«Per raggiungere la sua casa di sposa, mia madre dovette soltanto attraversare la strada»

di Eliana Ribes

Lida Bullorini con il fidanzato, e poi marito, Giuseppe Ribes. Eliana dedica ai suoi genitori un omaggio sincero ed è la madre Lida, che ora ha 94 anni, a conquistare il centro di questo racconto che è anche la perfetta descrizione di una generazione di donne semplici e allo stesso tempo straordinarie (entrambe le foto del post provengono dall’archivio privato dell’autrice)

Mamma ha 94 anni, è autosufficiente, tenace, orgogliosa e con tanta voglia di vivere. Abita ancora nella sua casa, quella che l’accolse il giorno delle nozze, settantuno anni fa. Per raggiungerla dovette solo attraversare la strada, perché si trovava di fronte a quella dei suoi genitori, lungo la statale 78, a Maestà di Urbisaglia. Andò in famiglia, come si diceva allora, cioè la famiglia oltre al marito comprendeva la suocera e una zia.

Adattarsi alle abitudini della nuova casa per lei non fu semplice. Veniva da una famiglia incentrata su una figura paterna abbastanza autoritaria, dove ogni cosa doveva stare “al suo posto”, mentre in quella del marito il capofamiglia era stato un povero vecchio, il nonno Enrico, morto solo un mese prima del loro matrimonio. Babbo, testardo com’era, aveva detto: «O mi sposo entro l’anno o non mi sposo più!», anche se la madre non era affatto contenta perché erano in lutto stretto. Così si sposarono l’11 novembre del ‘45. Nella famiglia di babbo c’era stato un salto di una generazione: il padre non l’aveva mai conosciuto perché era morto in guerra otto giorni prima che lui nascesse. Babbo era un uomo buono, simpatico, lavoratore, intelligente, ma fragile di fronte alle responsabilità. A mamma bastò poco per capire che le redini della famiglia doveva prenderle lei; alla fatica era avvezza, ma al ruolo di capofamiglia no.
Mamma, dopo le elementari, a dieci anni, era andata ad imparare un mestiere, quello di magliaia, perché il padre voleva che le figlie, nella vita, fossero indipendenti economicamente. Il suo ingresso nel mondo del lavoro lo aveva anticipato perché aveva fatto la primina. A scuola era già intraprendente e fantasiosa, teneva addirittura due diari, uno per lei e uno per una sua compagna vicina di casa, perché la maestra richiedeva a tutti gli alunni questo esercizio giornaliero. Riusciva così a rimediare qualche soldino, con cui poteva comprare qualcosa al mercato o alla fiera del paese. Quando iniziò a fare l’apprendista magliaia si ritrovò con delle ragazzine che avevano poco più della sua età ; tutte insieme non perdevano l’occasione, quando uscivano da quella casa, che di fatto era anche laboratorio di maglieria e di sartoria, di fare giochi all’aperto, tipo fazzoletto, campana, nascondino.
A quattordici anni andò a lavorare “su lu stabbilimentu”, una fabbrica di calze, sia da uomo che da donna, che era stata aperta a Urbisaglia, dove già lavorava la sorella Dina, più grande di lei. Quando ne parla sembra che quel lavoro fosse solo un piacere, ma se si approfondisce l’argomento viene fuori che l’attenzione e la disciplina dovevano essere massime, che non si poteva nemmeno alzare gli occhi perché si trattava di una vera e propria catena di montaggio. Si lavorava in due turni: quattro ore di lavoro e quattro ore di sospensione, per complessive otto ore, dalle cinque del mattino alle nove di sera. La fabbrica la raggiungeva sempre a piedi, insieme ad acune compagne di lavoro: al mattino erano assonnate, ma la sera ritornavano a casa contente e cantando.
La guerra prima mise in crisi lo stabilimento, poi lo fece chiudere. Fu così che mamma riprese in mano il lavoro che aveva imparato da piccola: la magliaia. Questa volta a domicilio, perché il padre con intraprendenza e qualche sacrificio riuscì a comprarle due macchine per maglieria. Quelle stesse macchine, una che lavorava la lana “grossa”, l’altra che lavorava la lana “fina”, unite da un cavalletto, mamma, una volta sposata, le sistemò nella sua nuova casa, dove portò non pochi cambiamenti. Capì ben presto che i pasti non venivano preparati con la stessa cura di casa sua ed erano di poca sostanza.

Lida Bullorini, la mamma di Eliana Ribes, in una foto da ragazza a Maestà di Urbisaglia, il piccolo centro della provincia di Macerata dove si è sposata settantuno anni fa e dove tutti la conoscono come “la magliaia”

