Silenzio in sala, sullo schermo scorrono i difficili anni Settanta

Gian Maria Volonté e Florinda Bolkan sono i protagonisti del film di Elio Petri “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” con cui si è aperta oggi al MIC – Museo Interattivo del Cinema di Milano la rassegna “Gli anni difficili”

di Giovanni Grazzini*

Una delle colpe della mia generazione – dice il quarantenne Elio Petri – è di non avere contribuito abbastanza alla costruzione di una società veramente democratica. Evidentemente insoddisfatto della brava battaglia combattuta contro la mafia con A ciascuno il suo, Petri sbarca dunque, armi e bagagli, nel cantiere in cui si stanno gettando le fondamenta della democrazia: nel costume civile italiano e nei meccanismi psicologici che ragioni storiche e sociali hanno alimentato. Poiché, secondo Petri e il suo sceneggiatore Ugo Pirro, una delle falle più gravi è rappresentata dagli arbitrii che comporta il principio di autorità e dalla corrispettiva paura dei cittadini nei confronti della legge, ecco un film, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, che prende il problema di petto, chiamando a protagonista nientemeno che un immaginario funzionario della questura di Roma.

Segniamo in rosso questa data: piaccia o meno il film, è la prima volta che il cinema italiano si butta a capofitto sull’ambiente della polizia e che la censura se ne rallegra. Se si pensa alla libertà con cui il cinema americano, da tempo immemorabile, porta sullo schermo poliziotti corrotti e scopre ignominiosi altarini perfino alla Casa Bianca, è difficile negare che l’uscita del film, nonostante la strumentalizzazione che ne sarà fatta, costituisce un importante passo avanti verso una società più adulta, tanto sicura di sé e della democrazia da potersi permettere di criticare istituti tenuti per sacri senza doversi continuare a difendere dietro al medievale paravento del reato di vilipendio. E questo si dica anche nei confronti di chi dà un’immagine apocalittica dell’Italia di oggi, augurandole quale toccasana regimi in cui il regista comunista Elio Petri, con un soggetto con questo tra le mani, andrebbe diritto diritto in un Lager.

D’altra parte il film, partendo dall’analisi d’una situazione locale, va ben oltre i nostri confini. Sollevatosi dallo choc derivatogli dal vedere colpito un tema a lungo considerato tabù, lo spettatore intelligente (ce n’è, ce n’è) non avrà difficoltà a comprendere che la polemica di Pirro e Petri, pur rabbiosissima, è qualcosa di diverso da un pamphlet contro la polizia italiana: è il «diario d’uno schizofrenico», la denuncia di una nevrosi che la cornice storica ha portato a estreme conseguenze e che si sta trasferendo dal privato al collettivo. Più in generale, è un lamento sulla deformazione morale e mentale cui conduce l’esercizio del potere quando è privo di controlli. A un livello filosofico (non a caso il film si chiude con una citazione da Kafka) è la contemplazione della miserabile condizione dell’uomo, servo d’un principio superiore, del mito della Legge e dell’Ordine, cui sacrifica la propria libertà e quella altrui.

Non impressionatevi. Il film di Petri, dopotutto, è un «giallo» tanto più saporito quanto più l’assassino, preso al laccio della paranoia, dissemina il terreno di indizi quasi per provocare se stesso. Il «ragionamento» fatto dal capo della squadra omicidi testé nominato capo della squadra politica (o meglio l’alibi che gli fornisce il suo inconscio devastato dal delirio professionale e dalle aberrazioni della sua amante) è all’incirca il seguente: per sapere se la macchina poliziesca di cui io sono una ruota è oliata a dovere, e se dunque io vivo nella realtà, vediamo cosa accade quando un poliziotto del mio rango compie un omicidio e fa di tutto per mettere i colleghi sulla buona strada. Se le indagini, arrivate al suo nome, deviano spontaneamente vuol dire che i conti tornano, che la funzione di tutore dell’ordine comporta come automatico appannaggio la certezza del diritto. Identificandosi l’autorità con la verità, anche il rovescio si realizza: lo studente che vuol cambiare sistema sociale, e manifesta in piazza, è un sovversivo, un criminale, un folle che vive nell’irrealtà. Dunque, giù botte.

