Elisabetta e la sua missione: portare in salvo i figli

di Eliana Ribes

Elisabetta Malatesta Varano è la protagonista di “Sono tornata”, il libro di Clara Schiavoni che abbiamo presentato nel post precedente con un estratto scelto per noi da Eliana Ribes. E adesso la parola passa proprio a Eliana e alla sua recensione, buona lettura!

Questa immagine proviene dal diario Facebook di Clara Schiavoni, autrice del romanzo storico “Sono tornata” (Edizioni Simple, 2013) che abbiamo raccontato in questi due ultimi post. La foto è di Germano Capponi e porta la data del 6 novembre 2016: la copertina di questo libro è coperta da polvere e calcinacci, i segni del terribile terremoto di cui il Centro Italia, le Marche, Camerino e Visso (le due città dove sono ambientate le avventure di Elisabetta Malatesta Varano) portano ancora ferite aperte https://www.change.org/p/sergio-mattarella-salva-camerino-dall-abbandono-post-terremoto

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«Presto Elisabetta, fate presto!»

di Clara Schiavoni*

La Rocca Varano, a poca distanza dal centro abitato di Camerino, nelle Marche, fu eretta nel XIII secolo come residenza fortificata della nobile famiglia dei Varano e trasformata poi in fortezza nel XIV secolo (http://www.turismo.marche.it/Dettaglio/Title/Camerino-Rocca-Varano/IdPOI/8991/C/043007) La foto di Marco Capponi è stata commentata con queste parole da Clara Schiavoni: «Un incanto che mi ha sedotta perché così era la notte dell’11 agosto 1443 (controllato il lunario storico…)».

Camerino, Palazzo Varano, stanza di Elisabetta

12 agosto 1433

Mentre all’esterno del Palazzo si stanno preparando i cavalli, Elisabetta si sveglia: sembra un giorno come tanti altri e la luce del mattino inonda la stanza.

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Il viaggio in Germania di zia Adina: sola, analfabeta e con il bagaglio dell’amore

di Eliana Ribes

Ma quale forza può sprigionarsi da una donna? Oggi la domanda riguarda Adina Malpiedi, la nostra zia Adina, che ha vissuto a Urbisaglia, nelle Marche, paese dove è nata anche l’autrice del post. Moglie di Virginio Agostinelli e madre delle gemelle Marina e Rosina, questa donna semplice e sorridente, ha sfidano (ma senza saperlo) pregiudizi e consuetudini, per stare accanto alla figlia emigrata che stava per partorire. Ecco la seconda e ultima parte del racconto di Eliana Ribes.

Adina Malpiedi, zia Adina, con le figlie Marina e Rosina (che ringraziamo di tutto cuore per aver fornito a Eliana Ribes questa foto dell’archivio privato)

Zia Adina era una bella donna, alta, robusta, con i capelli neri sempre legati a crocchia dietro la nuca. Da giovane aveva lavorato in filanda, ma da quando questa era stata chiusa non le metteva pensiero alcun genere di fatica. Si prestava anche ad aiutare nonno che faceva il cementista, un mestiere pesante. Me la ricordo con dei manicotti grigi fin sopra il gomito, che si infilava per preservare la pelle dall’irritazione del cemento e per non sporcarsi. Sempre silenziosa e attenta alle indicazioni di nonno che era molto esigente. Facevano tutto a mano, con delle forme di metallo o di legno, anche l’impasto, perché non c’era certo l’impastatrice. Comunque, un’ora prima che ritornasse a casa il marito, zio Virgì, che faceva l’operaio e andava a lavorare in bicicletta (doveva percorrere una quindicina di chilometri), lasciava perdere tutto e gli preparava la cena. Il profumo di quello che cucinava invadeva tutta la casa e mi faceva venire l’acquolina in bocca.Per me, comunque, l’impresa più memorabile è stata quando ha affrontato da sola, senza sapere né leggere né scrivere, il viaggio per la Germania. Continua a leggere

Cuore di zia

di Eliana Ribes

Adina Malpiedi, a sinistra, il giorno del matrimonio delle sue figlie gemelle Rosina e Marina, al braccio – rispettivamente – del padre Virginio e dello zio Umberto. Questa bellissima foto, che Eliana Ribes è andata a scovare nell’archivio della Biblioteca di Urbisaglia (Macerata), accompagna un racconto particolarmente intenso e caro anche alla coordinatrice del blog, Paola Ciccioli

C’è una zia nel cuore di tutte noi? Una donna dolce e forte, protettiva e sapiente, che ci ha “salvato” dalle burrasche dell’infanzia ed educato sentimentalmente ad affrontare la vita? Eliana Ribes ci fa conoscere la sua (la nostra) zia Adina Malpiedi, nata nel 1915 e scomparsa nel 2006, dopo 91 anni di bene sparso a piene mani. Grazie. Questa è la prima parte di un ritratto con tante sfumature. 

