L’ipocrisia è confinata “in fondo al corridoio”

di Patrizia Carrano

Un libro importante, una mappatura tra immaginazione e note di cronaca delle reti affettive che, con l’ingresso nelle nostre case di personale di cura proveniente da ogni parte del mondo, cercano una parola nuova per il termine “famiglia”. Allo stesso tempo, una denuncia senza grida e senza appello della frattura tra sistemi valoriali teorici e comportamenti quotidiani, presente anche in dimore insospettabili.

A sinistra in fondo al corridoio di Patrizia Carrano (1000 e una notte, 2019), eccone un assaggio.

Patrizia Carrano con Willy, purosangue alto 1,71 metri al garrese, che la scrittrice definisce “il principe della mia allegria”

Nonostante fosse arrivata a Roma già da dieci anni, Melinda parlava un italiano improbabile, divertente nei momenti di buon umore, ostico se c’erano guai. Giulia scoppiava a ridere quando Melinda diceva di aver cucinato «i carciofi romanisti» oppure di aver trovato nel portone «la cullana» del cane della vicina. Ma si sentiva impotente quando Melinda ascoltava le sue parole con un sorriso dolcissimo, senza aver compreso quasi nulla. Melinda annuiva per gentilezza, per compiacenza, perché le dispiaceva ammettere di non aver capito cosa le si chiedesse di fare. Giulia aveva tentato di usare due o tre delle ore settimanali del suo servizio per insegnarle un po’ di italiano, ma Melinda si nascondeva dietro i panni da stirare – sempre piuttosto pochi, Giulia ormai viveva sola -, le scarpe da pulire – più numerose, visto che Giulia aveva più scarpe di un millepiedi. Invano Giulia s’era accanita a spiegarle che per integrarsi doveva masticare un po’ di italiano: Melinda annuiva, sorrideva come un benigno idolo orientale, ma era palese che dell’integrazione poco le importava. Per mitigare certe iniziali e inopportune impazienze, Giulia si ripeteva che se avesse dovuto prendere un aereo, stabilirsi a Manila, imparare la lingua filippina e gli usi delle case filippine, non ce l’avrebbe mai fatta.

Come molti suoi connazionali, Melinda lavorava a ore in più famiglie, dividendo un appartamento all’estrema periferia con altri quattro filippini, con i quali formava una ristretta enclave dove tutti usavano la propria madre lingua. Per rinnovare il permesso di soggiorno aveva dovuto lasciare l’impronta digitale del pollice – in seguito le avrebbero pretese di tutte le dieci dita – in una succursale della questura situata oltre il carcere di Rebibbia, dove era arrivata con due ore di autobus, impiegando un’intera mattinata. Il che aveva significato per lei una perdita secca di trenta euro, poiché la signora da cui sarebbe dovuta andare quel giorno le aveva scalato dallo stipendio le ore della sua assenza. Quando Giulia l’aveva saputo si era vergognata per lei.

Melinda e Santiago si erano conosciuti per caso, un giorno in cui il peruviano era passato a casa di Giulia a lasciare un documento: Melinda aveva aperto la porta con qualche diffidenza, come sempre faceva mentre era sola, ma quando Giulia era arrivata, soltanto dieci minuti dopo, li aveva scoperti a parlare amichevolmente – lui con il suo dolce accento latinoamericano, lei con la cadenza cantilenante e senza “effe” della sua gente – della coltivazione del riso. Perché Nicolas, il padre di Melinda e dei suoi undici fratelli e sorelle, era un contadino che coltivava riso nelle campagne dell’isola di Iloilo, situata proprio al centro dell’arcipelago delle Filippine. Così come Jorge Perez, il padre di Santiago, aveva coltivato riso nella regione amazzonica della Cajamarca.

