Il mondo com’era nel diario di Luciana Castellina

a cura e con foto di Paola Ciccioli

Certo che i libri ci hanno sostenuto durante la fase più rigida della nostra quarantena: su Facebook e qui sul blog, i due canali che abbiamo usato di più, c’è stato tra noi uno scambio intensissimo. Tra le letture più belle che ho fatto io in queste settimane c’è La scoperta del mondo di Luciana Castellina (Nottetempo 2011), un racconto appassionante basato sulle pagine del diario che la futura dissidente del PCI e tra i fondatori del Manifesto inizia a 14 anni in coincidenza con una data decisiva per la Storia d’Italia: il 25 luglio 1943. Quel pomeriggio, a Riccione, l’adolescente Luciana stava giocando a tennis con Anna Maria Mussolini quando la figlia del dittatore fu portata via dalla guardia del corpo perché il Duce era stato arrestato. Il libro ha accompagnato me e chi ci segue sui social tra i giorni precedenti il 25 aprile e quelli successivi al 1° maggio 2020, due ricorrenze che abbiamo celebrato sentendoci comunque vicine/i sulla sconfinata piazza del web.

«Dopo l’8 settembre, comunque, a Cavalese i tedeschi non si vedono, meno che mai le autorità governative che, d’altra parte, non sappiamo neppure quali siano. Passano tre giorni di attesa, le comunicazioni sono interrotte, a tratti si sentono spari in lontananza. Poi, saranno state le tre del pomeriggio, sulla piazza arriva un carro armato della Wehrmacht, seguito da due ufficiali, uno a cavallo della motocicletta, l’altro nel sidecar. Noi – siamo ormai solo donne, bambini e vecchi – restiamo paralizzati. Gli ufficiali scendono, hanno un sorriso sprezzante, entrano nel bar e chiedono da bere. Io mi sento in dovere di ripetere il gesto del balilla e, poiché so il tedesco (imparato da bambina per via delle “Fräulein” allora in uso in funzione di governanti) gli dico che non li vogliamo, che se ne devono andare. C’è un momento di gelo, poi uno tira fuori la pistola, ci giocherella ironico e mi dice: “Lascio perdere perché sei una bambina. Vai a casa”.
E a casa, riconsegnata alla nonna che mi ci chiude dentro, vengo riaccompagnata immediatamente da accorate villeggianti. E così termina il mio unico contributo alla Resistenza».

«Decido di approfittare della guerra per porre fine al noiosissimo ginnasio. Poiché nell’estate del ’44 non si può andare in villeggiatura, posso studiare per presentarmi a ottobre agli esami di licenza ed entrare finalmente nell’agognato liceo. Non più scolara ma quasi universitaria, una condizione che schiude la possibilità di nuove frequentazioni e mi sottrae all’infanzia. Potrò incontrare i ragazzi grandi e forse, chissà magari anche l’amore.
Ma devo prendere ripetizioni perché ci sono materie che conosco a malapena.
È proprio la mia amica Marina, con la mamma iperfascista finita nel campo di concentramento di Coltano, a consigliarmi la professoressa Apicella per la matematica, e sua figlia Agata, appena laureata, per greco e latino. Avrei così preso due piccioni con una fava, un solo spostamento anziché due, un vantaggio inestimabile in una Roma che quell’estate non ha ancora ripristinato i trasporti pubblici.
In realtà di piccioni, con la lunga pedalata in bicicletta, dai Parioli fino a via Morgagni, dove abitano gli Apicella, ne avrei presi ben più di due. Perché in quella casa ho imparato molto di più della matematica e delle lingue antiche.
Si tratta infatti di una famiglia antifascista, ma di un antifascismo molto più impegnato di quello di casa mia.
Adesso mi viene da sorridere se penso a come il caso, anzi il suggerimento di una famiglia fascista, mi abbia fatto capitare proprio lì: Agata è poi diventata la mamma di Nanni e Franco Moretti; sua sorella Olga la moglie di Valentino Gerratana, capo, con Trombadori e Salinari, del comando militare romano del PCI durante l’occupazione e poi curatore delle opere di Gramsci».

«3 maggio 1947
In Sicilia è successa una cosa terribile: hanno ammazzato un sacco di contadini che si sono radunati nella piana di Portella della Ginestra, vicino a Palermo, con donne e bambini, per festeggiare il 1° maggio. A sparare sulla folla dalla collina con i mitra automatici sembra siano stati i guardiani degli agrari per intimidire la sinistra dopo che nelle settimane scorse il Blocco del Popolo aveva vinto in tutte le province.
A Roma c’è stato un corteo di protesta dalla Basilica di Massenzio a piazza Esedra, cui siamo andati anche noi del Fronte. C’erano anche gli operai: della solita Minzolini, che c’è sempre, ma anche di altre fabbriche che non avevo sentito mai nominare, la Fatme e la Breda».

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