La verifica si compie puntualmente. Il questurino uccide con una lametta l’amante, una sadomasochista che lo tradiva e lo umiliava, e sparge a bella posta tutta una serie di prove che lo accusano, ma nessuno lo sospetta, e chi ha qualche dubbio se lo tiene per sé. Poi l’assassino si accorge d’essersi spinto troppo avanti, e comincia a temere di essere scoperto, ma a questo punto è la macchina che gli viene in soccorso: fermato un gruppo di studenti per lo scoppio di certe bombe, al nostro sembrerà facile manovrare le cose in modo da far convergere i sospetti proprio su un capellone che potrebbe testimoniare contro di lui. Se qualcosa s’inceppa è perché il ragazzo, inconsapevole alter ego del poliziotto, ragiona come lui, limitandosi a ribaltare i termini del sofisma: io non ti denuncio perché al mio assolutismo fa comodo credere che quanti dirigono la repressione politica sono tutti criminali come te. Ormai poco importa come la cosa finisca (che il nostro confessi il crimine, sogni di non essere creduto, e il pubblico venga dimesso su un punto interrogativo): il sugo del film sta per noi in questo confronto tra due posizioni estreme, nella giustapposizione di due fanatismi demenziali che rischiano di bloccare la crescita razionale del consorzio civile e di trasformarlo in una rissa sanguinosa.

Petri, preso alla gola dall’attualità, e probabilmente compiaciuto del suo ruolo scandaloso, ha insistito su un solo versante, forzando le tinte nella pittura dei metodi polizieschi. Ma basta scalfire con l’unghia il suo film, ricordare il timbro esistenziale che accompagna la sua opera precedente, per toccarne il tessuto più vero, intinto di angoscia storica espressa in forme di paradosso. Impressione accentuata dalla struttura narrativa, da quell’aprirsi e chiudersi del film su toni grotteschi (il delitto iniziale, il rinfresco sul finire) che stringe in una tenaglia di sarcasmo il cuore realistico del racconto. Sicché dovremo guardarci, e dovrà guardarsi soprattutto lo spettatore allarmato, dal collocare l’Indagine tra gli esempi di una pubblicistica di opinione che fa esclusivo riferimento alla cronaca italiana. Questo è senza dubbio cinema politico, ma il suo discorso è a raggio più largo di quanto non voglia sembrarci: ha più parenti in un certo beffardo cinema dell’Est, soprattutto cecoslovacco e ungherese, impegnato nell’analisi degli arbitrii che comporta l’uso dell’autorità, che non nella polemica piazzaiola di certi nostri contestatori.

Realizzato con grande maturità di linguaggio, con un taglio asciutto e un ritmo che soltanto nella seconda parte perde qualche colpo, il film si giova d’un’ottima interpretazione di Gian Maria Volonté e di Florinda Bolkan. Mentre a quest’ultima sta a pennello la parte dell’amante che gioca alla cronaca nera, Volonté ha costruito il suo poliziotto con grande bravura riuscendo a far coincidere in un ritratto memorabile i connotati psico-somatici del personaggio e dell’interprete. Nel coro, benissimo affiatato, delle figure di contorno fa spicco, naturalmente, Salvo Randone.

13 febbraio 1970

Gian Maria Volonté è un poliziotto, l’affascinante Florinda Bolkan la sua amante. In questo post proponiamo una recensione d’autore del film di Elio Petri

*Giovanni Grazzini è stato il critico cinematografico del Corriere della sera e questa sua recensione è contenuta nel libro “Gli anni Settanta in cento film” (Universale Laterza, 1976), che è stato un testo su cui ho preparato l’esame di Storia del cinema a Urbino. Il testo di Grazzini sarebbe da riprendere in mano ciclicamente per quel che dice a proposito della deriva del giornalismo italiano che, evidentemente, si perde nella notte dei tempi. Oggi pubblico il suo parere sul film di Elio Petri perché proprio oggi al MIC – Museo Interattivo del Cinema di Milano con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è iniziata una rassegna dal titolo “Gli anni difficili, 1967 – 2017. Da Piazza Fontana a via Padova”. Organizzata in collaborazione con la Casa della Memoria, la rassegna andrà avanti fino al 4 maggio 2017. Vista la ricchezza del programma, torneremo di sicuro sull’argomento.

(Paola Ciccioli)

 

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