Selfie in bianco e nero

Un racconto di Anna d’Andrea*

Questo non è un selfie ma un’opera di Liliana Porter: “Forty Years (self portrait with square 1973) (2013)”. Il suo sorriso in bianco e nero sul tempo che passa e ci cambia ci è sembrata l’immagine giusta per illustrare la prima parte di questo intenso racconto di Anna d’Andrea. Su Liliana Porter torneremo, intanto ricordiamo che è nata a Buenos Aires nel 1941, che vive a New York e che è presente alla Biennale Arte di Venezia 2017 nel Padiglione del Tempo e dell’Infinito (https://www.youtube.com/watch?v=3oBsLvGN1D8)

«Fulmineo precipita il frutto di giovinezza»

(Mimnermo)

Il riverbero del sole sull’acqua mi abbaglia, nell’aria infuocata del tramonto percorro il ponte quasi di corsa, in mezzo alla calca di turisti e sfaccendati, trascinandomi dietro l’incolpevole Gi che, per fortuna, è avvezza alle mie bizzarrie.

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«Ma io non voglio avere hobby, voglio avere passioni»

di Giuseppina Pieragostini

Arrivederci, Susan. E grazie, Giuseppina Pieragostini: ci siamo divertit* nel vedervi fare da spalla l’una all’altra… Susan Sarandon continua a ripetere, anche attraverso la T-shirt che indossa: “Don’t dream it. Be it”. L’attrice, che di anni ne compirà 71 a ottobre, è schierata con la comunità Lgbtq, tanto più ora che il presidente degli Stati uniti Donald Trump si è rifiutato di proclamare giugno “il mese dell’orgoglio gay”, spingendo perfino Facebook a introdurre i nuovi “like” arcobaleno (http://www.milanopride.it/site/home/)

Terza (e ultima) parte del racconto L’età dell’indecenza:

L’assenza di obblighi familiari, professionali, sociali, religiosi, ti fa oscillare come una pianticina sradicata e quasi ti aggrappi al guinzaglio del cane per non finire lunga per terra.

Tra voi s’è stabilito un accomodamento basato sull’accontentarsi reciproco: lui avrebbe voluto essere il cane di Gualtiero e tu avresti voluto seguitare a badare al suo padrone.

Mentre ti strascini in giro con questo lascito molesto, comunque sempre meno di un marito, scopri l’infinita spasura di donne che hanno varcato l’infame soglia. Non le avevi mai notate, nemmeno supponevi che esistessero; con pertinacia ti sei allenata a riconoscerle leggendo in loro i segni che non vorresti vedere in te. Le segui, le sorvegli: come si veste, come parla, di cosa parla, come si muove una donna che ha sessant’anni? Impari docilmente su di loro e da loro; cerchi di individuare quale personaggio ti toccherà recitare in questa commedia dell’arte della sopravvivenza.

Appaiono equamente suddivise per tipi come i gatti: certosino, siamese, soriano, persiano, europeo e come per i gatti, i comportamenti sono dettati dalla razza di appartenenza.

Ci sono le irriducibili, sessantenni che prive del velo pietoso degli ormoni, cercano di riacchiappare per la coda qualche scampolo di femminilità, con il risultato di mettere in scena continuamente l’evocazione di un’assenza: i capelli troppo biondi, l’abbigliamento troppo provocante, le scollature abissali; i gioielli vistosi a distogliere l’attenzione.

L’incertezza si denuncia nell’incedere, diventato meno sicuro nel calpestare il mondo: la giovinezza è nei piedi. Come farà Susan Sarandon a caracollare con grazia e coraggio sui suoi tacchi? Forse stringe i denti e va o forse s’è fatta fare prima una puntura di anestetico per piede.

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«Che gli uomini siano diventati meno interessanti di un cesto di lumache, passi»

di Giuseppina Pieragostini

Eccola di nuovo con noi (e nel racconto a puntate di Giuseppina Pieragostini), Susan Sarandon. Qui l’attrice è in una foto dal suo profilo Facebook mentre pubblicizza il film da lei prodotto “Deep Run”, documentario su un giovane transessuale alle prese con l’arretratezza culturale della zona rurale del Nord Carolina in cui vive (http://www.deeprunfilm.com/)

Continua il racconto L’età dell’indecenza:

Tu che hai sempre considerato il soma solo in quanto supporto della brillantezza della mente, al massimo una sede di personalità e stile, ti ritrovi come un segugio ad inseguire ogni segno della capitolazione del corpo, che sembra prendersi le sue rivincite su tutte le volte che non lo hai massaggiato, tonificato, coperto di fanghi miracolosi, bendato con balsami ed unguenti profumati. Mica come Portia.

Non ti puoi esimere dallo spiare ogni suo progressivo cedimento; il porco nemico non si lascia intimidire e se lunedì affiorano due venuzze sotto il ginocchio destro, martedì crolla la palpebra sinistra, mercoledì compare una ruga trasversale tra la guancia e la piega labiale, giovedì non puoi più ignorare un accumulo di grasso a un polso, venerdì si evidenzia la deviazione tanto improvvisa quanto sincrona degli alluci, sabato la cianciapella dei gomiti sbatte contro l’osso. Domenica festa. No, domenica sera compare una bella macchia bruna, l’ennesima, sul dorso della mano sinistra. Se qualcuno pensa che questo sia un artifizio letterario, si sbaglia o semplicemente non ha sessant’anni o si chiama Portia.