Oramai, con la mente, sono sempre alla ricerca di “donne della realtà”. Spero di aver fatto anche questa volta la scelta giusta.

Quando ero piccola, tanti anni fa, vivevo a stretto contatto con una zia che si chiamava Adina. Abitavamo nella stessa casa, divisa in modo tale che lei e la sua famiglia, in affitto, ne occupasse la terza parte e la mia famiglia il resto. Con questa zia la parentela non era stretta, anzi molto lontana, ma questo non aveva alcuna importanza perché la vicinanza sapeva crearla lei.

Era la madre di due ragazze gemelle, Marina e Rosina, più grandi di me di undici anni, le pupille dei suoi occhi, ma zia sapeva voler bene non solo ai figli e nipoti propri, ma anche a quelli degli altri. Era una donna “di cuore” e di grande affetto, con cui circondava tutte le persone a lei care. A me faceva sempre tanti complimenti che mi incoraggiavano e qualche volta mi consolavano. Quando combinavo qualche marachella veniva sempre in mio soccorso, per tirarmi fuori dai guai. Continua a leggere

«La Grande Guerra le aveva tolto il marito, l’amore di una vita e un padre per il figlio»

di Eliana Ribes

«”I fiori della guerra” è un’installazione realizzata dall’ Associazione artistico culturale Fucina Alchemica ad opera di Alessio Spalluto, che vuole ricordare il sacrificio e le sofferenze di tutti i militari caduti nella Grande Guerra». L’installazione, che rimarrà esposta al pubblico a Urbino (in via Domenico Gasperini) fino al 6 settembre 2018, è segnalata nel sito della presidenza del Consiglio dei ministri dedicato al centeneraio della prima guerra mondiale (http://eventi.centenario1914-1918.it/it/evento/i-fiori-della-guerra)

Continua il racconto su Maria Cosimi, che Eliana Ribes chiama «nonna Longhèna», diventata moglie nel 1914 e vedova nel 1915.

Nonna Longhèna si era portata in dote anche una collana di coralli veri, quanto mi sarebbe piaciuto ammirarla, ma negli Anni ’50 l’aveva venduta, come tanti altri abitanti della zona, a certi imbroglioni che passavano per le case e che gliela avevano pagata tre soldi. La fede, invece, l’aveva dovuta dare alla patria, come se non fosse bastato quello che le aveva tolto durante la prima guerra: il marito, l’amore di una vita e un padre per il figlio. Aveva dovuto dare ancora, per un’altra guerra, quella del Duce!

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I gioielli segreti della nonna che nascondeva il viso sotto il fazzoletto

di Eliana Ribes

“La raccolta di fascine – Segheria campo Rossignolo”: ecco uno dei 50 scatti della mostra “La guerra negli occhi, la guerra nel cuore”, allestita a partire da sabato 16 settembre 2017 nel foyer dello Spazio Oberdan di Milano dalla Fondazione Cineteca Italiana che alla Grande Guerra dedica anche una rassegna con 5 lungometraggi e due documentari (http://www.cinetecamilano.it/rassegna/la-guerra-negli-occhi-la-guerra-nel-cuore)

Quand’ero piccola avevo due nonne, come tutti. Una, la madre di babbo, abitava con me, l’altra, la madre di mamma, stava di fronte a casa mia, dall’altra parte della strada. Si chiamavano tutte e due Maria; io, per distinguerle, la prima la chiamavo nonna Longhèna, la seconda nonna Lizzirina.

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«Sessant’anni non è un’età, è una sassata»

di Giuseppina Pieragostini*

Sessantanni non è un’età, è una sassata.

Susan Sarandon durante la conferenza stampa di presentazione del Premio Kinéo svoltasi all’Hotel Excelsior di Venezia lo scorso 3 settembre. All’attrice americana è stato assegnato il Kinéo International Award. Nata a Jackson  Heights NY il 4 ottobre 1946, compie oggi 71 anni. Congratulations! Foto con il cellulare di Luca Bartolommei.

