“Bella”, basta la parola

Testo e foto di Luca Bartolommei

Ho scattato questa foto con il cellulare lo scorso 1° settembre, questione di qualche secondo e la luce era già cambiata, il Duomo non era più color oro. Sono riuscito a cogliere l’attimo. Ho scelto questa immagine per la mia pagina Facebook Palcoscenico Milano, dove posto foto, video e curiosità sul mio “vo in gir a cantà e sonà in de per mì tour” per le strade cittadine (https://www.facebook.com/Luca-Bartolommei-Palcoscenico-Milano-440509793146462)

Da qualche tempo mi esibisco per le strade di Milano con la mia chitarra cantando e suonando canzoni in milanese, seguendo un progetto che mia moglie ha chiamato Palcoscenico Milano, dove la città diventa una grande scena sulla quale presentare ai passanti personaggi, situazioni, ambienti e storie varie che ne raccontano anche vizi e virtù.

Suonare per strada è un’esperienza unica che mi sta dando emozioni e soddisfazioni sconosciute nonostante la mia lunga militanza a livello di impegno musicale.

Anche Milano, vista dal marciapiede, assume un aspetto completamente diverso, del tutto nuovo.

Sto per parlare di una canzone che abbiamo cantato tante volte, che abbiamo ascoltato tante volte e che personalmente ho riscoperto in tutta la sua grandezza appunto proponendola in strada.

Si tratta di O mia bèla Madônina, opera di Giovanni D’Anzi, vero e proprio inno di Milano.

Non potevo immaginare che questo brano mi avrebbe suscitato una serie di riflessioni e di emozioni come invece è successo, solo per il fatto che ciò che era nuovo, o anche solo diverso dal solito, era il contesto, quello che avevo intorno. Continua a leggere

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Valentina Mela Verde scusa, mi piaceva più la Bea

di Luca Bartolommei

Ecco Valentina Mela Verde, personaggio creato da Grazia Nidasio, scomparsa oggi. Valentina è stata uno dei tanti protagonisti della storia ultracentenaria del Corriere dei Piccoli, prima rivista a fumetti dell’editoria italiana. Lo WOW Spazio Fumetto di viale Campania 12, Milano, dedica ai 110 anni del Corrierino una mostra che sarà aperta fino al 13 gennaio prossimo. https://www.facebook.com/106850525156/ photos/a.232446445156/ 10160351534590157/?type=3&theater

Ho appena letto che ci ha lasciati Grazia Nidasio, disegnatrice e illustratrice. Per anni ha collaborato con il Corriere dei Piccoli, ed è di questo periodo che voglio parlare.

Il Corrierino lo leggevo da bambino, fine elementari – inizio medie, era fonte di stimoli, di sogni, di strumenti utili per la scuola tra cui le famose schede per le ricerche che conservavo in diverse cassettine di legno che mi aveva costruito mio padre, insomma un punto di riferimento.

Tra i tanti personaggi ce n’era uno che mi piaceva tantissimo, Valentina Mela Verde, alias Valentina Morandini, una ragazza di 12/13 anni di cui seguivo assiduamente le avventure.

Magari non erano proprio avventure, tutto si svolgeva in modo “normale”, famiglia con due genitori, un fratello più grande, il Cesare (noi lombardi l’articolo lo mettiamo sempre) detto il Miura (ve la ricordate la Lamborghini?), una sorellina la Stefi, personaggio che avrebbe in seguito vissuto una vita propria, l’amico hippie del Cesare e, soprattutto la zia Dina, alter ego della Nidasio, donna affascinante e moderna, oggi diremmo avanti, consigliera della giovane e curiosissima Valentina e non solo. Tra le sue amiche del Clan delle Mele Verdi a me piaceva la Bea Galimberti, quella rossa coi capelli mossi e le efelidi e avrei voluto conoscere una ragazzina così…

Di settimana in settimana, in Valentina ritrovavo un’amica che mi raccontava le sue storie e parlava dei suoi problemi che sentivo un po’ anche miei, la scuola, l’amicizia, qualche cotta, il mondo che cambiava (il Miura era anche un po’ “contestatore”), l’adolescenza che arrivava con i suoi sommovimenti (sinceramente a me questi ultimi li dava un po’ di più la Valentina Rosselli che trovavo su Linus…) e i suoi tutto-bianco-o-tutto-nero.

