Germana Marucelli e le disubbidienze di una “sarta” al regime

di Fernanda Pivano*

In questa foto del 1934 di Emilio Sommariva un modello della sartoria Ventura di Milano, rilevata alla fine degli Anni ’40 da Germana Marucelli. http://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-2y010-0006395/ «I modelli del Ventura» sono celebrati in musica anche ne “La gagarella del Biffi Scala”, la canzone scritta da Giovanni D’Anzi alla quale è dedicato il primo numero del trimestrale dell’Associazione Donne della realtà

A Milano impazza la settimana della moda. Ma, attenzione, prima degli stilisti c’erano sarti e sarte. Soprattutto sarte!

Germana aveva vent’anni e allegramente si prese il compito più difficile delle sartorie di quel tempo. Presto conobbe tutti i vicoli, i negozietti più segreti di Parigi dove trovare quel certo bottone o quella certa fibbia senza i quali i modelli rifatti in Italia non avrebbero potuto essere venduti come originali. Soprattutto sviluppò presto una capacità di memoria visiva tale che il famoso venditore di copie Guido la definì «una Zeiss di precisione».

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«La Grande Guerra le aveva tolto il marito, l’amore di una vita e un padre per il figlio»

di Eliana Ribes

«”I fiori della guerra” è un’installazione realizzata dall’ Associazione artistico culturale Fucina Alchemica ad opera di Alessio Spalluto, che vuole ricordare il sacrificio e le sofferenze di tutti i militari caduti nella Grande Guerra». L’installazione, che rimarrà esposta al pubblico a Urbino (in via Domenico Gasperini) fino al 6 settembre 2018, è segnalata nel sito della presidenza del Consiglio dei ministri dedicato al centeneraio della prima guerra mondiale (http://eventi.centenario1914-1918.it/it/evento/i-fiori-della-guerra)

Continua il racconto su Maria Cosimi, che Eliana Ribes chiama «nonna Longhèna», diventata moglie nel 1914 e vedova nel 1915.

Nonna Longhèna si era portata in dote anche una collana di coralli veri, quanto mi sarebbe piaciuto ammirarla, ma negli Anni ’50 l’aveva venduta, come tanti altri abitanti della zona, a certi imbroglioni che passavano per le case e che gliela avevano pagata tre soldi. La fede, invece, l’aveva dovuta dare alla patria, come se non fosse bastato quello che le aveva tolto durante la prima guerra: il marito, l’amore di una vita e un padre per il figlio. Aveva dovuto dare ancora, per un’altra guerra, quella del Duce!

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Canzonette di massa e di governo

di Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto*

Maria Callas durante le vacanze a Ischia nel 1957 (foto dal diario Facebook di Jose Luna). La grande soprano fece il suo debutto in palcoscenico nel 1939 al Teatro Olympia di Atene nel ruolo di Santuzza nella “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni, che prese la tessera del Partito nazionale fascista nel 1932 (http://www.treccani.it/enciclopedia/pietro-mascagni_%28Dizionario-Biografico%29/)

Consapevole di quanto le motivazioni ideologiche e culturali fossero importanti ai fini del consenso, il fascismo dedicò un’attenzione tutta particolare al mondo della cultura e della scuola. La scuola italiana era stata profondamente ristrutturata, già nel 1923, con la riforma Gentile: una riforma, ispirata ai princìpi della pedagogia idealistica, che cercava di accentuare la severità degli studi e sanciva il primato delle discipline umanistiche (considerate come il principale strumento di educazione delle élites dirigenti) su quelle tecniche, relegate a una funzione nettamente subalterna. Una volta consolidatosi, il regime si preoccupò di fascistizzare l’istruzione sia attraverso il controllo dei libri scolastici e l’imposizione, dal 1930, di «testi unici» per le elementari. Nel complesso il corpo docente si adattò senza grosse resistenze alle direttive del regime: anche se la fascistizzazione fu spesso superficiale, dal momento che molti insegnanti, formatisi nel clima culturale di prima della guerra, continuarono a svolgere il loro lavoro come avevano sempre fatto, senza concedere al fascismo nulla più che un’adesione generica.

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Le “nozze sacrileghe” degli emigranti italiani con le donne tedesche

di Richard J. B. Bosworth*

Un’immagine storica: le operaie e gli operai del polverificio Sipe di Spilamberto, in provincia di Modena, scioperano per la pace il 28 luglio 1943 (http://www.allacciatilestorie.it/2017/03/21/eventi-daniel-degli-esposti-marzo-2017) In questo stabilimento, ora dismesso e giustamente meta di trek della memoria, si è verificata durante il fascismo una protesta tutta al femminile: tre donne furono arrestate e poi licenziate, altre diffidate. Contro le operaie venne minacciato l’uso della “mitraglia” (http://www.istitutostorico.com/)

