«Esta rosa de pena y palabras»

por Federico García Lorca*

“Te quiero”, “Ti amo”, uno dei messaggi lasciati sulla Rambla di Barcellona dopo gli attentati del 17 e 18 agosto 2017 che hanno riguardato anche le città di Cambrils e Alcanar, causando 29 morti (tra cui 5 terroristi) e 130 feriti. Foto Getty da https://smoda.elpais.com/moda/no-tinc-por-la-carta-de-amor-a-barcelona-de-artistas-y-personalidades-de-la-ciudad/

A un mese dall’attacco terroristico che ha insanguinato la Rambla, pubblichiamo, prima in spagnolo e poi in italiano, l’omaggio che il poeta Federico García Lorca fece nel 1935 alle fioraie di Barcellona, «donne con il riso franco e con le mani bagnate». 

Señoras y señores:

Esta noche, mi hija más pequeña y querida, Rosita la soltera, señorita Rosita, doña Rosita, sobre el mármol y entre cipreses doña Rosa, ha querido trabajar para las simpáticas floristas de la Rambla, y soy yo quien tiene el honor de dedicar la fiesta a estas mujeres de risa franca y manos mojadas, donde tiembla de cuando en cuando el diminuto rubí causado por la espina.

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«How, after wandering about villas and houses, the police helped me to find my way back home»

by Mariagrazia Sinibaldi – from Gatineau (Canada)

 Mariagrazia during her stay in Canada

Mariagrazia during her stay in Canada. Our senior blogger wrote about her holidays in the book “È come vivere ancora”, cured by Paola Ciccioli and published by Associazione Donne della realtà

The number 17, as you know, is a despicable number: coward, untrue and traitor. What would it have cost it to stay home and wait for the return of the signora Vecchiottina whom, with her 80 (and counting) years of age, had decided to travel across the ocean for her granddaughters’ graduation, already eighteen years old, but for her, signora Vecchiottina, always her “PIZZIRICCHIA”, her sweetie pie. Besides, just across the ocean, his cousin 17 served as a good luck charm!

But no sir! Her 17, stealthily, maliciously, had glued himself to her, and had arrived with her in Canada and when best he pleased, not caring about the local customs, struck mercilessly…

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«La mano dispettosa del tempo rimescola le caselline importanti della vita»

di Rosa Di Paolo

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Rosa Di Paolo in uno scatto pieno di luce a Trani, «una città di mare che mi piace tanto e che visito spesso, anche perché è ad appena una cinquantina di chilometri da Palazzo San Gervasio, il paese lucano dove abito»

Data la mia non più giovanissima età, i ricordi cominciano ad essere numerosi. S’intende, io mi vedo come sempre. Eppure non lo sono più. C’è voluto tempo per capire che non sono più la stessa. Le mie piccole rughe mi dicono che non sono più una bimba; ed oggi mi chiedo: quanto tempo ci vorrà per non dimenticarmi che non sono più la stessa di ieri?

Ai tempi della mia adolescenza, quando sentivo dire che il vero nemico è il tempo, non davo importanza a questa espressione. Adesso, a distanza di anni, mi rendo conto che invece è così.

Il tempo scorre inesorabilmente e ci lascia un carico di ricordi, a volte piacevoli, a volte un po’ meno, che comunque lasciano il segno e danno, altrettanto inesorabilmente, un’impronta al nostro carattere.

Non so cosa mi stia succedendo, ma è come se all’improvviso qualcosa fosse cambiato e il cambiamento, lo sappiamo, comporta sempre disorientamento perché ci costringe a separarci da “parti di sé sperimentate e consolidate implicando una riorganizzazione della propria identità”. E non è poco!

