Le stelle di Lampedusa sanno

di Pietro Bartolo*

La notte, le stelle e la”Porta di Lampedusa – porta d’Europa”, il monumento creato da Mimmo Paladino nell’isola della speranza per i migranti. (Foto di Stefano Buccheri)

Lei è Anila. Ascoltavo la sua storia e a ogni singolo passaggio mi venivano i brividi. Sapevo che dietro ogni parola che il mediatore riusciva a farle pronunciare si celavano sofferenze incredibili.

“E, senti, piccola, dov’è tua mamma che la facciamo contattare?”
“In Europa”
“Eh, sì, in Europa. Ma in Europa dove?”
“In Europa”
“Ma… l’Europa è grande… Dove?”
Silenzio.
“Anila… in Europa dove? Germania? Francia? Italia?”
Silenzio.
“Sai cos’è l’Europa, Anila?”
“No”
“L’Europa è un posto grande, Anila. Grandissimo” (…)

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Nella trasformazione la linfa della bellezza

di Hermann Hesse*

Scritta e da lui stesso illustrata nel 1922 per la cantante mozartiana Ruth Wenger, che sarebbe poi diventata la sua seconda moglie, la “Favola d’amore” rappresenta anche la rinascita come uomo e artista di Hermann Hesse dopo un lungo periodo di silenzio creativo e crisi personale. (La foto è di Paola Ciccioli)

Appena giunto in paradiso Pictor si trovò dinnanzi ad un albero che era insieme uomo e donna. Pictor salutò l’albero con riverenza e chiese: «Sei tu l’albero della vità?». Ma quando, invece dell’albero, volle rispondergli il serpente, egli si voltò e andò oltre. Era tutt’occhi, ogni cosa gli piaceva moltissimo. Sentiva chiaramente di trovarsi nella patria e alla fonte della vita.

E di nuovo vide un albero, che era insieme sole luna.

Pictor chiese: «Sei tu l’albero della vita?».

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Il cuore grigio di chi non ama

di Gianni Rodari

Una bambina legge ad alta voce una filastrocca di Gianni Rodari in piazza Matteotti, a Cernusco sul Naviglio. Nella bella cittadina vicinissima a Milano, la locale sezione Anpi il 22 giugno scorso ha invitato chi crede nella democrazia e nei valori della solidarietà e del rispetto umano a leggere pubblicamente un brano da un libro amato. Tutte le pagine proposte in piazza sono entrate a far parte della libreria virtuale “Bella Ciao”. C’era tanta gente e tra questa bella gente anche le piccole Adelaide e Irene che hanno proposto Gianni Rodari. Per Donne della realtà ha partecipato Paola Ciccioli che ha anche scattato questa foto.

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La storia di una maestra dentro la grande Storia italiana

di Paola Ciccioli

La mente e la sensibilità delle bambine e dei bambini sono scrigni dove alcune immagini, parole ed emozioni si depositano per poi accendersi e indicare la strada agli incroci della vita. A me è successo con la Maestra Antinori, io l’ho sempre chiamata così, la mia maestra delle elementari. La osservavo mentre ci educava a un’altra esistenza possibile e mi dicevo: “da grande voglio assomigliare a lei”. Perché “un’altra esistenza possibile”? Perché noi, i miei amici ed io, venivamo da famiglie dove si parlava quasi esclusivamente il dialetto marchigiano, e la Maestra ci insegnava invece l’italiano. E che bell’italiano.  E perché noi, le mie amichette ed io, eravamo per legge non scritta destinate a studiare lo stretto necessario, abbandonare sul nascere aspirazioni a diplomi o lauree per maritarci assolutamente e quanto prima. E la Maestra, proprio perché maestra, dunque con un titolo di studio, ci dimostrava che invece i limiti e i divieti si potevano oltrepassare, eccome. Ho sempre portato con me il ricordo della Maestra Antinori: io ormai stabilita a Milano e lei nella sua casa alla periferia di Macerata che nei miei pensieri era sempre avvolta nel rosso dei tulipani che avevo visto un giorno passando accanto al suo cancello.

