«C’era una volta una vita che avrei dovuto vivere»

di Elisa Springer*

Elisa Springer (Vienna, 12 febbraio 1918 – Matera, 19 settembre 2004)

La mia non è una favola, ma inizia ugualmente con C’era una volta. C’era una volta una vita che avrei dovuto vivere, ma che un uomo, di nome Adolf Hitler, mi ha impedito di vivere. Poi c’è stata una vita che io avrei preferito poter dimenticare, ma senza riuscirci. Oggi invece c’è una vita che mi obbliga a ricordare e più che altro a far ricordare. Sembra che la storia non abbia insegnato nulla all’uomo. L’odio continua, le violenze continuano e purtroppo le guerre continuano. C’è una grande corsa al potere e al denaro, e non si guarda in faccia a niente e a nessuno.

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«La Grande Guerra le aveva tolto il marito, l’amore di una vita e un padre per il figlio»

di Eliana Ribes

«”I fiori della guerra” è un’installazione realizzata dall’ Associazione artistico culturale Fucina Alchemica ad opera di Alessio Spalluto, che vuole ricordare il sacrificio e le sofferenze di tutti i militari caduti nella Grande Guerra». L’installazione, che rimarrà esposta al pubblico a Urbino (in via Domenico Gasperini) fino al 6 settembre 2018, è segnalata nel sito della presidenza del Consiglio dei ministri dedicato al centeneraio della prima guerra mondiale (http://eventi.centenario1914-1918.it/it/evento/i-fiori-della-guerra)

Continua il racconto su Maria Cosimi, che Eliana Ribes chiama «nonna Longhèna», diventata moglie nel 1914 e vedova nel 1915.

Nonna Longhèna si era portata in dote anche una collana di coralli veri, quanto mi sarebbe piaciuto ammirarla, ma negli Anni ’50 l’aveva venduta, come tanti altri abitanti della zona, a certi imbroglioni che passavano per le case e che gliela avevano pagata tre soldi. La fede, invece, l’aveva dovuta dare alla patria, come se non fosse bastato quello che le aveva tolto durante la prima guerra: il marito, l’amore di una vita e un padre per il figlio. Aveva dovuto dare ancora, per un’altra guerra, quella del Duce!

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I gioielli segreti della nonna che nascondeva il viso sotto il fazzoletto

di Eliana Ribes

“La raccolta di fascine – Segheria campo Rossignolo”: ecco uno dei 50 scatti della mostra “La guerra negli occhi, la guerra nel cuore”, allestita a partire da sabato 16 settembre 2017 nel foyer dello Spazio Oberdan di Milano dalla Fondazione Cineteca Italiana che alla Grande Guerra dedica anche una rassegna con 5 lungometraggi e due documentari (http://www.cinetecamilano.it/rassegna/la-guerra-negli-occhi-la-guerra-nel-cuore)

Quand’ero piccola avevo due nonne, come tutti. Una, la madre di babbo, abitava con me, l’altra, la madre di mamma, stava di fronte a casa mia, dall’altra parte della strada. Si chiamavano tutte e due Maria; io, per distinguerle, la prima la chiamavo nonna Longhèna, la seconda nonna Lizzirina.

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I “Barbisin” in uniforme al mercato dell’Isola

di Luca Bartolommei

Nell’immagine in formato Gif, creata dallo studio Boombangdesign, riconosciamo tutti il venditore di rose, elegante e gentile, ormai più “isolano” del bosco verticale. L’idea geniale di realizzare cartoline animate con i personaggi del quartiere è venuta alle creative Lorenza Negri e Caterina Pinto http://www.postcardsfromisola.com/

Ogni promessa è debito, quindi eccomi a completare la vista del cielo isolano con la metà che mancava, ovvero quella degli uomini, sempre con D’Anzi e Bracchi che mi aiutano a non fare troppo il serioso e mi accompagnano nella passeggiata per il quartiere.
Ebbene sì, anche una parte dell’Isola è citata dai Nostri, attraverso un personaggio che sicuramente faceva parte della fauna stanziale molti anni fa, ma guardandosi bene intorno, ancora oggi ne possiamo trovare qualche emulo.
Parlo del “Barbisin della Mojazza*” tipo da ligera, violento, rapido nell’uso del coltello, sciupafemmine che mangia carne tutta la settimana, oltre a pollo, zucchero, formagg de grana, (quindi si occupa anche di “borsa nera”, visto che siamo in guerra), e che spaventa tutti gli abitanti. Continua a leggere