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Va’ pensiero sull’ali d’orate

di Elisabetta Baccarin

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Illustrazione da marketingjournal.it

sabato al supermercato per non prendere a calci la gente ho preso a sberle le orate.
perché la gente porta i bambini in gita al supermercato? perché?
perché si deve andare tutta la famiglia a fare la spesa?
alle casse gente in preda a crisi isteriche se il nastro non scorre a dovere,
se quello prima di te si imbrana con il pin del bancomat,
poi vai a casa e quella che tenevi sottobraccio e con la quale hai spinto il carrello nel limbo del centro commerciale,
la meneresti con il manico della scopa mentre vi accingete a fare 4 salti in padella,
che di uscire il sabato sera ormai è cosa impossibile.
ma non è colpa dei 2 figli che hai fatto e nemmeno del brutto tempo:
è colpa del fatto che se esci in 4 da casa per una pizza,
il conto è quello di una giornata sulle piste da solo.
quindi non vai più nemmeno a sciare da solo.
tua moglie ha una ricrescita che ce l’ha anche madonna e si illude sia alla moda,
ma non lo è e se lo dice da sola guardandosi allo specchio. Continua a leggere

All’Argentiera leggere e con la benedizione di Freud. La versione di Maria Elena (2)

di Maria Elena Sini

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La meraviglia dei colori dell’Argentiera nello scatto di Maria Elena Sini

Io e Mariagrazia, da quando ci siamo conosciute un paio di estati fa, ci teniamo in contatto attraverso Facebook, dato che tra Milano e la Sardegna c’è di mezzo il mare, ma ogni volta che lei viene a Sassari, patria d’elezione di uno dei suoi figli, riusciamo a vederci.

Questa volta l’occasione è stata determinata dalle vacanze di Pasqua e dopo un aperitivo in centro, nel corso del quale abbiamo avuto l’opportunità di vedere sfilare una delle processioni di Pasqua, abbiamo deciso di fare una gita nel giorno di Pasquetta, data canonica dedicata alle uscite fuoriporta.

Marco,  suo figlio, ha proposto di andare all’Argentiera e io ho aderito con grande piacere perché è una località tra le più suggestive della Sardegna per la particolare bellezza e varietà del paesaggio caratterizzato da montagne di pietra argentata che lambiscono la costa. Si tratta di un vecchio villaggio minerario in cui l’attività estrattiva è cessata nel 1963 e attualmente tutti gli impianti e gran parte delle abitazioni, costruite in un particolare stile con le pietre del luogo, sono in disuso e in stato di abbandono. Continua a leggere

Se in un giorno di festa due blogger della realtà all’Argentiera. La versione di Mariagrazia (1)

di Mariagrazia Sinibaldi

Mariagrazia e Maria Elena insieme all'Argentiera (foto  di Marco Cianciotta)

Mariagrazia e Maria Elena insieme all’Argentiera (foto
di Marco Cianciotta)

Tre erano le mete tradizionali per l’ancora più tradizionale gita fuori porta nel giorno di Pasquetta, a Roma, quando ero piccola io:

1) l’Appia Antica, fuori porta San Sebastiano, a raccogliere margheritine, che poi arrivavano a casa tutte smosciate, ma messe in un bicchiere con l’acqua si riprendevano e duravano qualche giorno… Mi chiedo, oggi, perché in un bicchiere… ma tant’è… a casa mia si usava così.

2) i Castelli Romani dove si trovavano le “fraschette” tipici locali en plein air con lunghi tavoli con tovaglie di carta e panche dove venivano offerte (pagando s’intende) fave freschissime, colte lì per lì, pecorino romano con la lacrima e la coccia nera. («Mariagrazia leva la coccia, diceva Mamma, ché è fatta col sapone e la cenere») e vino locale che scendeva giù per la gola verso lo stomaco, delizioso come acqua di fonte, ma quando ti alzavi… non ti alzavi… perché le ginocchia non reggevano più… era arrivata la ciucca.

3) Monte Mario al di là del Tevere (Nonna alzava gli occhi al cielo, con fare drammatico) dove si arrivava con un sferragliante tranvetto e dove c’era un posto (non posso definirlo altrimenti) come al solito con lunghe panche e tavoli, senza tovaglia questa volta, e con un grande cartello: “SI ACCETTANO CLIENTI CON CIBI PROPRI”… e lì i romani si sbizzarrivano in grandi teglie di paste al forno.
Ogni volta che pensavo a questi posti così tipicamente romani, mi prendeva sempre un senso di nostalgica malinconia.
Ma quest’anno no.
Quest’anno ho passato la Pasqua a casa di Marco in Sardegna : ha cucinato lui, da gran chef, minestra stracciatella, abbacchio con i carciofi legati con l’uovo e limone, puntarelle condite con salsetta di alici aglio limone e olio… uovo di cioccolato e colomba… mancava la pizza col formaggio… ma insomma, contentiamoci… per il resto le tradizioni sono state rispettate.
Il giorno di Pasquetta abbiamo fatto la gita di prammatica che è stata la più emozionante che mi potessi immaginare. Continua a leggere

Lo scontrino da 80 euro di Pina Picierno e le riflessioni di una cassiera quasi psicologa

di Erica Sai

Erica Sai

Erica nella versione studentessa fotografata da Matteo Cozzi.