La suocera era una donna, per sue vicende personali, troppo ripiegata su sé stessa e poco aperta alle novità che si incominciavano a intravedere. Le minestre e la verdura cruda, che non richiedevano tempi lunghi di preparazione, erano all’ordine del giorno. Allora mamma, per non “passare avanti” alla suocera, incominciò a chiederle : «Mamma cuociamo una padellata di patate all’arrabbiata?», ma quella le rispondeva: «Fijja mia ce vòle troppu ccunnimento!». Allora proponeva: «E se facessimo le erbe cotte?», «Lida mia, adè troppu sciattamento!» ribatteva nonna. In breve tempo si stancò di chiedere, anche perché babbo ritornava dal lavoro in bicicletta e aveva bisogno di cose un po’ più sostanziose, e fece di testa sua, con quello che si poteva permettere in quegli anni così difficili. Così tutti mangiarono più contenti, nonna per prima. Il ghiaccio era stato rotto.
Io in mezzo alla lana io ci sono cresciuta. Gomitoli e matasse da dipanare, tutto sui fusi, che anche io contribuivo a preparare con un avvolgitore che giravo a mano. A me piaceva l’odore della lana e da esso ne riconoscevo la finezza. Lana Gatto, Borgosesia e lana di pecora, dall’odore acre e forte. Con le lane industriali mamma faceva le maglie “per sopra”, lavorate con maestria anche a rombi o righe, alternando i diversi colori. Con la lana “grossa” di pecora, che le famiglie contadine producevano in casa, confezionava maglie “per sotto”, sottovesti, calzettoni, pancere, mutande lunghe da uomo. Le sottovesti venivano rifinite con un merletto, fatto all’uncinetto, di solito rosa o celeste, e questa operazione la faceva mia nonna. La lana di pecora variava molto di morbidezza a seconda dell’abilità di chi l’aveva già lavorata, in particolare da come le era stato “cacciato l’olio”. Io avevo l’impressione che quelle maglie intime potessero scorticare la pelle a chi le indossava.
I contadini, però, avevano bisogno di maglie così pesanti perché lavoravano all’aperto e perché anche le case erano tanto fredde: l’unico locale riscaldato di solito era la cucina e le camere erano disposte intorno a questa. Anch’io di freddo ne ho patito tanto. La sera babbo andava a dormire molto presto, invece mamma, per lavorare, molto tardi, così quando stavo cascando dal sonno mi coricava vicino a babbo, nel loro letto matrimoniale. Le camere stavano al piano superiore e si gelava, perché erano senza riscaldamento. Quando più tardi mamma mi abbracciava per portarmi nel mio letto freddo, io, nel dormiveglia, per non andarci, tentavo di aggrapparmi all’armadio.
L’aspetto più bello del lavoro di mamma era il contatto che aveva con la gente di campagna, che veniva da lei anche a distanza di chilometri, perché non c’era un’altra magliaia che potesse lavorare sia la lana grossa che la lana fina. Vedere in casa tante clienti mi affascinava, perché ognuna aveva le sue caratteristiche. Erano donne semplici, spesso pagavano in natura, con forme di pecorino fresco, ricotte, erbe ed altri ortaggi, ed io mi affezionavo a tutte e aspettavo sempre che ritornassero. Qualcuna, a volte, se il lavoro era urgente e non poteva ritornare, si fermava ad aspettare anche delle ore, finché mamma non lo ultimava. Qualche rara volta consumava con noi il pranzo che si era portata. La loro compagnia per me era un vero regalo. Ci furono anche due o tre ragazze che per un certo periodo vennero a imparare il mestiere, giovani e simpatiche, alle quali io stavo sempre appresso, cercando di richiamare la loro attenzione.
La domenica mattina, in occasione della messa, mamma consegnava la maggio parte dei lavori, disposti in vere e proprie pile. Ricordo che una volta una cliente mi chiese se volevo andare a pranzo a casa sua. All’inizio ero incerta e risposi che non potevo perché a pranzo c’erano le tagliatelle. La signora mi assicurò che anche a casa sua si mangiava la “pasta fatta a casa”, ed io allora, curiosa di tutto, mi lasciai convincere e partii con lei. In tavola c’erano sì le tagliatelle, ma la famiglia era molto numerosa, una quindicina di persone, la quantità di pasta molto abbondante e il condimento scarso! Ci rimasi un un po’ male, perché a casa mia erano meglio condite e più gustose. Quando ritornai e raccontai a mamma l’avventura lei ci fece una bella risata e, se glielo ricordo, ci ride ancora. Questi erano rapporti di lavoro, ma anche di amicizia e solidarietà; mamma li aveva tessuti dentro casa nostra, per me erano veramente rassicuranti e adesso che la vita sociale si è tanto impoverita li rimpiango tanto.
A lei debbo però dare un ulteriore vanto: mamma ha sempre scritto bene, anche se i suoi studi si erano fermati alle scuole elementari, perché possedeva il gusto dello scrivere, la scrittura era per lei una dote innata che l’istruzione superiore avrebbe potuto solo affinare se avesse potuto permettersela. Quando scriveva alle due sorelle emigrate in America, Dina ed Ennia, io spiavo ogni sua parola, seguivo riga riga ogni sua frase, appollaiata sullo schienale della sedia che lei occupava. Ero sicuramente fastidiosa, ma mi sopportava, forse un po’ contenta di tutto l’interesse che dimostravo.

(1. continua)

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2 thoughts on “«Per raggiungere la sua casa di sposa, mia madre dovette soltanto attraversare la strada»

    • Bellissima storia, bellissima realtà (per chi sa ben guardare). Grazie alla nostra Eliana per averla scritta e grazie alle migliaia, sì, migliaia, di persone che l’hanno letta e condivisa. E grazie anche a te, Sandro, per questo commento e per i saluti che ricambio, ciao!

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