Lilla, verdi, bianchi, gialli, azzurri o blu: angeli di ogni colore per bambini tutti uguali

di Paola Ciccioli

«Penso lo sappiate tutti: allo Zecchino d’Oro gli interpreti sono importantissimi, ma a vincere è la canzone». Fra’ Giampaolo parla alla platea di 98 bambini (più relativi genitori e familiari) che dal 30 agosto a venerdì 1° settembre affrontano la giuria incaricata di scegliere a quali voci assegnare i 12 brani della sessantesima edizione del concorso canoro, orfano di Mago Zurlì.

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Canzone per un bambino di strada

Bambini terrorizzati sono stati coinvolti nello sgombero dei rifugiati da un palazzo di via Curtatone, a Roma. Unicef, Save the children, Caritas, Medici Senza Frontiere, Arci denunciano la brutalità dell’intervento delle Forze dell’ordine e la violazione dei diritti dell’infanzia. Ci associamo e ricordiamo che, secondo le stime di Terres des Hommes, nel mondo ci sono tra i 100 e i 150 milioni di bambini che vivono in strada. A loro questo brano interpretato con strazio dalla cantora del Sudamerica Mercedes Sosa e dal rapper portoricano René Pérez dei Calle 13. Il testo è stato tradotto per noi da Francesco Pulitanò, hanno collaborato Luca Bartolommei e Paola Ciccioli.

“Canción para un niño en la calle” di Armando Tejada Gómez e Ángel Ritro, cantano Mercedes Sosa e Calle 13.

Mercedes:
A esta hora exactamente hay un niño en la calle, hay un niño en la calle.
Es honra de los hombres proteger lo que crece,
cuidar que no haya infancia dispersa por las calles,
evitar que naufrague su corazón de barco,
su increíble aventura de pan y chocolate.
Poniéndole una estrella en el sitio del hambre,
de otro modo es inútil, de otro modo es absurdo,
ensayar en la tierra la alegría y el canto porque de nada vale
si hay un niño en la calle.

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Dalla Sicilia fino ai villaggi dei Mosuo: le infinite scatole cinesi dei talenti femminili

di Angela Giannitrapani

Per questa bellissima fotografia dell’antropologa Stefania Renda, dal titolo “La bambola”, usiamo come didascalia l’incipit del pezzo di Angela Giannitrapani. A lei un grazie per lo squarcio di intelligenza che ci ha fatto arrivare dalla Sicilia: «Un bimbo di pochi anni è chinato su una ciotola dalla quale raccoglie il liquido con un cucchiaio. Ha i tratti di un cinese ma è vestito all’americana. Sulle spalle tiene una bambola legata con la tradizionale banda che indossano le madri quando portano con sé i piccoli»                                                                  (Gli scatti che illustrano il servizio sono di Giampiero Masi)

Un bimbo di pochi anni è chinato su una ciotola dalla quale raccoglie il liquido con un cucchiaio. Ha i tratti di un cinese ma è vestito all’americana. Sulle spalle tiene una bambola legata con la tradizionale banda che indossano le madri quando portano con sé i piccoli. La foto La bambola arriva al secondo posto in un concorso dal titolo “Rompiamo il silenzio”nell’ambito della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, indetto a Marsala lo scorso novembre dall’Assessorato alle Pari Opportunità coordinato da Anna Maria Angileri. La foto vince anche sullo stereotipo che distingue tra giochi maschili e giochi femminili. La spontaneità con la quale il piccolo porta sulle spalle la grossa bambola alla maniera delle donne del suo villaggio rivela, in uno scatto, quanto i valori e la cultura possano sovvertire abitudini e modi di essere.

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