Che dire, la notizia sugli 80 euro che bastano per una spesa di due settimane mi ha fatto riflettere. Sarà perché mi piace analizzare le questioni e dirne sempre almeno una contro, sarà perché sono una cassiera del fine settimana, sarà perché studio Psicologia (quindi, a quanto pare, automaticamente una persona strana) o sarà probabilmente per l’intrecciarsi di queste cose, ma questa notizia mi ha fatto riflettere. Oddio, diciamo che quando ho visto il titolo mi è venuto un sorriso che potrebbe essere tradotto con le parole: ma figuriamoci un po’. Però, è stato solo uno sguardo veloce alle notizie, niente su cui pensare davvero; anche perché, si sa, tra il titolo di un articolo e il suo contenuto spesso ci passa un mondo (e spesso anche tra contenuti e fatti reali, ahimé!). Quindi, a parte quel sorriso e un pensiero non definito, tutto è caduto velocemente nell’oblio.

A riportarmi alla mente la stonatura ci ha pensato Paola  con una telefonata.

Avevo già l’idea che una somma del genere venisse abbondantemente spesa in una settimana, non due, ma ho passato i turni di lavoro successivi alla chiamata prestando un po’ di attenzione sistematica “sul campo”. Continua a leggere

Quel mezzo milione di telespettatrici che ha voltato le spalle al più soft “Avanti un altro!”

di Chiara Pergamo

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Gerry Scotti con la Bonas, eloquente presenza femminile fissa della trasmissione di Canale 5

Dall’inizio di aprile ad Avanti un altro! la musica è cambiata, o meglio, la nave ha cambiato capitano: a condurre la trasmissione di Canale 5 è arrivato Gerry Scotti, presentatore di grande esperienza e chiara fama, ma dallo stile apparentemente inconciliabile con quello del programma, disegnato come un abito sartoriale su un Bonolis cinico come mai prima. Sì, Scotti potrà anche tirar fuori qualche lato un po’ più oscuro di sé stesso per ambientarsi nell’aria che tira, ma non perderà mai del tutto i suoi modi affabili, familiari e garbatamente paciocconi che gli hanno donato il soprannome di “zio Gerry”.

Nei suoi 30 anni di vita televisiva, il conduttore pavese ha costruito un modello di presentatore gentile, adatto alle famiglie, un viso che si accoglie in casa con piacere dallo schermo della Tv, che piace ai bambini, alle donne e anche alle anziane: loro che se quando prendevano parte allo show durante l’era-Bonolis diventavano l’oggetto prediletto delle gag di Avanti un altro!, mentre ora vivono quest’esperienza con più serenità e simpatia. Per dirne una, se Scotti sceglie tra il pubblico un’anziana, le chiede sempre come si chiama e per tutta la puntata si rivolge a lei col suo nome: Bonolis, per tutte le tre stagioni che lo hanno visto al comando, non ha mai chiamato nessuno col proprio nome reale, ma solo con appellativi da lui appiccicati al malcapitato di turno. Continua a leggere

Scelsi LUI’, così persi mia figlia e trovai la sua

di Adele Colacino*

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Il mio nome era ROSAROSSA

Ho attraversato paesi e città, ho conosciuto la miseria e il lusso.

Nascere in una famiglia povera, nascere donna, nascere in un paese del Sud, non è una combinazione vincente – spesso significa dover lottare e pagare caro ogni passo, in ogni giorno di tutta la vita .

Le scelte da farsi erano sempre per il male minore : scappare lontano, proteggere la figlia in ambiente sicuro e riprenderla quando sembrava che una vita normale fosse possibile e poi, quando ogni pezzo faticosamente s’incastrava finalmente al suo posto, arriva la passione, arriva l’amore difficile, complicato.

