve fuga da Milano e dai computer, girellando tra mare sfortunatamente abitato da meduse e paesini arroccati su cocuzzoli dove si riusciva anche a respirare.
Ebbene, ecco subito il ricordo della signorina Giulia Brusadini, la mia insegnante delle elementari, che la geografia ce la insegnava, eccome, infatti sciorino a memoria a una incredula Paola i principali fiumi che sfociano nello Jonio da est a ovest: Bradano, Basento (ma nella poesia su Alarico e i Visigoti era Busento), Agri, Sinni, Crati, Neto. Sbam!  Continua a leggere

È nato ed è di carta!

 

Questa la lettera inviata da Paola Ciccioli a tutti gli iscritti all’Associazione Donne della realtà:

Carissime socie, gentili soci

dunque il giornale è nato e ora abbiamo anche un trimestrale cartaceo per veicolare i nostri contenuti e dare sempre maggiore visibilità e concretezza ai nostri progetti. Frutto di un lavoro di ricerca intensissimo, che ha generato risultati insperati, il trimestrale è stampato su una carta particolare (si chiama Modigliani bianco) che ne esalta l’originalità e la fattura artigianale.

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Cicliste all’Isola (con stile vario)

Testo e foto di Luca Bartolommei

Il murales all’uscita della metropolitana che colora la zona del quartiere di fronte al giardino condiviso “Isola Pepe Verde” di Milano dove, il 16 settembre 2017, si terrà “Ero straniero… ora sono milanese”, pomeriggio di cultura meticcia con la musica della Banda Dehors e molto altro (https://allevents.in/milan/ero-straniero-ora-sono-milanese/1814793451881225#)

Ogni canzone milanese deve essere crudele e sbarazzina, recita l’incipit de La “Gagarella” del Biffi Scala, composta dalla coppia simbolo della musica meneghina Giovanni D’Anzi – Alfredo Bracchi, di cui ho parlato ieri. Attraverso un brano, quindi, si possono prendere in giro usi, costumi e personaggi della nostra città con ironia tutta ambrosiana.
Proverò ad adeguarmi all’invito dei due maestri, non scrivendo rime e note ma soltanto un breve testo nato ascoltando, ma anche suonando, questa canzone che tanto mi piace e che mi dà l’opportunità di usare la mia lingua madre, il milanese.

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