Anzi una lapidazione con sessanta sassi di quelli belli grossi che vanno diritti al bersaglio. Se sei fortunata, un colpo secco che arriva a tradimento mentre pensi che ancora tutto debba accadere, magari anche l’amore.

Ma, dico io, ti sei guardata?

Prima di tutto cammini come chi non ha più niente d’interessante tra le gambe; le forme, poi, ti si arroccano protervie nei posti meno adatti ed è così che ti ritrovi quei fianchi risaliti imperterriti verso le ascelle, per non parlare delle ginocchia sempre più simili a due paracarri, le braccia ingrossate nella parte sbagliata e le guance che proliferano a comodo loro. E non sarebbe finita, ma c’è un limite a tutto. Pure alla fenomenologia.       Le attuali cinquantenni hanno conquistato, a spinte e zampate, un posto nell’immaginario collettivo se non proprio amoroso almeno ammiccante, dando origine a un esercito di nuove amazzoni senza macchia e senza paura che guardano dritte in faccia. Tu hai percorso quegli anni di buon passo esibendo la zazzera screziata neanche fossi tornata a essere quella ragazza prepubere piena di sogni; mentre Portia, sempre lei, la cara nemica di una vita, non scendeva dai suoi tacchi a spillo e cambiava ogni tre giorni, foggia e colore ai capelli.

Una certa inquietudine s’insinua verso la fine del decennio; se la colonizzazione dei cinquanta ha spinto più in là la frontiera della terra di nessuno, quella seguita a stendersi incognita e implacabile e se non hai la fortuna di crepare prima, ti tocca farci i conti. Hai voglia ad aggrapparti agli ultimi scampoli di età, a puntare atterrita i piedi sull’orlo del baratro; persa la tracotanza, le donne entrano stordite e incredule nei sessanta. Fino a un attimo prima l’età era un vezzo da mostrare o nascondere a seconda del gioco e un attimo dopo un padrone implacabile.

Improvvisamente il tempo non è più infinito e il futuro ti scoppia dentro la pancia come un palloncino punto con l’ago; sarà per questo che tuo marito s’è volatilizzato poco dopo, per riagganciarne un pezzo in compagnia di quella shampista sarda che funge da assistente. È successo anche a voi, che avevate sempre disdegnato i luoghi comuni, e che mai, avreste permesso all’ovvio di stendere la sua tovaglia a fiori sulla vostra vita.

Perché tanto vale che ti rassegni: i sessantanni riguardano solo le donne e solo per loro si presentano all’incasso tutti i conti rinviati a ogni scadenza, mentre i maschi, loro, passano di moratoria in moratoria come gli evasori fiscali.

Consumata l’euforia dei cinquanta, si assiste alla nascita di una nuova genia, dove sono tutte suore e zitelle, pure quelle che il marito ce l’hanno ancora. L’inesorabile trapasso degli ormoni della dipendenza, riscrive tutta la storia al contrario e gli uomini scappano come lepri davanti a donne che non hanno più bisogno di cantargli la novena. Ma, come farà Susan Sarandon?

«Il banale è entrato nella mia vita» sospirò tuo marito Gualtiero nell’annunciarti la sua dipartita, senza chiedersi cosa sarebbe entrato nella tua. Ed è stato più lo scoramento che il dispiacere; prima che aggiungesse altro, sei andata a prendere il guinzaglio per portare fuori Groucho. «S’intende che il cane resta a farti compagnia» ha miagolato lui. Hai detto soltanto «Non ne dubitavo» e sei uscita con il riottoso alle calcagna e con la consapevolezza che l’insignificante quadrupede rappresentava il primo embrione della campagna di disimpegno del professore tuo marito già allievo del Professore tuo padre. Te lo lasciò insieme al gomito del tennista e al ginocchio della lavandaia ché tanto al peggio eri già abituata.

