Le “nozze sacrileghe” degli emigranti italiani con le donne tedesche

di Richard J. B. Bosworth*

Un’immagine storica: le operaie e gli operai del polverificio Sipe di Spilamberto, in provincia di Modena, scioperano per la pace il 28 luglio 1943 (http://www.allacciatilestorie.it/2017/03/21/eventi-daniel-degli-esposti-marzo-2017) In questo stabilimento, ora dismesso e giustamente meta di trek della memoria, si è verificata durante il fascismo una protesta tutta al femminile: tre donne furono arrestate e poi licenziate, altre diffidate. Contro le operaie venne minacciato l’uso della “mitraglia” (http://www.istitutostorico.com/)

Nel giugno 1940 l’Italia era entrata in guerra senza un piano, lacuna che non fu mai completamente colmata. Ciononostante, ben presto i progetti per un nuovo assetto delle frontiere divennero una questione centrale della riflessione politica. Già il 26 giugno Ciano stilava una lista dei desiderata, che prevedeva l’annessione di Nizza, Tunisi e della Corsica, della Somalia francese e britannica, di Aden, Malta, Iraq e Terra Santa. A tali annessioni doveva sommarsi una sorta di protettorato italiano su alcuni paesi «indipendenti»: Cipro, Egitto, Siria, Libano e il resto della Palestina. L’ipotesi di un eventuale controllo sul Canton Ticino, e i dettagli sulle forniture petrolifere nazionali, aggiungeva umilmente Ciano, potevano essere valutati in un secondo tempo. C’era poi la questione della Iugoslavia, sulla necessaria e urgente liquidazione della quale il «genero» concordava con Hitler. Si calcola che, durante l’occupazione tedesca e italiana, siano morti tra 1,5 e 1,7 milioni di iugoslavi, pari all’11 per cento della popolazione d’anteguerra. Sull’esatta natura dell’infausto accordo si attende ancora un’adeguata analisi storiografica, ma nel 1940 il Führer fu lieto di lasciare all’alleato il dominio dell’Adriatico, pur aggiungendo, con poco tatto, che le forze tedesche non avevano bisogno dell’aiuto italiano per quella che riteneva l’imminente, trionfale invasione del suolo britannico.

Gradualmente, l’euforia dei primi giorni di guerra si dileguò. Malgrado la notevole quantità di uomini e di denaro profusa dall’Italia nella guerra civile spagnola, Franco continuava a resistere a tutte le blandizie – anche del Duce in persona – volte a farlo entrare nel conflitto a fianco dell’Asse. Sia il dittatore spagnolo sia il suo ministro degli Esteri, il falangista Serrano Suñer, non si lasciarono condizionare, nel febbraio 1941, dalle asserzioni mussoliniane secondo cui Stalin era «fuori gioco». Il capo di Stato sovietico, sosteneva il Duce, era «troppo furbo» per lasciarsi «influenzare dagli ebrei». Si premurava quindi di aggiungere che i momentanei rovesci italiani – in Nordafrica e in AOI – non avevano importanza, poiché i rapporti italiano con la Germania erano «chiari, rettilinei, intimi», e i due regimi stavano marciando uniti verso la vittoria finale. A ogni battaglia vinta, la Spagna sembrava sul punto di cedere, ma i mesi passavano senza che il matrimonio venisse consumato.

Negli stessi Balcani, anche dopo che Grecia e Iugoslavia furono piegate dai tedeschi, gli italiani stentarono a esercitare il proprio dominio. Un ispettore del PNF riferiva ottimisticamente che l’assoluta totalità della popolazione slovena era entusiasta di rientrare sotto la generosa signoria del Duce, ma realtà era che anche i tedeschi nutrivano degli interessi nella regione, e che non erano intenzionati a lavorare per la supremazia italiana. Anche coloro che – volontariamente o per mezzo di persuasione – avevano abbracciato la causa dell’Asse, erano il più delle volte inaffidabili agli occhi degli italiani. In Croazia, malgrado anni di pieno appoggio da parte del regime fascista, gli ustascia di Ante Pavelić si dimostrarono almeno altrettanto ingrati degli spagnoli, cercando di ingraziarsi i tedeschi per sottrarsi al controllo italiano. I nazisti, frattanto, perseveravano nell’allarmante propensione a fare di testa loro, ignorando i desideri e le esigenze dell’alleato meridionale. Nelle prime ore del 22 giugno 1941, con quindici minuti di preavviso, a Mussolini fu notificato l’inizio dell’«operazione Barbarossa», benché la settimana prima, a una cena ufficiale con Ribbentrop nella sontuosa cornice veneziana di palazzo Volpi – pavimenti a mosaico, strepitosa galleria d’arte, servitori in giacca di velluto nero e bottoni di brillanti, sia pure falsi-, Ciano, con il suo consueto acume, avesse intuito che i tedeschi erano impazienti di attaccare l’Unione Sovietica e di cancellare la piaga giudeo-bolscevica dalla faccia della terra.