I personaggi erano tutti ben vestiti, si esprimevano in ottimo italiano, la buona educazione era ovunque, eppure non c’era nulla di conformista in quelle storie, erano scritte bene, allegre ma non stupide, leggere ma con contenuti, la stessa impaginazione, se non ricordo male, era piuttosto originale. Ecco, Grazia Nidasio ci illustrava un mondo che non ci faceva paura o ci deprimeva (i cantautori sarebbero comunque arrivati di lì a poco…) e ci insegnava, io la penso così, ad essere delle ragazzine e dei ragazzini per bene, con i propri pensieri, i propri sentimenti, le idee personali da difendere con convinzione ma, ripeto, persone per bene e rispettose di tutti. Per essere nel 1969, non era male.

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Ci vediamo in piazza delle filandaie

Com’era mia madre quando lavorava in filanda? Come si vestiva quando affrontava quella salita ripida che portava allo stabilimento? Come si proteggeva dal freddo? Di cosa parlava con le sue amiche? Come raccoglieva i capelli? Quante volte l’hanno umiliata? E anche lei è stata insidiata dal padrone e aggredita dalla sua prepotenza? Mi porto dentro queste domande da che sono al mondo perché in casa mia la parola “filanda” è stata sempre pronunciata: da mia madre, da sua sorella, da nonna, dall’altra zia, da tante e tante donne del paese. Una parola ripetuta a testa alta nonostante l’infinita durezza del lavoro di filare la seta. Che ha dato però a mamma, nonna, zie e loro amiche la consapevolezza di aver fatto tanto e più degli uomini per campare onestamente.

Il brano che segue è tratto dal libro E lee la va in filanda. Donne e bambine al lavoro nei setifici cernuchesi tra ‘800 e ‘900, scritto da Serena Perego e pubblicato dal Comune di Cernusco sul Naviglio, cittadina vicina a Milano dove lunghe file di gelsi continuano a testimoniare quanto fosse importante l’industria serica in questo spicchio di Lombardia. Tanto che una delle sette ex filande è diventata un centro culturale e per accedervi bisogna percorrere via delle filerine. Ecco: quel che desidero è che anche a Urbisaglia, il paese marchigiano in cui sono nata e dove ho raccolto i ricordi delle “mie” filandaie, un angolo possa portare per sempre il nome di quelle bambine, ragazze, giovani madri costrette a tenere per ore e ore le mani nell’acqua bollente per estrarre il filo dal bozzolo. In ricordo di quelle operaie povere e splendenti di orgoglio che scacciavano il dolore pregando ma, soprattutto, cantando.  (Paola Ciccioli)

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«Noi, bambini d’anteguerra, ci sentivamo i padroni della strada»

di Alba Tiberto Beluffi*

La Milano Pop di Italian Code, con i tram che continuano a sferragliare nella città in trasformazione, è in mostra nella libreria Mondadori di piazza Duomo fino al 2 settembre (https://www.agi.it/blog-italia/punta-di-pennello/tram_milano_arte-4167120/post/2018-07-17/)

Della mia infanzia voglio ricordare la via dove abitavo in una villetta, Via Catalani, una strada profumata da un gigantesco glicine che si arrampicava con garbo e con eleganza ai cancelli di una villa. La Via Catalani è praticamente tagliata in due da Via Porpora, un’arteria dove allora passava il tram N. 3 che portava diritto sotto le guglie del Duomo nel suo lato più suggestivo, l’abside. All’angolo fra Via Catalani e via Porpora c’è un edificio di notevoli proporzioni, una grande villa, che quasi chiudeva la serie di villette piccole e aggraziate che rendevano particolarmente attraente il tratto di via Catalani dove abitavo. In questo edificio abitava la famiglia Omodeo con cui molto tempo dopo mi sarei imparentata. Gli Omodei nostri coetanei erano tre fratelli il maggiore dei quali portava il nome dello zio, Adolfo, stretto e stimatissimo collaboratore e allievo di Benedetto Croce, di cui ho appreso il pensiero e la filosofia nei tempi dell’Università.

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“E finalmente un giorno, venire a una terra di pace”

«Questa storia inizia quando finisce la guerra. Nella primavera del 1945 non tutti poterono gioire: alcuni bambini, che a stento erano sopravvissuti ai campi di concentramento, si trovavano dispersi per l’Europa, ammalati, fragili e soli».