Può succedere anche questo: che i sessantanni ti affranchino da certe incaute dipendenze che prima fai di tutto per procurarti e poi passi una vita a desiderare di liberartene e quando ormai ti sei rassegnata, zàcchete ti ritrovi nuda e cruda. Che gusto c’è ad avere sessantanni e non dirsi la spiccia verità? Tuo padre amava solo i suoi libri, tua madre adorava solo tuo padre, tuo marito venerava solo tuo padre e la carriera e tu facevi finta, con tutti e tre, che non ti serviva niente. Finalmente puoi accettare di chiamare le cose con il loro nome; senza pensare per questo, di morire fulminata. Se la vanità del lessico famigliare era stata insufficiente a suo tempo, a metterti al riparo dalla disillusione, tanto meno è capace ora a difenderti dall’irrimediabile mutamento del corpo. Le prime ad accorgersene sono state quelle stronze delle zanzare: fino alla scorsa estate tutte addosso come api attorno al miele, poi, improvvisamente, più niente. Il tuo odore era cambiato e denunciava un afrore sconosciuto, come se un’estranea ti si fosse rintanata sotto le ascelle. Allora ti sei annusata fin nei recessi; pure lì un odore privo di ogni messaggio che non fosse il disincanto.

La trasmigrazione dei peli è stata la seconda spia impossibile da ignorare: una vita ad ossessionarti con l’incomoda presenza e a un certo punto quasi tutti passati a miglior vita, chissà dove, chissà con chi. La prima reazione è stato chiederti se il fenomeno riguardasse anche Portia; appena due mesi meno di te e si comporta neanche fosse tua figlia: anche l’età sembra lasciarla a te come faceva a scuola con i compiti in classe. Lei prosegue imperterrita con tutti i capricci, le scollature e i ricci che tu non ti sei permessa neanche allora, tanto che lei ne ha abusato per due, senza vergogna. Mentre in te agiva una sciupafemmina che disdegnava ogni debolezza femminile, per di più incoraggiata da una cultura dominante dove non si andava dal parrucchiere e neanche dall’estetista, non ci si spalmava la crema solare, non si mettevano gli occhiali da sole, in compenso si calzavano mutilanti zoccoli di legno. Con conseguenze, alla lunga, raccapriccianti. La sciupafemmina, partorita per necessità e per malinteso, ha sprecato nell’isteria e nell’orgoglio mentale, la giovane femmina che avevi dentro, mentre sembrava ignorare, proprio lì, accanto a te, l’amica e rivale.

Insieme anche all’università, eppure Portia si risparmiò lo sciocco ’68, nessuna parentela o forse molta con l’argomento in questione. Mentre tu stavi al ciclostile, lei si laccava le unghie, mentre tu arringavi le folle con il megafono, lei seduceva il professore di filologia, mentre tu distribuivi volantini ad assonnati e renitenti operai, lei restava a dormire per levigare la pelle, mentre tu partivi a evangelizzare i pastori sardi, lei sfornava un figlio. Il primo di una lunga serie. Anche se accecata dall’ideologia, l’hai sempre saputo che mentre per Portia il centro del mondo coincideva con il punto esatto in cui stava lei, per te era sempre altrove, dove l’ombra lunga del tuo scontento non potesse raggiungerti.

Dietro le persiane chiuse, è rimasta prigioniera una figura di fanciulla che ormai solo tu puoi scorgere; ti guardi allo specchio e gli stessi occhi vedono la stessa ragazza di allora. Finché la tieni sotto il tiro dello sguardo, la tua immagine non muta, appena la perdi di vista, tutti si sentono autorizzati a farne quello che vogliono. Fuori, nel mondo accecato di sole, occhi estranei che non perdonano; non saprai perché ti guardano e cosa vedono. Quando incroci un uomo, magari un giovane uomo, la reazione è quella dell’eterna ragazza scontrosa che inizia un gioco d’amore fatto di repentini avvicinamenti e inaspettate sparizioni, poi ti sovvieni e lasci cadere la veste rubata.

La tua ultima foto per il passaporto ti ha messo davanti a un fenomeno perturbante: il tradimento era talmente vistoso, da far pensare a un errore, sicuramente uno scambio. L’impulso immediato è stato quello di rinviarla al mittente, non perché non fossi tu, ma perché non ti piaceva affatto quello che eri diventata. No, non come, ma proprio la cosa che eri diventata.

