Il vanto, la gallanza e la lingua dell’origine

di Giuseppina Pieragostini

Sabato 20 gennaio Giuseppina Pieragostini, in collaborazione con il Centro Studi Marche e la partecipazione dell’Associazione Donne della realtà, presenta a Roma il suo premiato libro “Il Vanto e la Gallanza. Il paese dei contadini raccontato nella lingua dell’origine” (Pentàgora). L’appuntamento è alle ore 18 nella chiesa di Sant’Eligio dei Ferrari. Eccola la lingua parlata dai contadini del Piceno nel dopoguerra,  “ascoltiamola” direttamente dal primo capitolo, intitolato “La madre”. 

Osvaldo Licini, “Paesaggio marchigiano (Il trogolo)”, 1927 (http://www.archimagazine.com/blicini.htm)

‘Ha fatto l’appusa’ diceva la madre – che poi sarebbe stata la Mercanda – guardando in controluce la bottiglia di vino crudo intorbidata sul fondo e pareva contenta della novità ‘Speriamo che faccia la matre’.

Fu così che Pippinetta de Sgatto’ scoprì che anche l’aceto, proprio come essa, aveva una madre, e che se l’era fatta da solo, piano, piano, formando prima l’appusa. Questa matre era un pannicolo scivoloso che veniva trattato con riguardo perché non andasse sprecato. Mena de Marafo’, che quando c’era qualcosa da ruspare non mancava mai, se ne caricava a sfascio manco di aceto ne avesse una fabbrica.

Pure il caffè d’orzo, prima di berlo, bisognava aspettare che facesse l’appusa, anche il latte messo a bagnomaria nella pigna di coccio cagliava una matre scivolosa e bianca con cui si faceva il cacio e persino il siero che avanzava – messo a bagnomaria -s’appallottava a formareva la ricotta.

Poi scappò fuori che addirittura nella botte – coricata di nascosto sul fondo – c’era la matre del vino, un rimasuglio fragrante che faceva venire le lacrime agli occhi.

Tutte le cose erano vive e figliate da se stesse medesime.

La Mercanda ficcava le mani nella massa di acqua e farina che durante la notte la matre del lievito aveva fatto crescere fino all’orlo della màttara e, se era in buone, le faceva un pupetto di tritello che poi metteva a cuocere.

Aveva fatto lo stesso anche con essa? O si era impastata da sola, lì allo scuro, e quando aveva fatto la crosta era stata sfornata?

Più cresceva più la questione s’imbrogliava; dovunque ti giravi c’era una matre: era dolorosa nel rosario, era la chiesa più bella, dimorava nella stalla quando nasceva un vitello, stava chiusa nella camera dove partorivano le donne urlando come maiali scannati; ché il ritegno da quelle parti non sapevano manco dove stesse di casa.

Tutte madri che nascevano da un po’ d’appusa nel bicchiere del vino crudo.

Pippinetta non si faceva scappare niente e cercava di mettere ordine al mondo o forse cercava una scusante alla sua presenza, andando da Ponzio a Pilato.

Con le cinque sorelle si valiava così tanto che quelle si approfittavano di ogni circostanza per fare le grosse con essa. La notte di San Giovanni – che ricorre il ventiquattro di giugno – la Mercanda, che poi sempre la madre sua era, metteva nell’orto sotto la pianta del pruno, cinque bottiglie piene d’acqua con ciascuna una chiara d’uovo dentro. Dalle forme che nella notte si creavano, si capiva con chi si sarebbero maritate le figlie.

Come se ce ne fosse stato bisogno! Non s’era mai visto che una contadina sposasse altro che un contadino, a meno che non si facesse monaca o rimanesse rmasta come la zia Zoppa che viveva con loro, anche se vantava di far parte per se stessa. Solo la Mercanda, da figlia di spiazzina era addietrata a contadina e doveva pure ringraziare la Madonna visto che un padre non arrisultava.