Il tutto si va a sommare al pieghettato sotto alle ascelle, al ballonzolo bizzarro del rivestimento carnoso dei femori, nonché di quello degli omeri, ai due corpi estranei che dipartendosi dalla mandibola vanno a ricongiungersi al collo.

C’è in questa contabilità dei guasti, impietosa ma non abbastanza da essere esaustiva, l’astioso compiacimento di chi ha sempre saputo che sarebbe andata a finire così, anche quando zompettavi a destra e a manca e macinavi chilometri e chilometri a piedi, a nuoto, in bicicletta sulla moto, sulla barca, in aereo. Neanche avessi il diavolo alle calcagna. Allo stesso modo come sapevi che ciò che ti teneva unita a Gualtiero non erano le presunte affinità elettive, ma solo il raccontarvi le stesse bugie e che un giorno avrebbe trovato una più giovane con cui raccontarsele. Adesso che la bestia ti ha raggiunto, non hai nemmeno voglia di affrontarla; te ne manca, più che il coraggio, la convinzione che ne valga la pena.

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La lista del burbero

di Elena Novati*

Celentano per pezzo di Elena (da passare)

Adriano Celentano nel film “Il burbero” di Castellano & Pipolo (1986)

B. è il burbero.

In effetti al mondo non abbiamo certo bisogno di sole carezze, di sola gente che vorrebbe abbracciarci sempre e comunque, di sole persone che viaggiano unicamente con le lenti rosa.

B. non ha molto interesse nell’incoraggiare a vedere tutto rosa, ecco perché sa stare bene: non vive dietro al vetro, non sta ad aspettare che il mondo passi “in qualche modo”, non sta ad attendere che le persone cambino in funzione di un ipotetico “meglio”, non ti giudica se sa che hai piena coscienza di quel che stai facendo, per quanto tu possa essere destinato a sbagliare. Realtà. Piedi per terra.

B. ascolta molto attentamente, tace spesso mentre tu racconti.

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Ritratti a parole

di Elena Novati

Domani è sabato e il sabato è dedicato ai ritratti a parole di Elena, che qui spiega come è nata l’idea di dipingere scrivendo.

Elena Novati, immagine dal suo profilo Facebook

Elena Novati, immagine dal suo profilo Facebook

Ritratti a parole: siccome non so decisamente tenere in mano una matita per fare un disegno degno di tale appellativo, ho pensato che fosse meglio prendere la penna e mettermi a fare dei ritratti-scritti. Non metterò volutamente il nome dei soggetti, solo le iniziali, ma se vorranno potranno commentare e “svelare” la loro identità. Non mi interessa dirvi se una persona sia bella o brutta, mi interessa solo raccontare chi è per me.

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Fuori dalla finestra Milano, dentro “un disperato bisogno di debolezza”

di Francesca Duranti*

Milano, autunno 1989

Il settimo racconto è autobiografico e non ha titolo. Potrebbe anche essere scritto in corsivo.

La vicenda comincia nel punto dove ho terminato l’ultima stesura della Carezza di Dio e ho dato alla macchina l’ordine di stampare.

Sono uscita sul terrazzo e mi sono seduta su una poltrona a sdraio posta a metà strada tra il crepitio della stampante, proveniente dallo studio, e il canto dei merli, che saliva dal terrazzo della signora Imposimato. Cullata dall’effetto stereofonico ho ripensato alle notti invernali sul treno della Cisa, agli arrivi alla Stazione Garibaldi deserta, all’attesa del taxi, alla consolazione di arrivare finalmente nella soffitta di Mina.

Mina è toscana come me ed è stata mia compagna all’università: è stata, per meglio dire, la mia unica compagna di università. Io, già da matricola, ero sposata con Carlo e aspettavo Nicola. Il bambino è nato in agosto, a metà strada tra Diritto Romano e Istituzioni di Diritto Romano. In seguito avevo un bambino piccolo e poco tempo da perdere. Così non frequentavo molto le lezioni e meno che mai partecipavo agli impercettibili movimenti studenteschi o alla intensa vita goliardica di quegli anni. Ero un’estranea che andava a dare gli esami in un posto dove tutti mi erano estranei e tutti si conoscevano tra di loro.

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«Le cose non tacciono mai, sussurrano o urlano incessantemente»

di Elisabetta Baccarin*

«I ricordi sono come il vino che decanta dentro la bottiglia: rimangono limpidi e il torbido resta sul fondo. Non bisogna agitarla, la bottiglia». (I sentieri sotto la neve, Mario Rigoni Stern)

i motivi – miei – per cui mi ritrovo a buttare cose, sono in genere dettati dallo spazio. quello reale, e quello ancora più reale dello spazio disponibile dentro di me. forse perché le cose stanno zitte fino a che non le togli dalla scatola. allora meglio metterle a tacere del tutto buttandole. e lo spazio in casa in cantina in solaio nel cuore, farà –questo il forse e questa la sfida, oltre che l’augurio- spazio ad altro.

il problema è la memoria, quella non si svuota come col cestino del pc.

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