«This story begins when the war ends. In Spring 1945 not everybody could enjoy happiness: the children, who hardly survived the detention in the concentration camps, were all sick, fragile, lonely and they were wandering all over Europe».

(Anna Scandella, “Aliyah Bet – Sciesopoli: il ritorno alla vita di 800 bambini sopravvissuti alla Shoah”, presentazione di Bruno Maida, introduzione e cura di Marco Cavallarin, Edizioni Unicopli 2016)

Colonia estiva durante il fascismo, Sciesopoli (da Amatore Sciesa, eroe del Risorgimento) è un tipico edificio del razionalismo costruttivista costruito nel 1933 a Selvino, in provincia di Bergamo. Per una “nemesi storica”, accolse alla fine della seconda guerra mondiale 800 bambini ebrei scampati allo sterminio, 533 dei quali hanno ritrovato la dignità del nome, della data di nascita e del Paese di origine nel ibro “Aliyah Bet” di Anna Scandella. L’autrice, giovane illustratrice e graphic designer bergamasca che ora lavora a Leeds, in Gran Bretagna, ha svolto questo suo prezioso studio come tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia (foto http://iluoghidelcuore.it/luoghi/87849)

di Bruno Maida

Nelle trentacinque strofe che Bertold Brecht scrisse nel 1942 e che intitolò Children’s Crusade lo scrittore tedesco, emigrato negli Stati Uniti nel 1941 dopo un lungo esilio iniziato quando Hitler era andato al potere, raccontava la storia di 55 bambini che nella Polonia del 1939 fuggivano tra le macerie della guerra:

“In Polonia, nel Trentanove, / una battaglia grande ci fu / che fece rovina e deserto/ di tanti paesi e città. / La sorella ci perse il fratello, / la moglie il marito soldato, / tra fuoco e macerie i figliuoli / i genitori non trovano più.”

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Alle bambine che saltano e cantano sole

di Camillo Sbarbaro

Oggi Spotorno ricorda Camillo Sbarbaro (Santa Margherita Ligure, 12 gennaio 1888 – Savona, 31 ottobre 1967) con un incontro nella Sala convegni Palace (https://www.youtube.com/watch?v=1icMExLU0YQ). E fino a domani è possibile visitare la mostra di oggetti appartenuti al poeta ligure. Prezioso il testo manoscritto della sua ultima poesia, “La bambina che va sotto gli alberi” del 1932, sul retro del disegno dell’artista Emanuele Rambaldi. Eccolo!

La bambina che va sotto gli alberi

non ha che il peso della sua treccia,

un fil di canto in gola.

Canta sola

e salta per la strada; ché non sa

che mai bene più grande non avrà

di quel po’ d’oro vivo sulle spalle,

di quella gioia in gola.

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Juana, la bambina diventata condottiera per difendere gli indios

di Nadia Fink e Pitu Saá

La leggendaria Juana Azurduy occupa il posto d’onore nel secondo numero di Donne della realtà giornale, interamente dedicato a Mercedes Sosa e al disco “Mujeres Argentinas” da lei inciso quasi quarant’annni fa e nel quale la grande cantante ha celebrato con la propria voce otto personaggi femminili della sua terra. Nella versione cartacea il “foglio” trimestrale del’Associazione Donne della realtà è anche un originale ed elegante pezzo da collezione, mentre i suoi contenuti si possono scaricare direttamente dal blog.

L’immagine è tratta da “Juana Azurduy per bambine e bambini”, scritto da Nadia Fink, illustrato da Pitu Saá e distribuito in Italia da Rapsodia Edizioni: «Continuiamo a seguire i passi di donne realmente esistite. Questa volta abbiamo seguito le tracce di un’eroina delle lotte per l’indipendenza dell’America Latina. Juana Azurduy è la nostra antiprincipessa dell’Alto Perù, o la nostra principessa guerriera» (http://www.rapsodiaedizioni.com/chi-sono-le-antiprincipesse-e-gli-antieroi/)

Di seguito un estratto del libro della collezione Antiprincipesse #3, pubblicato da Chirimbote e Rapsodia Edizioni, che ringraziamo per la collaborazione. La dedica è per i piccoli ma anche per i  grandi che si prendono cura di loro, attenti a miscelare curiosità, fantasia, conoscenza con gli  antidoti contro il morbo degli stereotipi.

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