Buon cammino, Violeta

di Nadia Fink e Pitu Saá*

“Violeta Parra nacque il 4 ottobre 1917 a San Fabián de Alico, un Paese del Cile, ma ben presto si trasferì con la sua famiglia a Chillán». Nel libro di Nadia Fink, illustrato da Pitu Saá, il suicidio dell’artista cilena non viene nominato, si preferisce rimandare le bambine e i bambini ai quali questa “favola vera” è dedicata a un altro tempo e ad altri libri. Con la traduzione di Maria Elena Vaiasuso, il libro è pubblicato in Italia da Rapsodia edizioni nella collana Antiprincipesse #2 (http://www.rapsodiaedizioni.com/portfolio-item/antiprincipesse-2-violeta-parra/)

Un giorno Violeta scoprì un segreto: la chiave dell’armadio in cui suo padre nascondeva una chitarra. Lui, infatti, era un folklorista e si esibiva durante le feste di paese, accompagnato dalla voce di sua moglie. Ma diceva: “con la musica non si guadagna un bel niente!”.

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Storia di Ettore e Rita, i fratellini che vogliono strade intitolate alle donne

di Maria Grazia Anatra e Viola Gesmundo*

La copertina di “Una strada per Rita” (Matilda Editrice, 2017) http://www.matildaeditrice.it/libri/una-strada-rita

Rita è un tipo davvero SPECIALE… va in terza elementare ed è la prima della classe, si è già guadagnata un sacco di caramelle morbidone: le ha vinte nella gara di calcolo aritmetico, però è da un pezzo che non ne fanno più di gare in classe, perché vinceva sempre lei! Ma anche a scrivere e a parlare se la cava molto bene…

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«Non voglio più combattere»

a cura di Innocenza Indelicato*

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Per anni nella Repubblica Democratica del Congo si è combattuta una sanguinosa guerra tra l’esercito congolese e numerosi gruppi armati che volevano controllare territori ricchissimi non solo di acqua e foreste, ma soprattutto di minerali preziosi come l’oro e i diamanti.

Moltissimi sono stati i bambini e le bambine soldato arruolati nei vari eserciti. Nel 2003, in seguito a un accordo, i gruppi armati accettarono di liberare i bambini e le bambine che combattevano per loro.

Molti progetti furono programmati per aiutarli a ritornare in famiglia, riprendere la scuola o trovare un lavoro. Ma non per tutti fu così. In una regione a nord del Paese si continuò a combattere e molti bambini che erano stati smobilitati furono nuovamente prelevati con violenza dalle loro famiglie e riportati negli eserciti. Altri ragazzi dovettero lasciare le loro case e i loro familiari per timore di essere portati via dai soldati e cercarono rifugio in città.

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Quando ad andare a scuola scalzi erano i nostri figli

di Anna Caltagirone Antinori

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Treia (Macerata). È il 1951 e la giovane maestra siciliana Anna Caltagirone ha un incarico annuale nella frazione di San Lorenzo. In questa foto, che proviene dal suo archivio privato, è con la scolaresca di cui fa parte, secondo da destra in prima fila, un bambino che va a scuola scalzo, «per nulla imbarazzato di essere fotografato a piedi nudi». Nel racconto della maestra Anna un risvolto tenerissimo che lega questo scolaro alla propria sorellina

Era il 1951, con incarico di insegnamento annuale fui assegnata alla scuola elementare di San Lorenzo di Treia. È una frazione un po’ scomoda perché comprende molte case di campagna sparse qua e là sulla collina che arriva a lambire la montagna coperta da una fitta pineta. Nella scuola c’erano tutte e cinque le classi divise in due sedi: una nel fabbricato dello spaccio e la mia, appollaiata su un cocuzzolo accanto alla chiesa. La casa era di proprietà della famiglia Ciriaco ed aveva più piani. Il portoncino della scuola dava sulla piazzetta della chiesa. Si entrava in un corridoio, a destra c’era l’aula scolastica, a sinistra il mio appartamento: una camera e una cucina. Al piano di sopra abitava la famiglia del  proprietario con la quale ero in ottimi rapporti.

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«Cosa ti è rimasto di me, la tua maestra?»

di Anna Caltagirone Antinori

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Anna Caltagirone Antinori con Paola Ciccioli quando “la maestra Antinori”, così i suoi allievi la chiamano e la ricordano, ha insegnato nella scuola elementare della frazione Convento di Urbisaglia, nel Maceratese (foto dall’archivio privato della coordinatrice del nostro blog)

Da bambina il mio gioco preferito era fare la maestra. Ripiegavo più volte un foglio di carta e ritagliavo con le forbici il profilo della sagoma di un pupazzetto e veniva fuori una fila di femminucce con le sottane o maschietti con i pantaloncini, li coloravo e li mettevo seduti in fila su scatole di cartone. Sul tavolino preparavo la mia cattedra: una sveglia, un quaderno per registro, il calamaio e la penna. Al muro appendevo una lavagnetta che mi era stata regalata e con il gessetto scrivevo i nomi degli alunni. Facevo l’appello e mettevo vicino ad ogni nome chiamato una crocetta o un segno meno, io stessa rispondevo: presente o assente. Scimmiottavo la mia maestra che ammiravo moltissimo e di cui avevo tanta soggezione.