Quando la Wermacht si mise in marcia verso est, a Mussolini non rimase altro che assicurare al Führer di aver da tempo caldeggiato una simile scelta, aggiungendo che i fascisti della prima ora erano tutti entusiasti dell’idea di poter estirpare il comunismo al di là dei confini nazionali, dopo averlo a suo tempo sradicato in patria. L’Italia, garantì con trasporto, avrebbe marciato «sino in fondo» al fianco dei nazisti, su ogni fronte. Le paranoiche dichiarazioni di Hitler su un governo statunitense «dominato dagli ebrei», allusione indiretta al fatto che un’altra guerra sarebbe presto andata ad aggiungersi al conflitto generale, non portarono l’Italia ad assumere alcuna contromisura. Bisognava lasciare che il fanatismo razziale tedesco seguisse il proprio corso. I funzionari italiani si limitarono a raccomandare pazienza e comprensione, quando i loro colleghi tedeschi ordinarono alle autorità di impedire che gli emigranti italiani in Germania convolassero a nozze sacrileghe con donne locali, o quando, in una particolare occasione, una nazista aveva indicato una foto del Duce, schernendolo: «Ecco il nostro Gauleiter per l’Italia».

In mezzo al tumulto della battaglia, nel novembre 1941, il governo italiano si era ormai arreso all’inevitabilità del conflitto con gli Stati Uniti. Il 3 dicembre il Duce annunciò formalmente all’ambasciatore giapponese che l’Italia fascista non avrebbe avanzato alcuna obiezione a un attacco nipponico contro gli USA e, dopo Pearl Harbor, incluse la tradizionale mecca degli emigranti italiani nella già nutrita lista di nemici del fascismo. In provincia, la scelta fu imputata alla cupidigia e all’aggressione anglosassoni. A Bologna, comunque, l’annuncio ufficiale che l’Italia era entrata in guerra con il «paradiso» riuscì a richiamare in piazza soltanto 3000 persone piuttosto abbacchiate, in un’atmosfera che il relativo rapporto di polizia definiva «di indifferenza e freddezza e con palese assenza di adesione non comandata». Nei giorni seguenti, malgrado le vittorie giapponesi, gli informatori riferivano del disorientamento popolare verso il nuovo fronte, e dell’accresciuta inquietudine riguardo al possibile prolungarsi della guerra.

*Un altro testo che abbiamo studiato, poi ancora letto e ripassato, per prepararci  a stampare il primo numero del nostro “Donne della realtà giornale” dedicato a una canzone del 1941, quando le donne, prima ricacciate dalla propaganda di regime in un ruolo solo domestico, erano pronte a farsi carico delle tragiche conseguenze di una guerra sciagurata. 

Il brano che riportiamo è tratto da “L’Italia di Mussolini. 1915 – 1945” di Richard J.B. Bosworth (Mondadori, 2005), accademico australiano considerato «uno dei massimi esperti internazionali di storia italiana contemporanea».

(Paola Ciccioli con Luca Bartolommei)

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One thought on “Le “nozze sacrileghe” degli emigranti italiani con le donne tedesche

  1. Sintetizzando: la Germania concentrò tutta l’industria tedesca preparando la guerra; mentre Hitler ipocritamente parlava di pace, ma nel 1926 chiedeva ad Himmler di formare un gruppo paramilitare di piena solidarietà e convinzione della vittoria ariana. Nascono così le SS che nel tempo diventarono l’anima sulfurea della Wermacht e i protagonisti dell’Olocausto. Da un punto di vista strategico militare solo Afrikakorps ebbe la possibilità di una autentica vittoria nel Nord Africa: Erwin Rommel dovette ritirarsi a 100 km da Alessandria d’Egitto perché senza carburante . Volò a Berlino per manifestare, senza mezzi termini il suo disprezzo per l’organizzazione ad Hitler. Fu nominato Feldmaresciallo: egli per il popolo tedesco era un intoccabile. Rifiutò il comando dell’operazione Barbarossa in Russia. Hitler nella sua crescente paranoia seppe sollecitare molto bene l’endemica tendenza egemonica del popolo tedesco. Mussolini non capì mai niente del rapporto con Hitler egli pensava di essere un “inter pares”…
    Dopo la Seconda Guerra Mondiale vennero sanciti alcuni stilemi politico ideologici e socio economico… iniziò la guerra fredda.
    E adesso i tedeschi ragionano in modo egemonico come allora… però tramite finanza ed economia.

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