Poi quel riflesso di sguincio in una vetrina e il profilo risentito della zia monaca che ti guardava: stesso mento aguzzo e sfuggente, stesso naso aquilino, stessa boccuccia stretta a culo di gallina, identica criniera sulla fronte con la medesima fiezza bianca. I sessantanni hanno la peculiarità di dare corpo ai peggiori fantasmi infantili, anzi, di dargli il tuo di corpo e la strega maligna che si nascondeva sotto le guance di pesca e la bocca di ciliegia, esige che venga onorato il patto della culla. Non per farti gli affari degli altri, ma a Susan Sarandon succede proprio lo stesso?

Neanche bastasse, l’altro giorno un uomo che a te era sembrato vecchio bacucco, tu i maschi seguiti a guardarli neanche avessi sempre venti anni, ti ha ceduto il posto sull’autobus e dubiti che sia stato per galanteria. L’hai fulminato con lo sguardo e sei scesa due fermate prima. Hai ritenuto l’età, un accidente inessenziale, come tutti del resto finché l’anima sa persuadere il corpo a salire come una sirena sulla tolda della nave. Quando bastava uno sguardo, un alito, per sentirla, spudorata e curiosa, snodarsi con un guizzo come una di quelle flessuose strutture metalliche sotto costumi sontuosi.

Per un istante magico e infinito della vita, la coincidenza tra ciò che vuoi essere e ciò che gli altri vedono è perfetta, poi scema impercettibilmente fino a scomparire del tutto. Ora, il corpo, complice delle scorribande amorose, immaginarie le tue, reali quelle di Portia, si è fatto riottoso; l’anima, prigioniera di un involucro che ne ignora le serenate, sprofonda furiosa nelle viscere per non avere nulla a che fare con quella stessa sagoma che tu hai intravisto nella vetrina e da cui hai distolto repentinamente lo sguardo.

I – Continua

*«Gentile Paola Ciccioli, leggendo il blog ho avuto voglia di partecipare e ho pensato che questo racconto potesse essere adatto. È stato pubblicato anni fa su Toilet, è un problema?». Così, via mail, la psicologa e scrittrice Giuseppina Pieragostini, conosciuta a Roma grazie agli amici Eliana Ribes e Silvano Fazi, ci ha generosamente affidato questo suo racconto dal titolo “L’età dell’indecenza” che pubblichiamo in tre parti (in modo da gustarlo tutti meglio e pensarci un po’ su).

«La mia giornata ha un senso anche se vedo soltanto girare il sole»

di Eliana Ribes

Lida Bullorini Ribes in una intensa immagine della sua gioventù a Maestà di Urbisaglia. Anche adesso, che ha 94 anni, vive nel piccolo centro marchigiano dove è nata, come ha raccontato ieri la figlia Eliana e come leggiamo in questa seconda parte della sua storia (immagini dall’archivio privato della famiglia dell’autrice del post)

Adesso che anche tutti i nipoti sono cresciuti ed è diventata bisnonna, mia madre attende alle cose che gli anni, novantaquattro, e la salute le permettono di fare. Cura, nella bella stagione, il piccolo giardino e la pulizia del cortile, cucina, segue i programmi televisivi a lei più congeniali, un po’ legge e un po’ cuce o lavora a maglia. La coltivazione dell’orto le è stata vietata da noi figli perché la zappa e la vanga non giovano certo alla sua schiena e le procurano sbandamenti di testa; lei, però, a cipolle, agli, sedani, e altre erbe aromatiche non rinuncia e quest’anno ha trasferito le piantine in una striscia di terra adiacente al muro di casa , di cui sorveglia la crescita dalla finestra della cucina. Qualche colpo di testa, veramente, ogni tanto lo fa, come quando d’estate non resiste alla tentazione di cogliere i fichi maturi salendo sulla pianta con una lunga scala, con il pericolo di rompersi l’osso del collo o, più probabilmente, il femore. In quel periodo, allora, è meglio batterla sul tempo, raccoglierli tutti e farne piazza pulita, perché nemmeno le minacce più severe servono a dissuaderla dal piacere di quella operazione fatta in prima persona, con cui ha sempre accontentato parenti e amici.

