Figli (e cognomi) di madri e padri

«È illegittima la norma che impone l’attribuzione automatica ed esclusiva del solo cognome paterno. I neo genitori, quindi, possono ora attribuire al loro figlio, di comune accordo, il doppio cognome  – paterno e materno – al momento della nascita. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale».

Questo si legge sul sito del Ministero dell’Interno. La questione del doppio cognome è questione di diritti, dunque deve assolutamente interessarci. Per questo pubblichiamo le riflessioni della Rete per la Parità su una recente circolare che, anziché riempire vuoti interpretativi, sembra voler aggiungere dubbi a vecchi ritardi.

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«E allora Sarah, tua moglie, avrà un figlio»

di Antonella Anghinoni*

“Sarah, La principessa” di Antonella Anghinoni, illustrazioni di Alessandra Mantovani (Paoline Editoriale Libri)

La sua famiglia viveva serena nel paese di Ebron a Sud di Gerusalemme, alle Querce di Mamre. In una mattina assolata e afosa, mentre Abraham si trovava seduto davanti alla tenda, gli sembrò di scorgere lontano la figura di tre uomini che si stavano avvicinando. Era circa mezzogiorno e il sole era alto nel cielo e con il suo calore bruciava gli occhi, tanto che Abraham se li strofinò meglio per capire se quegli uomini fossero reali o si trattasse di un’allucinazione.

Si trattava proprio di tre stranieri, i loro abiti erano diversi da quelli degli ebrei. Erano quasi giunti alla tenda. Abraham andò loro incontro e s’inginocchiò invitandoli a entrare.

– Permettete che vi faccia portare dell’acqua fresca, così potete lavarvi i piedi.

Era infatti un’usanza ebraica far lavare i piedi all’ospite, giunto dopo un lungo cammino.

– Accomodatevi pure sotto l’albero, vicino alla mia tenda. Vi farò preparare del pane per ristorarvi e poi potrete proseguire il vostro viaggio.

In realtà i tre stranieri erano tre angeli, ma Abraham lo ignorava.

Egli corse da Sarah e disse:

– Presto, prendi del fior di farina, impastala e prepara delle focacce per i tre ospiti.

Sarah era davvero una cuoca eccellente. Ne avrebbe preparato per una capacità di quaranta litri, segno di un’ospitalità generosa come la generosità sovrabbondante di Dio.

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Le bombe su Palermo e Macerata, in mezzo «il destino di una ragazza salvata dallo stomaco vuoto»

di Eliana Ribes

Anna Caltagirone Antinori in una foto della giovinezza a Cupra Marittina, nelle Marche. Eliana Ribes, accogliendo la sollecitazione di Paola Ciccioli, è andata a trovarla nella sua casa di Macerata e ha poi trascritto per il nostro blog i suoi straordinari ricordi

Ho rivisto Anna Caltagirone Antinori dopo quasi 50 anni. Sono stata spinta dal desiderio di chiedere a lei, che con tanta efficacia aveva descritto il suo lavoro di maestra svolto per 41 anni in provincia di Macerata, qualcosa sul legame che nella sua vita aveva unito la Sicilia alle Marche, perché dal profilo Facebook risulta essere “di Palermo”. Ne è venuto fuori un racconto incredibilmente interessante, perché la sua piccola storia individuale si è intrecciata con la grande storia, quella che si studia sui libri: il bombardamento di Palermo, lo sbarco degli alleati, l’Italia divisa in due, l’armistizio dell’8 settembre.
Ed io le parole che ho ascoltato da lei, dopo averle fatte mie e rielaborate, gliele restituisco, perché non c’è niente di più efficace per descrivere la sua vita che “ascoltarla” direttamente dalla sua voce:
«Nell’aprile del 1943 ero una ragazza di diciassette anni e a Palermo frequentavo il penultimo anno dell’Istituto magistrale. Mio padre, conduttore nelle ferrovie, era morto quando ero ancora piccola e io, ultima di cinque figli, potevo studiare grazie ad una borsa di studio. Quell’anno le condizioni di vita nella mia città si erano fatte insostenibili e addirittura drammatiche divennero dopo che, nel mese di aprile, Palermo fu ripetutamente e pesantemente bombardata dagli alleati, che ridussero a cumuli di macerie case, chiese, ospedali e altri edifici di pubblico interesse. Anche la mia scuola, per fortuna di notte, fu distrutta e per quell’anno non riaprì più. Io fui promossa con i voti del secondo trimestre e così non persi l’anno, ma niente riusciva a consolarmi perché avevo una fame terribile e i dolori dello stomaco vuoto mi tormentavano. I negozi erano tutti chiusi, non si poteva comprare più niente, si comprava solo al mercato nero, ma quello che si rimediava non era sufficiente a mamma per sfamare quattro figlie.

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