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Da sempre le genti del mondo si spostano, come sempre le lingue si mescolano

di Tullio De Mauro

Il linguista Tullio De Mauro, scomparso due anni fa, è l’autore dell’introduzione al libro di Vinicio Ongini “Io sono filippino” (che pubblichiamo in parte), uscito nel 1991 e ristampato da Sinnos Editrice nel 2000, anno in cui De Mauro ha ricoperto la carica di ministro della Pubblica Istruzione. Si tratta del primo volume bilingue di italiano-tagalog, la lingua di una delle più consistenti comunità di stranieri in Italia, quella filippina appunto, composta da 167.859 persone, pari al 3,3 per cento degli immigrati ufficiali (dato da www.tuttitalia.it). Secondo il più recente Rapporto annuale sulla presenza dei migranti, a cura dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, i bambini filippini che vivono in Italia sono 33.952, cioè il 4,2 per cento dei minori non comunitari presenti nel nostro Paese. (dati da www.lavoro.gov.it). 

Nello scatto di Paola Ciccioli, il libro bilingue di Vinicio Ongini “Io sono filippino” accanto a una barchetta di carta costruita da Gabriel, un amico di 8 anni nato in Italia da genitori filippini e animato dalla curiosità necessaria per navigare nel mare della conoscenza

Una lingua, voglio dire una lingua materna in cui siamo nati e abbiamo imparato a orientarci nel mondo, non è un guanto, uno strumento usa e getta. Essa innerva la nostra vita psicologica, i nostri ricordi, associazioni, schemi mentali. Essa apre le vie al con-sentire con gli altri e le altre che la parlano ed è dunque la trama, invisibile e forte, dell’identità di gruppo. E fa parte del suo essere e funzionare quella che un grande linguista di questo secolo, Ferdinand de Saussure, chiamò la Force de l’intercourse, la forza di interscambio: essa cioè è la condizione che ci permette come singoli di apprendere altre e nuove lingue e permette alla comunità di cui siamo parte di aprirsi alla conoscenza e al contatto di altre e diverse e nuove genti.

Come si sa, sono oltre seimila le lingue oggi vive nel mondo. E sono decine e decine quelle parlate da consistenti nuclei demografici. Contro vecchie immagini stereotipate, sappiamo oggi che, indipendentemente da recenti flussi migratori, non c’è paese del mondo di qualche estensione e consistenza demografica che non ospiti cittadini nativi di lingua diversa. L’Italia, con le sue tredici minoranze linguistiche autoctone o insediate fra noi da secoli e con la sua folla di diversi e ancor vivaci dialetti, è solo uno degli innumerevoli casi tra i duecento paesi del mondo.

Già in epoche del passato si erano avuti movimenti migratori di consistenti parti di popolazione. L’intera storia naturale e culturale dell’Homo sapiens fin dalle origini più remote è segnata dal migrare. Lo stabilizzarsi degli stati nazionali ha reso da un lato più evidente dall’altro più difficile, drammatico il fenomeno a partire almeno dal secolo scorso. E tuttavia, fino ad anni recenti, il fenomeno coinvolgeva masse anche estese caratterizzate però da una relativa omogeneità culturale, cioè religiosa, linguistica, di costume con i paesi d’arrivo.

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“Bella”, basta la parola

Testo e foto di Luca Bartolommei

Ho scattato questa foto con il cellulare lo scorso 1° settembre, questione di qualche secondo e la luce era già cambiata, il Duomo non era più color oro. Sono riuscito a cogliere l’attimo. Ho scelto questa immagine per la mia pagina Facebook Palcoscenico Milano, dove posto foto, video e curiosità sul mio “vo in gir a cantà e sonà in de per mì tour” per le strade cittadine (https://www.facebook.com/Luca-Bartolommei-Palcoscenico-Milano-440509793146462)

Da qualche tempo mi esibisco per le strade di Milano con la mia chitarra cantando e suonando canzoni in milanese, seguendo un progetto che mia moglie ha chiamato Palcoscenico Milano, dove la città diventa una grande scena sulla quale presentare ai passanti personaggi, situazioni, ambienti e storie varie che ne raccontano anche vizi e virtù.