Giulia s’era divertita a quello che aveva battezzato con voluta pomposità «un summit internazionale sulle risorse agroalimentari di Oriente e Occidente». Ma poco dopo la sua volenterosa risata s’era tramutata in singhiozzo. Quel giorno Santiago e Melinda avevano appreso del cancro e del prossimo ricovero in ospedale. Melinda, che lavorava da tre anni per lei, era piombata a sedere, affranta: al dispiacere che provava per la «signora bona» si univa la preoccupazione che la malattia finisse per condurre a un licenziamento. Giulia l’aveva rassicurata: «Semmai avrò più bisogno di lei durante la convalescenza».

Foto di Paola Ciccioli

Santiago, Melinda e Giulia, assieme a quanti erano stati informati dell’infausta novità, s’erano aggrappati all’idea che la malattia fosse un brutto incidente di percorso e che l’operazione avrebbe risolto il problema. Dopo l’esito negativo dell’intervento, la situazione s’era fatta più difficile: benché debole e sofferente, Giulia non se la sentiva di chiedere a Melinda di restare da lei l’intera giornata, lasciando le famiglie per cui lavorava, con l’unica prospettiva di rimanere presto disoccupata.

Il caso venne in loro soccorso: la sorella di Melinda era rimasta senza lavoro per la dipartita dell’ottuagenaria di cui si occupava. Così si era trasferita da Giulia, sistemandosi a dormire nello studio – nell’appartamento non c’erano doppi servizi – mentre Melinda continuava a fare lo scarno orario a ore per cui era stata assunta.

Melinda era puntuale, metodica e intelligente: il primo giorno di lavoro aveva chiesto una scala di alluminio con cinque scalini perché piccolina com’era non riusciva ad arrivare ai piani alti della cucina e figurarsi delle librerie. Si muoveva con i mezzi e conosceva a menadito gli intricati percorsi della rete filotranviaria e delle insufficienti metropolitane romane che la portavano da un servizio all’altro.

In virtù degli insegnamenti di un conterraneo – un trentenne dalla faccia di bambino di nome Merol, con un un diploma di tecnico informatico preso a Manila, ora lavapiatti in un ristorante italiano – aveva imparato a battersi con il computer, per parlare via skype con il marito e la figlia undicenne rimasti nelle Filippine. Melinda seguiva quotidianamente sua figlia Natàlia, «che deve studiare per diventare maestra o dottore» ripeteva a Giulia, grazie a lunghe e attente video-conversazioni settimanali: via skype Natàlia le mostrava la pagella, le faceva vedere la nuova divisa della scuola, le spediva la marea di foto che ogni studente occidentalizzato fa con il telefonino.

Giulia ascoltava quei resoconti pensando che i diecimila chilometri che separavano Roma da Manila erano assai più brevi della distanza intercorsa fra la casa dove lei era cresciuta con la Beppa e l’appartamento al Nomentano dove Clara abitava con Renzo. Senza saperlo Melinda realizzava a suo modo e con le sue forze l’equazione marxiana “quantità (d’amore) eguale qualità (di rapporto)” che Clara, pur spolverando e magari sfogliando i tomi di Marx sistemati in bella vista nella libreria del professore, non aveva mai conosciuto.

A portare Melinda in Italia, dove per qualche tempo era venuto anche il marito, poi rientrato a Manila perché incapace di adattarsi, era stato il medesimo, immutabile motivo di quasi tutte le migrazioni: la povertà


Secondo la classifica del Fondo monetario internazionale i filippini sono al 118° posto per il reddito pro capite. Però i filippini in giro per il mondo mandano ogni anno nel loro paese rimesse per 40 miliardi di dollari. Quanto il loro bilancio statale.


E dunque, come già aveva fatto Santiago, anche se il Perù è solo al 90° posto della medesima classifica, Melinda e i suoi fratelli si erano sparsi per il pianeta, in cerca di lavoro: un fratello viveva in Canada, uno si era imbarcato come marinaio su un mercantile tedesco, la più giovane faceva l’infermiera in Arabia Saudita, Melinda e un’altra sorella erano venute a ingrossare la schiera dei quasi duecentomila filippini che vivono e lavorano in Italia.

 

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