Nel giugno 1940 l’Italia era entrata in guerra senza un piano, lacuna che non fu mai completamente colmata. Ciononostante, ben presto i progetti per un nuovo assetto delle frontiere divennero una questione centrale della riflessione politica. Già il 26 giugno Ciano stilava una lista dei desiderata, che prevedeva l’annessione di Nizza, Tunisi e della Corsica, della Somalia francese e britannica, di Aden, Malta, Iraq e Terra Santa. A tali annessioni doveva sommarsi una sorta di protettorato italiano su alcuni paesi «indipendenti»: Cipro, Egitto, Siria, Libano e il resto della Palestina. L’ipotesi di un eventuale controllo sul Canton Ticino, e i dettagli sulle forniture petrolifere nazionali, aggiungeva umilmente Ciano, potevano essere valutati in un secondo tempo. C’era poi la questione della Iugoslavia, sulla necessaria e urgente liquidazione della quale il «genero» concordava con Hitler. Si calcola che, durante l’occupazione tedesca e italiana, siano morti tra 1,5 e 1,7 milioni di iugoslavi, pari all’11 per cento della popolazione d’anteguerra. Sull’esatta natura dell’infausto accordo si attende ancora un’adeguata analisi storiografica, ma nel 1940 il Führer fu lieto di lasciare all’alleato il dominio dell’Adriatico, pur aggiungendo, con poco tatto, che le forze tedesche non avevano bisogno dell’aiuto italiano per quella che riteneva l’imminente, trionfale invasione del suolo britannico.

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La «razza italiana» trascinata nella fame e nella guerra

di Denis Mack Smith*

Immagine tratta dalla pagina Facebook di Cagnano Varano, «comune italiano di 7.266 abitanti della provincia di Foggia, in Puglia. Fa parte del Parco Nazionale del Gargano». (https://it.wikipedia.org/wiki/Cagnano_Varano) «Durante gli anni del fascismo (1941), nella cittadina ci fu una terribile rivolta portata avanti dalle donne cagnanesi, che, spinte dalla miseria e dalla povertà, si ribellarono contro il potere del podestà, cercando di scacciarlo dal paese». (https://www.laprovinciadifoggia.it/cagnano-varano/storia-cagnano.html)

Gli italiani, sia fascisti che antifascisti, combatterono lealmente in difesa del loro paese. Molti però sentirono fin dall’inizio che la loro era una causa sbagliata, e, a misura che le prospettive di una rapida vittoria andavano svanendo, la guerra diveniva sempre meno popolare. Mussolini fu costretto ad ammettere che aveva scarsa fiducia nella «razza italiana», dal momento che al primo bombardamento in cui fosse andato distrutto un quadro famoso, gli italiani si sarebbero lasciati prendere da una crisi di sentimentalismo artistico e avrebbero gettato la spugna. Giunse persino a dire che gli italiani del 1915 erano migliori di quelli del 1940, anche se un tale riconoscimento non parlasse certo a favore delle realizzazioni del fascismo. Gli italiani erano da lui definiti una razza di pecore. Diciotto anni non erano bastati a trasformarli; ci sarebbero voluti diciotto secoli o più. Il suo tentativo di galvanizzare la popolazione civile e di farle adottare uno stile di vita fascista era evidentemente fallito.

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Ettore, il destino di un nome fa ritrovare due fratelli nella Rete

di Elisabetta Baccarin

Elisabetta, la lettera dal campo di concentramento di bolzano

La lettera di Ettore Baccarin spedita dal campo di concentramento di Bolzano. Grazie alle ricerche di Elisabetta Baccarin, pubblicate sul nostro blog, un prezioso incontro in Rete ha messo insieme due pezzi di famiglia e di Storia

“Carissimo Albano e Gilda dopo circa due mesi che manco da casa, vengo a voi con questo mio biglietto, facendovi sapere che la mia salute va bene come spero che sarà pure di tutti voi. Caro Albano mi trovo in campo di concentramento a Bolzano, dunque il motivo che sono qui io, è a causa del rifugio che sai bene anche tu, speriamo al meno che non servi. Caro Albano mi perdonerai se ti domando un gran favore se puoi quando ricevi questo scritto di mandarmi un pacchetto con un po’ di pane biscotto e un po’ di tabacco, magari di quello in foglia, come puoi e qualche pacchetto di cartine. Se puoi mi mandi anche un po’ di danaro in sicurata, che se avrò la grazia di tornare tutto ti sarà ricompensato. Gli ho scritto pure a mia moglie che mi mandi qualche cosa ma io so le condizioni che si trova la mia famiglia!

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In ricordo di Teresa Mattei, che ha salvato la vita a mio padre e consentito a me di esistere

di Antonio Del Lungo

Teresa Mattei (1921-2013)

Teresa Mattei (1921-2013)

Teresa Mattei salvò la vita a mio padre Silvano, classe 1922, e conseguentemente ha permesso al sottoscritto di esistere. Nella foto grande è tra mio padre ed Ettore Bernabei in uniforme. Voglio ricordarne la storia…

Due anni fa se ne è andata Teresa Mattei. Filosofa, partigiana, deputata della Costituente, viene tra l’altro ricordata per aver scelto la mimosa come simbolo della festa della donna e per il coinvolgimento personale nella controversa uccisione del filosofo Giovanni Gentile. Voglio oggi raccontare un aneddoto privato che mi coinvolge personalmente: Teresa salvò il destino e la vita di mio padre nel 1944 permettendo, indirettamente, al sottoscritto di esistere. Continua a leggere