Ancora una scelta lacerante, saltare tenendo le mani sugli occhi e sulle orecchie per non sentire, per non vedere il dolore degli altri, quello di un’altra donna, quello dei suoi figli bambini, lui che aveva per me e per mia figlia una casa, forse un futuro.

Andare via e prendere dalla vita quanto sembrava mi spettasse, infine.

Altre città, altre case, altri giorni .

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“Imagine” il giorno degli avanzi a Central Park

Testo e foto di Alba L’Astorina da New York

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Nei miei ricordi di quando vivevo a Napoli, il giorno successivo a Pasqua, la Pasquetta, è sempre stata una giornata delirante. Bellissima, per carità, salutare! Chiunque decida di uscire dalla propria casa e godere di una giornata di moto all’aria aperta fa una cosa a mio avviso buona. Solo che nel giorno della Pasquetta vigeva per i napoletani una sorta di obbligo a trascorrere la giornata fuori casa che, come è possibile immaginare, rendeva molto affollate le località classiche verso cui tutti si dirigevano: Ischia, Procida, il bosco di Capodimonte, il monte Faito, la spiaggia di Miseno, e intasava di traffico le strade per raggiungerle. Ovunque si andasse, la giornata aveva per tutti un clou comune: il consumo degli avanzi del cibo di Pasqua, che non erano mai parchi: casatielli, tortano, ricotta salata, salame, uova sode, cioccolato e, ovviamente, la pastiera napoletana!

La nostra Pasquetta al Central Park di New York è stata decisamente più sobria e incentrata sul nutrimento dello spirito piuttosto che su quello del corpo; niente pastiera, casatiello e abboffate post feste, al massimo un hot dog o un gelatino presso i venditori ambulanti che si trovano nel parco. E soprattutto niente imbottigliamenti nel traffico, perché New York è una città dove ci si muove con facilità e a costi contenuti con i mezzi pubblici, sia che si vogliano percorrere brevi distanze, sia che ci si voglia spostare verso Long Island, Coney Island o a Brooklyn sull’Est River, ad est di Manhattan. Continua a leggere

Bella Ciao ce l’aveva nel cuore

di Elisabetta Baccarin

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Quest’anno è diverso: per tanti motivi, per poche ragioni.
Un motivo…
Ci siamo trovati a cantare sulla Cisa, venendo via da un inferno sapendone uno migliore.
Almeno da vent’anni non cantavamo insieme ed è stato un bel modo per dirsi qualcuna delle ultime cose sentendone ogni stonatura. E poi Ettore mi ha chiesto: ma noi siamo partigiani perchè siamo partiti?
La sua testa, mannaggia… ma tanto Bella Ciao ce l’aveva nel cuore e se l’è ricordata tutta!
Sarà più difficile questo 25 Aprile: ce n’è uno in meno che canta con noi. Quest’anno scrivo poco, ma canterò più forte dalle Langhe di quel Johnny che gli piaceva molto.

*Questo è il secondo “appunto partigiano” di Elisabetta, datato 2004.

Appunti partigiani

di Elisabetta Baccarin

 

Elisabetta Baccarin

Elisabetta Baccarin

L’altroieri un tassista, circa 50 anni: tragitto lungo per lavoro in milano nel traffico. Partiti da un commento a una radio, arrivati parlando di radiopopolare e della cronoscalata delle grazielle. E in mezzo gli appunti partigiani e la diversità delle nostre considerazioni.

«…e che balle mio nonno… E quel cazzo di fucile, che ogni venerdì sera tornato a fine della settimana di lavoro, lo tirava fuori e lo puliva e lo ingrassava. Solo nel ‘77, quando lui stava male, glielo abbiamo buttato. Sarà ancora giù, nel Villoresi. E un bottiglione se ne andava tutte le volte che iniziava a parlare… sono stufo ancora adesso di tutte le volte che da piccolo mi ha raccontato la storia della sua brigata!».
Voci. Continua a leggere

Donne e uomini su Facebook, corpi e volti

di Marco Biella*

Marco Biella

Marco Biella

Che cosa mi rappresenta meglio? Le mie idee o il mio aspetto? Chi vince nell’eterna lotta tra essere e apparire? Queste domande, spesso lasciate a una filosofia approssimativa, possono trovare risposta se chi se le pone indaga con metodo.

