La «razza italiana» trascinata nella fame e nella guerra

di Denis Mack Smith*

Immagine tratta dalla pagina Facebook di Cagnano Varano, «comune italiano di 7.266 abitanti della provincia di Foggia, in Puglia. Fa parte del Parco Nazionale del Gargano». (https://it.wikipedia.org/wiki/Cagnano_Varano) «Durante gli anni del fascismo (1941), nella cittadina ci fu una terribile rivolta portata avanti dalle donne cagnanesi, che, spinte dalla miseria e dalla povertà, si ribellarono contro il potere del podestà, cercando di scacciarlo dal paese». (https://www.laprovinciadifoggia.it/cagnano-varano/storia-cagnano.html)

Gli italiani, sia fascisti che antifascisti, combatterono lealmente in difesa del loro paese. Molti però sentirono fin dall’inizio che la loro era una causa sbagliata, e, a misura che le prospettive di una rapida vittoria andavano svanendo, la guerra diveniva sempre meno popolare. Mussolini fu costretto ad ammettere che aveva scarsa fiducia nella «razza italiana», dal momento che al primo bombardamento in cui fosse andato distrutto un quadro famoso, gli italiani si sarebbero lasciati prendere da una crisi di sentimentalismo artistico e avrebbero gettato la spugna. Giunse persino a dire che gli italiani del 1915 erano migliori di quelli del 1940, anche se un tale riconoscimento non parlasse certo a favore delle realizzazioni del fascismo. Gli italiani erano da lui definiti una razza di pecore. Diciotto anni non erano bastati a trasformarli; ci sarebbero voluti diciotto secoli o più. Il suo tentativo di galvanizzare la popolazione civile e di farle adottare uno stile di vita fascista era evidentemente fallito.

Nel luglio 1941 il sottosegretario all’Interno, il cinico Bufalini Guidi, ammise che l’antifascismo aveva radici ovunque, minaccioso e implacabile, anche se poco appariscente. I giornali ricevettero l’ordine di non far cenno alle code e della scarsità di generi alimentari. La gente stava diventando torpida e indifferente a misura che le teorie del fascismo venivano apertamente smentite dai fatti, e i soldati non nascondevano il loro sarcasmo nei confronti di un governo che li aveva trascinati in una guerra del genere in maniera così irresponsabile e senza una preparazione adeguata. Che cosa l’Italia avrebbe avuto da guadagnare dalla guerra non era chiaro. Tutti ascoltavano radio Londra, persino i generali e i dirigenti fascisti che volevano conoscere i fatti che la propaganda teneva loro nascosti.

Nella primavera del 1942 cominciarono a circolare voci di scioperi, di giornali clandestini e di carabinieri che sparavano in aria per tenere a bada assembramenti di gente affamata. Un’improvvisa decisione fascista di ridurre del 20% i prezzi non ebbe altra conseguenza che di far sparire dai negozi i generi alimentari, mentre per tutti i prodotti si stava sviluppando la borsa nera come necessario rimedio alla disorganizzazione ufficiale. Il prezzo della terra salì alle stelle a misura che la gente sfidava le disposizioni di legge e si affannava a investire in qualcosa di solido, e questa generale ascesa dei prezzi minò progressivamente l’attaccamento al regime delle categorie a reddito fisso.

Ulteriori sintomi di disaffezione si manifestarono in un nuovo conflitto con l’Azione cattolica nel 1941 e più tardi, dal maggio 1942 in poi, in una serie di purghe all’interno del Partito fascista stesso.

Ciano, Bottai, Grandi, Farinacci e Starace già nel 1941 avevano ricevuto all’improvviso l’ordine di abbandonare le loro comode sinecure e di prestare servizio militare attivo in prima linea: alcuni di essi apprezzarono l’occasione loro offerta di guadagnarsi altre decorazioni, ma altri non sentivano particolarmente questo desiderio, soprattutto quando il numero delle medaglie da distribuire fu limitato a evidenti abusi che si erano verificati. Venne quindi chiamato a dirigere il partito fascista un giovanotto di nome Vidussoni, il cui unico merito era la venerazione per il Duce considerato come un eroe, e sotto il quale l’organizzazione e la disciplina del partito si deteriorarono definitivamente. Solo l’esercito e i tedeschi tenevano insieme il paese. Il malcontento risultò soprattutto diffuso dopo le sconfitte militari e la crescente subordinazione alla Germania. C’era tuttavia ancora una residua fede nel carisma di Mussolini e non si vedeva neanche un barlume di rivoluzione.

*Storico, divulgatore, professore a Oxford, Denis Mack Smith è morto il 13 luglio a Londra all’età di 97 anni. Il paragrafo è tratto dalla sua “Storia d’Italia, dal 1861 al 1997” (Laterza, 1997), volume di 671 pagine che scorre come un romanzo. Queste pagine ci sono necessarie per sottolineare – perché è di nuovo indispensabile – le enormi sofferenze fatte patire alla popolazione dal fascismo e per introdurre la nuova creatura dell’Associazione Donne della realtà, il trimestrale cartaceo al quale stiamo lavorando in queste ore. Non vi distraete: racconteremo una canzone del 1941, tornata attualissima. (p.c.)

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2 thoughts on “La «razza italiana» trascinata nella fame e nella guerra

  1. Mussolini quando parla degli italiani fa un autoanalisi di sé stesso. I difetti che attribuisce agli altri sono esattamente tutti quelli che ha palesato sino alla fine. Certo il “l’entourage” di cui si circondava erano cortigiani nella migliore delle considerazioni: solo il genero Galeazzo
    Ciano (evidenziato dalla Storia come un “dandy” e un “libertino) di fatto fu l’unico che dopo aver frequentato Berlino avvertì Mussolini dell’abbraccio mortale con i Tedeschi che si accingeva a ratificare . Fu fucilato a Verona… quando già decaduto il Partito Fascista fu insensibile alle richieste della figlia Edda di salvarlo. Ciò che si addice a Benito Mussolini è “Benito chi? Il padre del pianista di jazz?”

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  2. Non condivido assolutamente, Graziano, e stigmatizzo con ogni mia energia chi cerca di sminuirne ruolo e responsabilità storiche. Benito Mussolini è stato un dittatore che, come scrive Denis Mack Smith, «giocava d’azzardo con il destino del suo paese». Paola Ciccioli

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