Tono e buonumore, elogio delle donne in bicicletta

di Maria Laura Rodotà

Donne, non fate storie. Salite sulla bici. Pedalate, quando potete, invece di guidare o di aspettare autobus che non arrivano. Vi renderà cittadine più consapevoli e interessanti; attraenti come le emiliane dei luoghi comuni, ardimentose per il bene comune come le staffette partigiane, toniche come le maniache della ginnastica, ma molto, molto più allegre (la bici, come l’amore corrisposto, è un antidepressivo naturale). Non fatevi lasciare a terra da preoccupazioni e fisime («si suda, mi rovino i capelli, che scarpe mi metto»).

Imparate a vivere e far vivere meglio grazie a un mezzo di trasporto che offre pari opportunità. Finora, poco sfruttate.

Perlomeno in Italia, e anche negli Stati Uniti (in Germania e Nord Europa va meglio; e non pare un caso che, per dire, in Scandinavia ci sia una quasi parità sul lavoro e in politica e il miglior equilibrio famiglia-lavoro del pianeta; le donne hanno pedalato per ottenerlo). La scorsa settimana, i ciclisti americani, tendenzialmente giovani e liberal, sono rimasti male leggendo le statistiche sull’uso della bici nelle città americane: le cicliste urbane sono solo il 25 per cento del totale. Anche in «biking cities» come Minneapolis o Portland. Le reazioni online dei ciclisti sono meste ma pragmatiche:

«È una questione di abbigliamento», dicono i più.

Perché non si può pedalare con una gonna stretta, né con i tacchi alti (le cicliste dedite li mettono nello zainetto, e si cambiano al lavoro). Perché, ammettiamolo, l’effetto-bellezza in bicicletta si può ottenere entro e non oltre i venticinque anni di età; dopo, la maggioranza ha un’aria sciamannata e basta, casomai si ricompone all’arrivo. Anche l’Italia, che vanta le cicliste più eleganti del mondo insieme ad alcune parigine, insomma le milanesi con mises minimali, messe in piega inamovibili e cestino sul manubrio, non le esalta come meritano; tende a trattarle come figure caricaturali, tipo Signorina Snob di Franca Valeri, e non è giusto.

Non è giusto perché, a differenza di altre signore benestanti di mezzo mondo, non inquinano e non parcheggiano in doppia fila quando fanno spese. E perché è facile ma controproducente (per i polmoni) bollare come snob chi pedala. Anche se il miglior trattatello sul ciclismo urbano contemporaneo si chiama autoironicamente Bike Snob (è tradotto da Elliot edizioni; prende molto in giro le Beautiful Godzilla, le cicliste che vanno in giro convinte che la strada sia a loro disposizione e tutti, automobilisti e pedoni, debbano cedere loro il passo). Pedalare non è attività elitaria; dopo gli ultimi rincari della benzina (e i tagli al trasporto pubblico) meno che mai.

Casomai, soprattutto per le donne, è attività che migliora la vita. Fisicamente e finanziariamente: chi pedala tutti i giorni è in forma e risparmia sulla palestra (vedere per credere le berlinesi, in media due taglie più magre delle altre tedesche non cicliste). Socialmente: invece di fare amicizia con altre donne petulanti nello spogliatoio umidiccio della palestra, molte cicliste si uniscono a gruppi di gente simpatica che pedala la domenica. Emotivamente: andare in bici produce endorfine e buonumore, da’ soddisfazione e rende più assertive.

Dopo qualche mese di ciclismo urbano (specie in Italia) anche la femmina più timida impara a farsi rispettare. E a rispettare se stessa (il prossimo passo sarà rispettare le altre cicliste: siamo talmente poche, la domenica, che quando ci incrociamo su percorsi lunghi ci guardiamo con astio, vorremmo essere le uniche superdonne della ciclabile; quando saremo tante diventeremo meno antipatiche, si spera).

dal Corriere della Sera 9 gennaio 2012

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