Per lei, che a un certo punto aveva capito di esistere come Pippinetta, pareva che non venisse mai il momento di mettere la bottiglia sua, finché la Zoppa, che doveva essere successo lo stesso a essa, s’impuntò di mettergliene una. La Mercanda ebbe da ridire sulla chiara sprecata, e la frica, come sempre, non sapeva se dare ragione a essa o se le conveniva dare ciòccia alla zisa zoppa; guardò sconfortata quella cichetta d’appusa che non pareva tanto per la quale e che era calata subito sul fondo della bottiglia. Smaniò tutta la notte e il giorno dopo saltò giù all’abbonora per la frenesia di vedere se la chiara sua fosse andata a buon fine.

Nella schiarita della mattina la Mercanda, guizza di salice in mano, spingeva le figlie a piedi nudi per il prato coperto di guazza e le instradava verso la grande tinozza di legno – che era la stessa dove si faceva il bucato con la lisciva – e dentro la quale aveva lasciato sotto la serena della notte, l’acqua di pappi di rose, foglie di noce e di frunnusella. Quelle si bagnavano, schizzavano, strillavano; in tutta quella babilonia non c’era modo che considerassero la sorella più ciuca manco fosse dall’altra parte del fosso e non lì a due passi. La Zoppa le fece la grazia di spiegarle che facevano tutte quelle scene per essere in salute durante l’anno, ma doveva esserci qualche altra mira nascosta datosi che alle vecchie, alle maritate e manco alle zitelle irrancidite, l’acqua rosata non gli toccava proprio. Si vede che non spettava manco alle frichette ciuche come essa perchè nessuno la invitò alla festa e poté risparmiarsi l’incomodo anche per l’avvenire perché, da quell’anno, l’usanza non si portò più. Era nata dagli antichi, in un posto antico che stava sparendo come il sole verso il vespro, ma nessuno se n’era ancora accorto, in ispecie essa che si credeva che quello fosse tutto il mondo creato. Per l’intanto, aveva in testa solo la bottiglia sua e scappò a cercarla. Dopo anni avrebbe potuto raccontare, come fosse allora, cosa c’era dentro: una navicella bianchiccia tonda e grassa come una quaglia, con le vele rigonfie di vento, le sartie e le banderuole. Dindolava mansueta nell’acqua, pronta a cogliere il primo fiato di vento per fuggirsene via.

Da dove veniva? Chi ce l’aveva ficcata lì dentro? Era volata da sola nella notte piena di lucciacapende? Sarebbe durata per sempre?

Quello che più contava era che l’appusa sua avesse fatto la matre!

Cercò qualcuno che le facesse la vivàta, ma nessuna di quelle altre – che pure erano nate per mesticare – perse tempo a ispezionare la bottiglia sua e tantomeno a farle la festa.

Tanto valeva che se ne facesse una ragione; seguitava ad avanzare nella conta, nessuno la voleva tenere in conto e tanto meno da conto.

Bbuscò la bottiglia sua in una credenza nella soffitta, perché nessuno avesse da ridire, da canzonare e magari regalarla per dispetto a Mena de Marafo’ che di sicuro l’avrebbe data a Sperannétta, quella saputa della figlia sua.

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6 thoughts on “Il vanto, la gallanza e la lingua dell’origine

  1. Commovente e tenero il linguaggio che è tutt’uno con i fatterelli raccontati .Si vive in mondo lontano che si ripresenta nel nitore dei suoi sentimenti con effetto gradevolissimo. Grazie.

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  2. E’ una musica, una danza popolare, come tarantella o pizzicata o altro, non so, che ti mette movimento ai piedi e ti ritrovi a ballare prima ancora d’averlo pensato. Questa pagina è così. Immagino il resto…
    Sempre con gratitudine,

    Angela Giannitrapani

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    • Grazie, grazie. Ho cercato di mantenere il ritmo del racconto orale accanto al fuoco. Siamo partoriti prima da nostra madre e poi dalla lingua che si parla attorno a noi. La fortuna di essere parlati da un dialetto e il limite che questo ci impone. Insomma un discorso lungo. Lo faremo. Giusi

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  3. Questo libro ha suscitato in me un’incredibile meraviglia. L’ho letto un anno fa e ho pudore a commentarlo perchè ogni parola mi sembra banale. Mi ci rispecchio e vi ritrovo sensazioni e emozioni che aspettavano Guseppina per riaffiorare. Eliana

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