Camilla Cederna e il “corpuscolo degli Dei”

Intervista di Patrizia Carrano a Camilla Cederna

«Camilla Cederna, Eleonora Moro e Ines Boffardi: sono state loro le prime donne a essere votate, seppure senza esito, durante uno scrutinio per l’elezione del Presidente della Repubblica. Pioniere involontarie in una corsa che si è svolta finora sempre tutta tra uomini». Così l’Agenzia Agi a proposito delle elezioni del 1978, mentre ora in Parlamento si sta procedendo alla quarta votazione per il successore di Sergio Mattarella. Che per la prima volta nella nostra storia potrebbe essere una donna: la diplomatica Elisabetta Belloni, attualmente a capo del Dipartimento per le informazioni per la sicurezza.

Attendiamo una onorevole fumata bianca e intanto leggiamo insieme un brano dell’intervista che la giornalista Camilla Cederna concesse a Patrizia Carrano per il libro Le signore «grandi firme», edito da Guaraldi in quell’infuocato 1978, dall’autrice messo a disposizione delle lettrici e dei lettori italiani perché gratuitamente scaricabile grazie al servizio digitale del Sistema Bibliotecario Milano. Ne riparleremo per #siscrivedonna (Paola Ciccioli).

La macchina da scrivere di Camilla Cederna: la prima portatile prodotta nel 1932 dalla Olivetti col nome di “I.C.O. MP1”, di colore rosso (da http://www.museodella macchinadascrivere.org). Nella foto si vede anche la copertina del libro “Giovanni Leone. La carriera di un presidente” che Camilla Cederna pubblicò nel 1978 con Feltrinelli e che fu alla base delle dimissioni dell’allora presidente della Repubblica. Successo editoriale da 600 mila copie, il libro venne riconosciuto diffamatorio, tanto che la magistratura dispose il ritiro delle copie in circolazione.

D. Come mai non hai mai lavorato per un quotidiano?

R. Qualche collaborazione l’ho fatta. Ai tempi dell’Europeo scrissi qualcosa per La Stampa. Ormai sono così abituata al ritmo del settimanale che mi sembrerebbe impossibile. E poi bisogna dire che nessun quotidiano mi ha mai rapito. Anche il Corriere della sera: ci lavorava già mio fratello. E poi, per come sono fatti i quotidiani oggi… non c’è gusto.

D. Perché?

R. Ma perché il linguaggio dei quotidiani è poco adatto alla gente, perché è difficile, astruso, complicato. Quando scrivono di politica non si capisce nulla. Riportano pari pari i discorsi di Andreotti, di Fanfani, e non capiscono che si deve riscrivere tutto da capo. Non dico come Novella2000, però in un modo piuttosto semplice.

D. È per questo che le donne non leggono i quotidiani, secondo te?

R. Penso di sì. Senza contare che c’è una sterminata fascia di donne sotto il giogo dei figli, della casa, della famiglia, della fabbrica. Non hanno mai un attimo di tempo, poverette.

D. Ma tu riesci a immaginarti un grande quotidiano per le donne?

R. Credo che in America già esista. Penso che dovrebbe essere pieno di notizie che alle donne interessino. Anche con la politica, l’economia, la finanza: però scritta in tutt’altro modo. Per esempio, io non ho capito nulla sul problema dell’equo canone. Il Corriere della sera ha fatto dei pezzi incomprensibili, proprio oscuri. E poi credo che ci vorrebbe una impaginazione completamente diversa.

D. Ma tu come giornalista ti sei occupata molto di questione femminile?

R. No. Un po’ perché quando nascevano i movimenti femministi io ero impegnata con Pinelli, Valpreda, Calabresi. E un po’ perché, devo ammetterlo, non è uno dei miei argomenti prediletti. Questo non toglie che io mi sia occupata spesso e anche con molta passione dell’aborto (direi prima di ogni altra, ai tempi dell’infuriare degli aborti clandestini), poi del CISA, dei cucchiai d’oro di Milano, di questa legge orrenda che finirà col passare anche grazie ai comunisti.

D. Ma credi che in generale i giornali se ne occupino in modo corretto?

R. Questo poi no. Io stessa, che come t’ho già detto non sono molto ferrata su questi argomenti, ho un attimo di rifiuto tutte le volte che leggo quello che i quotidiani scrivono sulle donne. Basta pensare ai resoconti dei processi contro gli stupratori. Come si fa a non accorgersi che c’è una terribile leggerezza, una enorme superficialità, e al fondo anche una grande diffidenza nei confronti della ragazza violentata? Quasi quasi sembra che se lo sia voluto lei. Mentre per gli stupratori, che magari erano in diciotto, che l’hanno picchiata, tormentata, avvilita, che l’hanno abbandonata mezza nuda su un prato in piena notte, c’è sempre un pizzico di complicità, una sorta di solidarietà. In un certo senso persino un po’ di simpatia. Credo che questo atteggiamento della stampa dipenda molto dal fatto che i quotidiani sono sempre diretti da uomini.