Negli ultimi anni sono apparsi alcuni studi su come le persone si presentano e sugli effetti che le varie strategie hanno su chi si presenta (Saguy e colleghi 2010) e su chi osserva. Ciò ha riportato in luce strumenti che possono tornare utili per determinare se un soggetto, nella presentazione di sé attraverso le immagini, attribuisce maggior importanza al viso (nel quale vengono generalmente rappresentati i tratti propri delle idee e degli stati mentali) o al resto del corpo (generalmente legato all’aspetto fisico). L’indice di prominenza facciale relativa ideato da Archer nel 1983 è quello che ho scelto per questo lavoro in quanto si adatta perfettamente all’ambiente e al materiale esaminato.

Se la letteratura scientifica ha fornito ottimi strumenti per l’implementazione della mia ricerca, ha trascurato il campo in cui essa si muove. Nonostante la proliferazione di lavori di analisi del contenuto proposto dai vari mass-media, ci si è concentrati prevalentemente su quelli più classici come riviste (Hatton e Trautner, 2011), programmi televisivi, immagini pubblicitarie (Archer 1983), e così via trascurando in nuovi e sempre più ingombranti media emergenti i quali sono caratterizzati da una comunicazione bidirezionale e interattiva, a differenza del vecchio sistema che prevede una comunicazione unidirezionale, e non seguono una linea “editoriale” indirizzata da un unico editore di riferimento ma sono costruiti dal basso, grazie alla partecipazione degli utenti. Continua a leggere

Felicità, che l’ultima prepotenza fu quella di troppo e il velo andò alle ortiche

di Adele Colacino

Adele Colacino con le donne della sua realtà

Adele Colacino con le donne della sua realtà

Parlerò di loro e delle storie che a loro appartengono e che, per averle vissute venendone a conoscenza o soffrendole o godendole insieme, sono diventate anche storia mia.

Le battezzerò con i nomi che, secondo il mio istinto e la mia fantasia, sarebbero stati più adatti, come abiti cuciti sulla pelle e non acquistati da un calendario o già usati da una nonna .

Metto la mano nel sacchetto come si fa a Natale quando si gioca a tombola e rimesto facendo tintinnare il contenuto, momenti sospesi, le immagino intorno a me con gli occhi amati e i sorrisi ironici, in attesa di vedere cosa combino mescolando la mia memoria alle emozioni vissute in comune, ma che certamente hanno lasciato segni diversi nella storia di ognuna.

E improvvisamente le mie dita sono timide e lontane dalla tastiera, sarò capace di raccontare senza sbavature, senza urtare negli spigoli che la memoria nel tempo arrotonda o affila fino a cambiare la forma dell’avvenuto?  Continua a leggere

«Il piccolo lanciacacca si è montato la testa»?

di Lucia Vastano*

Lucia Vastano fotografata da Paola Ciccioli alla fine  degli Anni '90 nella vecchia casa milanese di Paola

Lucia Vastano fotografata da Paola Ciccioli alla fine
degli Anni ’90 nella vecchia casa milanese di Paola

Forse voi tutti farete fatica a crederlo, ma il mio primo lavoro non è stato per niente edificante: gettavo escrementi sulle scarpe dei turisti per conto di una shoe shine di Connaught Place, lo stesso al quale poi si rivolgevano le vittime designate per farsele pulire.

«E’ una vergogna, sahib, ma cosa ci vuole fare, questi piccoli disgraziati si divertono come possono. Sono figli della strada. Non hanno un padre e una madre che li educhi. Faranno tutti una brutta fine» mugugnava servilmente il mio capo.

«Ma non si preoccupi, sahib, noi indiani non siamo tutti così, noi rispettiamo gli ospiti stranieri. Le scarpe io gliele pulisco gratis, anche quella che non è stata offesa. Saranno entrambe più belle di prima, sahib».

Non era un caso che il mio boss utilizzasse con tanta generosità il termine sahib per riferirsi agli stranieri. Sapeva che quella parola della nostra lingua la conoscevano tutti molto bene e si sentivano gratificati a sentirsi chiamare così. PadroneContinua a leggere