«Lucio Fontana mi disse di leggere adagio le mie poesie, e intanto lui disegnava»

di Lina Angioletti*

Lucio Fontana, “Ambiente Spaziale”, 1967. E “Ambienti/Environments” è il titolo della mostra «che raccoglie per la prima volta nove Ambienti spaziali e due interventi ambientali, realizzati da Lucio Fontana tra il 1949 e il 1968 per gallerie e musei italiani e internazionali». Dal 21 settembre 2017 al 25 febbraio 2018, Milano, Pirelli HangarBicocca, in collaborazione con la Fondazione Lucio Fontana (http://www.hangarbicocca.org/)

Un altro amico illustre è stato Lucio Fontana.

La prima volta che illustrò una mia raccolta di poesia fu attraverso l’Editore Arturo Schwarz; la seconda volta fu per la mia raccolta Discorso a Sergio, Edizioni del Triangolo, e fu dopo la morte del nostro Sergio.

Ricordo che io, che ero un pezzo di dolore e basta, andai dietro pressione affettuosa di Roberto Sanesi nello studio di Fontana; ero seduta da un lato del suo tavolone e lui dall’altro nel suo bellissimo studio di Milano, in corso Monforte.

Mi disse di leggere adagio le mie poesie, e intanto lui disegnava; molte volte buttava il foglio nel cestino, altre poche teneva il foglio disegnato e lo metteva da parte. Io leggevo e a poco a poco vennero fuori tre disegni stupendi; una sorta di aldilà dantesco con un vertice luminoso, una specie di albero di Natale, e un altro fiorito come un albero, ma con un tracciato diverso; rifiniti che li ebbe me li consegnò da dare all’editore, che nel caso era Roberto Sanesi.

Mi voleva regalare un piccolo ma prezioso quadro, me lo indicava appeso alla parete, ma io non accettai perché mi sembrava di approfittare della sua pietà e del mio dolore; lui capì e mi sorrise con gli occhi lucidi.

Tutte le volte che ci fu una mostra mi regalò il manifesto e una volta per la più importante me ne firmò uno; lo ricordo sempre dolce, buono con tutti, non parlava mai male di nessuno, anzi incoraggiava soprattutto i giovani; la sua voce mi ricordava un poco quella di mio padre e di altre persone maschili della mia famiglia, una voce forte, ma un poco, come dire, incrinata di tenerezza quando parlava a una donna, non soltanto a me.

(…)

Fisicamente Fontana era un uomo di statura media, ben piantato ma non grasso; una gran testa, un volto dai tratti ben disegnati, dai baffoni tagliati corti; lo ricordo sempre brizzolato, scattante nei movimenti, elegante con sobrietà, sorridente con la sua aria indulgente; una volta o due, non ricordo bene, siamo andati Vico ed io a trovarlo nella sua bella casa di campagna da lui disegnata, a Vergiate, dove passava le vacanze. Era molto attaccato alla moglie Teresita, custode fedele del marito amatissimo da vivo e da morto, gelosissima delle sue opere e delle sue memorie.

*Lina Angioletti tratteggia così il profilo di Lucio Fontana, «uno degli artisti italiani più influenti del XX secolo e fondatore dello Spazialismo, gruppo artistico nato in Italia alla fine degli anni ’40». La poetessa lo inserisce nella propria “biografia informale”, uno «zibaldone privato» che risale al 2002, cinque anni prima della sua scomparsa. E che, come scrive lei stessa nel “Congedo”, «è un po’ la mia storia privata ma anche un po’ la storia, per quanto riguarda il mio lavoro, del quarantennio che va dagli ultimi anni ’50 al 2000 e che furono fervidi, soprattutto i primi venti, di cose nuove dopo la seconda grande terribile guerra, che aveva schiacciato con la nostra giovinezza anche i nostri antichi valori, senza permettere l’emergere di nuovi».

(a cura di Paola Ciccioli)

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