Col passare degli anni mi convinsi sempre di più che ero portata per l’insegnamento. Frequentai l’Istituto magistrale e a 18 anni mi diplomai. Nel 1946 cominciai ad insegnare nelle scuole sussidiate: niente stipendio, a fine anno veniva il Direttore didattico ad esaminare gli alunni. Per ogni promosso il Comune ci assegnava un compenso. Era importante raggranellare punti per andare avanti in graduatoria e dopo 4 anni di sacrifici, ottenni l’incarico annuale che per me voleva dire stipendio mensile e indipendenza.

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La solidarietà che guarisce il mondo

di Maria Elena Sini

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Un’immagine da “Miracolo a Le Havre” del regista finlandese Aki Kaurismäki. Il film è inserito nella rassegna “Kaurismäki in 35 mm” presentata da Fondazione Cineteca Italiana allo Spazio Oberdan di Milano dal 22 maggio al 4 giugno 2017. In programma 13 film, compreso l’appena uscito “L’altro volto della speranza” (http://oberdan.cinetecamilano.it/eventi/cineteca-70-in-35mm-aki-kaurismaki/)

Durante le feste la televisione ci ha propinato film traboccanti di buoni sentimenti: se siamo stati fortunati ci è toccato “La vita è meravigliosa“ di Frank Capra, che viene rispolverato per ogni Natale, se ci è andata male ci siamo beccati film melensi e stucchevoli su renne ferite, alberi di Natale consegnati in ritardo, regali smarriti etc…

Ma, per caso, facendo zapping da un canale all’altro, ho visto su Rai 5 il perfetto film di Natale, una favola moderna con una tematica attuale, che senza retorica e senza enfasi, con uno stile minimalista affronta il problema della clandestinità. “Miracolo a Le Havre” di Aki Kaurismäki è ambientato nella città portuale che dà il titolo al film, dove uno scalcinato lucida scarpe, Marcel Marx, con un passato di scrittore bohémien, entra casualmente in rapporto con un giovane migrante africano, Idrissa, arrivato dentro un container e sfuggito ai controlli della polizia che lo cerca. L’uomo, la cui moglie nel frattempo ha scoperto di avere una malattia che le lascia poco da vivere, si prende cura del ragazzo e cerca di fargli passare la Manica per raggiungere la madre in Inghilterra, facendo rete con i suoi amici del quartiere e cercando di eludere le attenzioni del commissario Monet. Marcel e Idrissa non hanno niente in comune, solo il senso della propria vita marginale e minacciata: l’uomo dalla paura di restare solo e il ragazzo dal fallimento del viaggio che doveva portarlo a Londra.

La denuncia sociale di “Miracolo a Le Havre” sta nella contrapposizione tra Marcel e i suoi amici, persone semplici che però si mostrano subito pronte ad aiutarlo e sostenerlo una volta conosciuto il suo piano per far arrivare il ragazzo in Inghilterra, e un sistema politico e giudiziario cieco e meccanico, nel quale però fortunatamente esistono ancora anticorpi d’umanità d’altri tempi. D’altri tempi infatti è tutta la comunità che abita intorno al porto e d’altri tempi è il commissario, una figura con una grande carica morale, implacabile nell’arrestare i criminali ma generoso con gli indifesi.

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“Death seed”, il seme della morte

a cura di Luca Bartolommei*

«Almeno 58 civili siriani sono morti per un attacco in cui si sospetta siano state usate armi chimiche. Il raid aereo è avvenuto nella città di Khan Shaykhun, nella provincia di Idlib, in una zona controllata dai ribelli. Lo dichiara l’ong Osservatorio siriano per i diritti umani, che accusa il governo siriano o quello russo di aver condotto i bombardamenti. Tra le vittime ci sarebbero anche undici bambini» (http://www.internazionale.it/) (foto da http://www.bbc.com/)

21st CENTURY SCHIZOID MAN

Cat’s foot iron claw
Neuro-surgeons scream for more
At paranoia’s poison door.
Twenty first century schizoid man.

Blood rack barbed wire
Politicians’ funeral pyre
Innocents raped with napalm fire
Twenty first century schizoid man.

Death seed blind man’s greed
Poets starving, children bleed
Nothing he’s got he really needs
Twenty first century schizoid man.

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