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«Per raggiungere la sua casa di sposa, mia madre dovette soltanto attraversare la strada»

di Eliana Ribes

Lida Bullorini con il fidanzato, e poi marito, Giuseppe Ribes. Eliana dedica ai suoi genitori un omaggio sincero ed è la madre Lida, che ora ha 94 anni, a conquistare il centro di questo racconto che è anche la perfetta descrizione di una generazione di donne semplici e allo stesso tempo straordinarie (entrambe le foto del post provengono dall’archivio privato dell’autrice)

Mamma ha 94 anni, è autosufficiente, tenace, orgogliosa e con tanta voglia di vivere. Abita ancora nella sua casa, quella che l’accolse il giorno delle nozze, settantuno anni fa. Per raggiungerla dovette solo attraversare la strada, perché si trovava di fronte a quella dei suoi genitori, lungo la statale 78, a Maestà di Urbisaglia. Andò in famiglia, come si diceva allora, cioè la famiglia oltre al marito comprendeva la suocera e una zia.

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La storia del cuore raccontata con “lo parlà schietto e puro”

di Nazzareno Gaspari*

Per la copertina del loro libro, Eliana e Silvano hanno scelto la cartolina che Giuseppe Ribes inviò alla fidanzata il 25 aprile 1914

C’è una storia non scritta da cui proveniamo: è nel groviglio di affanni, ansie, sofferenze, fatiche, sacrifici, speranze, affetti, valori attraverso cui di generazione in generazione si è forgiato il nostro modo di stare in questo mondo e si è profilato il senso che gli diamo. Non ha gli onori della Storia con la S maiuscola ma la incrocia e la subisce; è storia tanto anonima e appartata nel suo svolgimento, quanto inaccessibile se non alle ragioni e alle domande del cuore.

Molto (o tutto) di essa rischia di perdersi nel passare delle generazioni. Molto rischia di dissolversi nei sempre più ampi e pervasivi orizzonti della globalizzazione.

Eppure si tratta di una dimensione costitutiva della nostra vita personale e collettiva importante oggi più di ieri, in balia come siamo di una cultura dominante che ci spinge nella direzione contraria del conformismo e dell’omologazione.

La libertà di essere e restare noi stessi è legata anche alla capacità di tenere attiva la consapevolezza di questa dimensione vitale, la memoria dei percorsi esistenziali che ci hanno aperto la strada – culla ancestrale delle identità e dei sentimenti che coltiviamo – che da memoria personale e familiare può diventare oggetto di più ampia comunicazione e condivisione.

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Leggere

a cura di Paola Ciccioli

Al Palazzo Madama di Torino è aperta fino al 1° luglio 2019 la mostra “Leggere” di Steve McCurry di cui noi avevamo parlato così in occasione di una precedente esposizione.

Blogger, scrittrici, studiosi, collaboratrici e collaboratori, soci, amici, musicisti, pensionate, precarie, docenti, giornaliste, ex allievi, giovani professioniste e professionisti: l’appello è incompleto, d’accordo, però siamo in parecchi. E ognuno di noi, transitando su questo blog, ha lasciato una traccia del proprio rapporto con la lettura. Perché per noi leggere, e incoraggiorare a farlo, è importante. Anche per questo la mostra di Steve McCurry che verrà inaugurata a Brescia il 7 marzo già ci piace: si intitola “Leggere”!

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Steve McCurry, “Afghanistan, 2002”. In occasione di Brescia Photo Festival 2017, dal 7 marzo al 3 settembre il Museo di Santa Giulia ospiterà la mostra “Steve McCurry. Leggere”, curata da Biba Giacchetti e con contributi letterari di Roberto Cotroneo. In 70 fotografie, scattate in tutto il mondo, «l’atto intimo e universale del leggere» (http://www.bresciamusei.com/)

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Emma e un sorriso che sa di preghiera

di Eliana Ribes*

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Il sorriso di Emma Lulani, fotografata da Francesco Cianciotta per la mostra “Radici” ideata da Paola Ciccioli. Questo post di Eliana Ribes è stato scritto prima che Emma, novantatreenne, fosse costretta a lasciare la sua casa di Urbisaglia, nelle Marche, a causa del terremoto. Ora è sempre Eliana che ci aggiorna: «Emma sta a Macerata dalle sue, chiamiamole così, “consorelle” della Mater Misericordiae, in via Crispi. Ha preferito, e a ragione, questa sistemazione a quella della Casa di riposo dove, avendo la casa inagibile, si è trattenuta solo qualche giorno. Mio marito Silvano è andato a farle visita e l’ha trovata benissimo». Una carezza, Emma (e continua a farci pregare per Lina, grazie!)