D. Anche il tuo giornale, L’Espresso, è diretto da un uomo.

R. Sì, e lo si vede. Anche L’Espresso si occupa poco della questione femminile, nonostante abbia delle redattrici abbastanza ferrate su questi argomenti, come per esempio la Rusconi, la Rossetti, la Mariotti. Non so dove ho letto che in 4 mesi L’Espresso ha dedicato solo 20 pagine su 1500 ai problemi delle donne. In redazione forse pensano che questo sia un argomento poco interessante, che editorialmente non rende, che al massimo può attirare qualche lettrice, ma non certo una buona fetta di pubblico. Non c’è nulla da fare, sono uomini, e spesso considerano le femministe come delle prevaricatrici, delle esaltate.

D. Il collettivo giornaliste ha attaccato L’Espresso per i nudi in copertina. Tu che ne pensi?

R. Io non sarei a priori contro il nudo, perché c’è il rischio di diventare bacchettone, moraliste, pruriginose, bigotte. Però i nudi dell’Espresso spesso sono stati orrendi e anche la redazione alle volte ha protestato. D’un brutto raro, direi. Mi ricordo una copertina con due uomini che reggevano una tettona per uno. Quando l’ho vista ho capito subito che doveva essere una fotografia tedesca. E difatti l’avevano comprata da Stern. E poi molto spesso questi nudi sono assolutamente ingiustificati: che bisogno c’è di mettere una ragazza tutta nuda, bagnata come una sardina e con dei libri al fianco per parlare delle vacanze intelligenti? Mi pare che una delle copertine contestate fosse proprio quella. In effetti era un nudo molto inutile.

D. Tu che hai tenuto per molti anni sull’Espresso “Il lato debole”. Era un “lato debole” femminile?

R. Anche, ma non solo. Era il lato debole di una classe, d’un ceto, d’un mondo, di quella borghesia lombarda che c’era una volta e che ora non esiste più. Era il tentativo di raccontare con ironia la storia minore d’un ambiente che io mi divertivo a scrutare e osservare. Adesso è stato raccolto in tre volumi, il primo va dal ’56 al ’62 e gli altri a seguire. Mi sono sempre molto divertita a farla, anche se era abbastanza faticoso non mancare mai una settimana e riuscire sempre a scrivere in modo brillante, con l’aggettivo giusto. Una volta impiegavo molto tempo a cercare gli aggettivi, adesso non lo faccio quasi più. “Il lato debole” era una spigolatura, credo abbastanza divertente, delle ovvietà, dei luoghi comuni, delle piccole manie, e dei gerghi di un’epoca. Io sono sempre stata molto attenta ai gerghi, alle perone che parlano sbagliato, alle ricche borghesi che dicevano “il servizio di baccalà” o “il corpuscolo degli Dei”. E poi c’erano dei ritratti di mezzecalze: la seccatrice, l’ansiosa, la villana, la maligna.

D. Ma tu come ti trovi con le donne, Camilla?

R. Amiche ne ho moltissime, alcune delle quali molto care. trovo che esistano delle donne straordinarie, eccezionali. Licia Pinelli, per esempio, per me è una vera maestra di vita. E anche Rachele, la zia di Valpreda. Sono due donne che conosco bene e delle quali mi vanto di essere amica. Ogni volta che le incontro da loro imparo sempre qualcosa, dalla vecchia come dalla giovane. Con Licia ho anche lavorato.

D. Che tipo di lavoro?

R. È lei che ha ribattuto i testi dei miei ultimi due libri, Sparare a vista e quello sul presidente Leone. È la mia prima giudichessa, è una donna molto dura, poco complimentosa. Mi piace moltissimo. Per esempio Sparare a vista le era piaciuto ma non mi aveva detto nulla, osservazioni poche, complimenti nessuno. Invece il libro su Leone l’ha molto coinvolta. Forse perché di Leone non sapeva nulla. Non che lo credesse un buon papà, perché Licia è di uno scetticismo e di un cinismo tremendi. Però non immaginava mai come questa specie di mezzo pulcinella era arrivato al Quirinale, non sapeva nulla della sua famiglia, dei figli, degli intrallazzi, dei processi, degli amici: tutti in prigione, latitanti o incriminati. Così s’è anche divertita, perché il tono del libro è in fondo abbastanza brillante. Mi hanno anche rimproverato questa leggerezza come una colpa, ma io sono una giornalista e scrivo così. Naturalmente ho amiche anche diverse da queste due donne fuori dalla norma: per me Silvana Ottieri è la donna più “nutriente” ch’io conosca, l’amica più comprensiva, la consigliera più attenta.

(…)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

#donnedellarealtà #donnedellarealtàblog #siscrivedonna

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...