Il bello dell’Isola è che qui «le persone si salutano per strada»

di Alberto Pellegatta*

Marina Previtali, “Veduta di P.ta Nuova, MI”, tecnica mista su carta, cm. 48×33 (2014). Scrive Maurizio Cucchi nel catalogo della mostra “Quartieri di poesia”, curato dalla Galleria Previtali: «Gli umani attrezzi, le macchine formidabili, le impennate e i generosi e assurdi slanci verso il cielo, che la mano dell’artista sembra quasi voler ridurre a un ritmo orizzontale, ancora inquieto, ma come vicino a negare il vortice di un progetto espansivo ormai remoto…» (http://www.galleriaprevitali.it/portfolio-item/portfolio-1/)

Parlare dei luoghi emblematici di questo antico quartiere milanese è fin troppo facile, molti sono scomparsi e altri ne sono nati: l’Isola produce continuamente simboli. Se Milano è il luogo dell’affanno produttivo, qui il tempo rallenta. Nessuna zona del centro può vantare una simile atmosfera, qui il rumore del traffico si allontana – per la difficoltà di trovare parcheggio e per il dedalo di sensi unici che scoraggia gli automobilisti – e le persone si salutano per strada.

A due passi da Brera, incistata sulle mura spagnole del Seicento, dove l’antica via per Como iniziava il suo percorso passando per l’attuale via Borsieri, fino al Dopoguerra l’Isola era un nucleo semirurale sviluppatosi intorno a due conventi.

Il primo era quello delle suore francescane dette d’Egitto di via Confalonieri, con la scuola materna, elementare e l’istituto professionale, bombardato prima e espropriato poi per la costruzione della metropolitana, mentre l’altro, dedicato a Santa Maria alla Fontana, fu voluto da Carlo II d’Amboise, cinquecentesco governatore di Milano, guarito dall’acqua della fonte locale, lì dove sorsero due secoli dopo le Fonderie Napoleoniche, che fornivano campane a mezza Europa. Il Cesariano, sempre nel Cinquecento, indicava Santa Maria alla Fontana come una delle tre strutture sanitarie più importanti della città, insieme a Cà Granda e Lazzaretto: luogo dove «li richi che forse de ogni negritudine vorano essere curati». Nel 1787 fu convertito in parrocchia, ricavando un ampliamento del quartiere da una porzione del soppresso cimitero di Porta Comasina – in cui erano sepolti Beccaria, Parini e Melzi d’Eril, spostati nel 1895 al Monumentale. Il progetto della chiesa della Fontana fu a lungo attribuito a Leonardo da Vinci – ma anche a Bramante e Cristoforo Solari – fino a che nel 1982 Grazioso Sironi ritrovò un contratto del 1508 in cui l’architetto Giovanni Antonio Amadeo compare come progettista. Autore di un trattato studiato anche da Leonardo, Amadeo curò importanti interventi come il tiburio di Santa Maria delle Grazie, i chiostri di Sant’Ambrogio, il tiburio del Duomo, il palazzo arcivescovile e il Lazzaretto.

Gli isolati del quartiere, rispondendo al piano Beruto, misurano 120 metri e suddivisi in lotti ortogonali.Lo stile prevalente è decisamente il liberty ma ritroviamo anche gli unici edifici costruiti a Milano dall’enfant prodige del razionalismo Giuseppe Terragni – in piazzale Lagosta per i galleristi Ghiringhelli, in via Perasto e in via Guglielmo Pepe con un edificio che sembra anticipare certi elementi della Scuola di Chicago e potrebbe stare sul lungomare di Miami. Il piano terra è spesso occupato da negozi (allora botteghe artigiane) e i cortili dai magazzini, mentre i piani superiori sono destinati ad abitazioni. Si distinguono due tipi di palazzi, quelli borghesi e più fregiati – con vetrate colorate unite a piombo, intrecci floreali di ferri battuti e tripudi di bassorilievi, con pianerottoli e ampi appartamenti dotati di servizi igienici – e i tipici palazzi a ringhiera, destinati alle piccole abitazioni operaie. Notevoli anche le case dei lavoratori dell’Ospedale Maggiore di Enrico Griffini e Manfredo Manfredi e l’antica dogana di via Valtellina – il futuro della Scalo Farini è ancora da scrivere, c’è chi dice che sarà un orto botanico e chi vorrebbe lì il nuovo stadio.