Emma ad Urbisaglia è Emma, non occorre aggiungere il cognome. Ha novantatré anni ma è ancora piena di vitalità, circola per il paese, si interessa delle situazioni famigliari più critiche, cerca di capire se può fare qualcosa, e se non può fare niente ritorna a casa e recita una preghiera per chi ne ha bisogno. Il resto della giornata lo passa prevalentemente a confezionare a ferri o all’uncinetto dei lavori che le sono stati commissionati, il cui ricavato devolve alle missioni, interrompendosi ogni tanto per fumare una sigaretta.

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La dolcezza di Eliana, una eccezione in questi tempi tormentati

di Mariagrazia Sinibaldi

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Sabato 3 dicembre 2016, presentazione di “È come vivere ancora” nella Biblioteca civica di Cologno Monzese. Da sinistra: Marilena Cortesini, direttrice della Biblioteca, Eddo Ferrarini, volontario del progetto “Nessuno escluso”, Mariagrazia Sinibaldi, nostra blogger e autrice del libro, Paola Ciccioli, presidente dell’Associazione Donne della realtà (lo scatto è di Francesco Cianciotta)

Mia cara Eliana,

quando lei nasceva e si agitava piccola piccola nella culla, io mi iscrivevo all’università, avevo e avevo avuto i miei giovani corteggiatori, e mi preparavo ad entrare nel mondo dei “grandi”. Diciotto anni sono tanti e io dall’alto dei miei (quasi) 83 mi permetto di darle del tu e desidero che anche tu lo faccia. Considerami, ti prego, non come una mamma (le mamme non si toccano) ma come una (ormai) vecchia zia.

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«Cara signora Vecchiottina, non riuscirò mai a eguagliare la sua cocciutaggine»

di Eliana Ribes*

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Eliana Ribes e il marito Silvano Fazi nella Biblioteca Mozzi Borgetti di Macerata dove, il 6 dicembre scorso, hanno presentato il loro libro in dialetto “Per quanti fjuri caccia ‘m prate”. Basato sulle lettere che il nonno di Eliana inviava alla giovane moglie dal fronte della prima guerra mondiale, il libro verrà presentato domenica 18 dicembre alle ore 17 anche nel Teatro comunale di Urbisaglia (Mc).

Cara signora Mariagrazia,

con quanta grazia e leggerezza è passata per il mondo, ma anche con quanta forza e determinazione! L’amore per la vita, l’entusiasmo di fronte alle cose belle, la tenerezza dei sentimenti traspare da tutti i suoi ricordi e dalla realtà presente.

Con tutta sincerità le dico che ho provato un po’ di invidia per tutto l’affetto e le attenzioni che le sono state riservate nell’infanzia, per tutte le cose belle di cui ha goduto durante l’adolescenza e la gioventù, ancor di più per la complicità che riceveva da tutte le donne di casa, addirittura dalla mamma, così aperta e intelligente da capire che i sensi di colpa generano solo insicurezza e frustrazione.

In queste fasi la nostra vita è stata nettamente diversa perché nei paesini delle Marche la vita era tanto più modesta, i genitori più disattenti perché dovevano “tirare a campare” per tutte le lunghe ore della giornata, la mentalità più ristretta, soprattutto nei confronti delle figlie femmine, sempre con l’attenzione rivolta a quello che la gente poteva dire o pensare.

Io ho diciotto anni meno di lei ma ricordo le passeggiate in macchina dei fidanzati con la madre seduta sul sedile posteriore; addirittura al camposanto mi è capitato di vedere i fidanzati avanti con la madre che camminava alcuni passi indietro. Io e il mio ragazzo, per fortuna, avevamo solo la Vespa, e nessun altro poteva salirci, tutto il percorso si svolgeva “allo scoperto”!

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«Quanto abbiamo dovuto combattere, noi, nella nostra infanzia»

di Eliana Ribes*

pagliaio

Scolaresca delle Elementari con pagliaio, anzi due. Eliana Ribes, in prima fila seconda da destra, in una foto che descrive benissimo il contesto in cui è nata e cresciuta a Urbisaglia, nelle Marche (dal suo diario Facebook)

Cara Paola, volevo “ripassare” il libro di Mariagrazia Sinibaldi prima di esprimere la mia modesta opinione, volevo fare le cose per benino, ma ancora non ci sono riuscita ed allora ti dico semplicemente questo: è un libro vero, piacevole, scritto bene, in cui ti immedesimi a tal punto che rischi di fare gli stessi errori della protagonista.

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