Suonare per strada è un’esperienza unica che mi sta dando emozioni e soddisfazioni sconosciute nonostante la mia lunga militanza a livello di impegno musicale.

Anche Milano, vista dal marciapiede, assume un aspetto completamente diverso, del tutto nuovo.

Sto per parlare di una canzone che abbiamo cantato tante volte, che abbiamo ascoltato tante volte e che personalmente ho riscoperto in tutta la sua grandezza appunto proponendola in strada.

Si tratta di O mia bèla Madônina, opera di Giovanni D’Anzi, vero e proprio inno di Milano.

Non potevo immaginare che questo brano mi avrebbe suscitato una serie di riflessioni e di emozioni come invece è successo, solo per il fatto che ciò che era nuovo, o anche solo diverso dal solito, era il contesto, quello che avevo intorno. Continua a leggere

Valentina Mela Verde scusa, mi piaceva più la Bea

di Luca Bartolommei

Ecco Valentina Mela Verde, personaggio creato da Grazia Nidasio, scomparsa oggi. Valentina è stata uno dei tanti protagonisti della storia ultracentenaria del Corriere dei Piccoli, prima rivista a fumetti dell’editoria italiana. Lo WOW Spazio Fumetto di viale Campania 12, Milano, dedica ai 110 anni del Corrierino una mostra che sarà aperta fino al 13 gennaio prossimo. https://www.facebook.com/106850525156/ photos/a.232446445156/ 10160351534590157/?type=3&theater

Ho appena letto che ci ha lasciati Grazia Nidasio, disegnatrice e illustratrice. Per anni ha collaborato con il Corriere dei Piccoli, ed è di questo periodo che voglio parlare.

Il Corrierino lo leggevo da bambino, fine elementari – inizio medie, era fonte di stimoli, di sogni, di strumenti utili per la scuola tra cui le famose schede per le ricerche che conservavo in diverse cassettine di legno che mi aveva costruito mio padre, insomma un punto di riferimento.

Tra i tanti personaggi ce n’era uno che mi piaceva tantissimo, Valentina Mela Verde, alias Valentina Morandini, una ragazza di 12/13 anni di cui seguivo assiduamente le avventure.

Magari non erano proprio avventure, tutto si svolgeva in modo “normale”, famiglia con due genitori, un fratello più grande, il Cesare (noi lombardi l’articolo lo mettiamo sempre) detto il Miura (ve la ricordate la Lamborghini?), una sorellina la Stefi, personaggio che avrebbe in seguito vissuto una vita propria, l’amico hippie del Cesare e, soprattutto la zia Dina, alter ego della Nidasio, donna affascinante e moderna, oggi diremmo avanti, consigliera della giovane e curiosissima Valentina e non solo. Tra le sue amiche del Clan delle Mele Verdi a me piaceva la Bea Galimberti, quella rossa coi capelli mossi e le efelidi e avrei voluto conoscere una ragazzina così…

Di settimana in settimana, in Valentina ritrovavo un’amica che mi raccontava le sue storie e parlava dei suoi problemi che sentivo un po’ anche miei, la scuola, l’amicizia, qualche cotta, il mondo che cambiava (il Miura era anche un po’ “contestatore”), l’adolescenza che arrivava con i suoi sommovimenti (sinceramente a me questi ultimi li dava un po’ di più la Valentina Rosselli che trovavo su Linus…) e i suoi tutto-bianco-o-tutto-nero.

I personaggi erano tutti ben vestiti, si esprimevano in ottimo italiano, la buona educazione era ovunque, eppure non c’era nulla di conformista in quelle storie, erano scritte bene, allegre ma non stupide, leggere ma con contenuti, la stessa impaginazione, se non ricordo male, era piuttosto originale. Ecco, Grazia Nidasio ci illustrava un mondo che non ci faceva paura o ci deprimeva (i cantautori sarebbero comunque arrivati di lì a poco…) e ci insegnava, io la penso così, ad essere delle ragazzine e dei ragazzini per bene, con i propri pensieri, i propri sentimenti, le idee personali da difendere con convinzione ma, ripeto, persone per bene e rispettose di tutti. Per essere nel 1969, non era male.

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