Da insediamento agricolo appena fuori le mura, nel corso del Novecento l’Isola divenne un quartiere popolare, per la vicinanza di fabbriche come la Tecnomasio-Brown Boveri, la Pirelli di via Ponte Seveso e l’Elvetica di via Melchiorre Gioia. Il piano urbanistico del 1953 immaginava un mastodontico viale che avrebbe spezzato il quartiere per collegar l’Arco della Pace a piazzale Lagosta. Negli anni successivi cominciarono gli espropri e la ferrovia della stazione Centrale (edificio liberty in piazza della Repubblica) venne arretrata fino alla nuova stazione di Porta Garibaldi. Corso Como fu dimezzato. L’instancabile opposizione degli abitanti dell’Isola e la mutata sensibilità bloccarono infine il progetto. Sopra i binari di Porta Garibaldi rimane un enorme spezzone stradale a sei corsie che avrebbe costituito il ponte del futuro asse viario. Fu intitolato a don Eugenio Bussa, parroco del Sacro Volto in prima fila contro l’attuazione del piano. A prestissimo la trasformazione del ponte in spazio esclusivamente pedonale attrezzato a giardino. Il boschetto di viale Restelli, lasciato in eredità dalla contessa Sommaruga al Policlinico che lo diede in affitto a vivaio Fumagalli, è stato invece abbattuto nel 2006 per fare posto al nuovo palazzo della Regione Lombardia, ribattezzato dagli abitanti il Formigone e costato oltre 500 milioni di Euro. È considerato il più grosso investimento pubblico a Milano dai tempi del Castello Sforzesco.

Anche durante la dittatura l’Isola, ruspante e coesa, offriva il terreno ideale per la resistenza – non a caso è il quartiere con il maggior numero di lapidi dedicate ai partigiani.  Un numero considerevole dei suoi abitanti combatterono i tedeschi in val d’Ossola. A perpetuare la memoria della liberazione venne posto in via Sassetti nel ’72 il monumento ai caduti di Carlo Ramous, ora in piazzale Segrino.

Se via Maroncelli è considerato il rifugio delle gallerie d’arte sfrattate da Brear e via Manzoni per lo stalking della moda (Il Milione, la Vinciana, Grazia Neri ecc.) l’Isola si è riempita dagli anni Sessanta di atelier di pittori – anni di osterie, cantanti di strada e bische clandestine. Grandi mestri come Costantino Guenzi, Giancarlo Ossola, Giovanni Campus e giovani artisti come Jonathan Guaitamacchi e Marco Petrus hanno avuto qui i loro studi. E proprio qui si è concentrato il più grande progetto urbanistico degli ultimi decenni, la costruzione di piazza Gae Aulenti e dei suoi vertiginosi palazzi, che proiettano Milano al vertice dell’interesse e del dibattito architettonico internazionale. Nuovi monumenti che già attraggono frotte di visitatori fotografanti. Secondo un’indagine giornalistica  la maggior parte dei nuovi residenti dei grattacieli – del Bosco Verticale di Boeri, per esempio, i cui giardini pensili contano 900 alberi e hanno meritato l’International Highrise Award – provengono dal centro storico. La piazza con tre fontane illuminate e il grande lampione di Artemide, ospita l’avvolgente Unicredit Tower, il grattacielo più alto d’Italia, del celebre architetto americano Cesár Pelli, che ha curato l’intero masterplan della zona. La bella e minuta struttura della Casa della Memoria, da poco inaugurata, custodisce invece l’archivio e le attività dell’Associazione Partigiani.

*Il poeta Alberto Pellegatta ha pubblicato il suo “ritratto” dell’Isola di Milano, di cui proponiamo una parte,  in Quartieri di poesia, Milano in una Galleria d’Immagini e di Voci (Meravigli edizioni, 2016) a lungo inseguito da Paola Ciccioli e alla fine “raggiunto” grazie al direttore artistico della Galleria Previtali, Lorenzo Valentino.

Ricordiamo che domani, 15 settembre 2017 (alle ore 18,30), nel cortile di via Guglielmo Pepe 16, sede dell’Associazione Donne della realtà nel cuore del cuore dell’Isola, Luca Bartolommei canterà e suonerà alcune delle più belle e divertenti canzoni su Milano e i suoi personaggi nell’ambito della Giornata del dialetto milanese promossa da Milano da vedere.

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