«La Grande Guerra le aveva tolto il marito, l’amore di una vita e un padre per il figlio»

di Eliana Ribes

«”I fiori della guerra” è un’installazione realizzata dall’ Associazione artistico culturale Fucina Alchemica ad opera di Alessio Spalluto, che vuole ricordare il sacrificio e le sofferenze di tutti i militari caduti nella Grande Guerra». L’installazione, che rimarrà esposta al pubblico a Urbino (in via Domenico Gasperini) fino al 6 settembre 2018, è segnalata nel sito della presidenza del Consiglio dei ministri dedicato al centeneraio della prima guerra mondiale (http://eventi.centenario1914-1918.it/it/evento/i-fiori-della-guerra)

Continua il racconto su Maria Cosimi, che Eliana Ribes chiama «nonna Longhèna», diventata moglie nel 1914 e vedova nel 1915.

Nonna Longhèna si era portata in dote anche una collana di coralli veri, quanto mi sarebbe piaciuto ammirarla, ma negli Anni ’50 l’aveva venduta, come tanti altri abitanti della zona, a certi imbroglioni che passavano per le case e che gliela avevano pagata tre soldi. La fede, invece, l’aveva dovuta dare alla patria, come se non fosse bastato quello che le aveva tolto durante la prima guerra: il marito, l’amore di una vita e un padre per il figlio. Aveva dovuto dare ancora, per un’altra guerra, quella del Duce!

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I gioielli segreti della nonna che nascondeva il viso sotto il fazzoletto

di Eliana Ribes

“La raccolta di fascine – Segheria campo Rossignolo”: ecco uno dei 50 scatti della mostra “La guerra negli occhi, la guerra nel cuore”, allestita a partire da sabato 16 settembre 2017 nel foyer dello Spazio Oberdan di Milano dalla Fondazione Cineteca Italiana che alla Grande Guerra dedica anche una rassegna con 5 lungometraggi e due documentari (http://www.cinetecamilano.it/rassegna/la-guerra-negli-occhi-la-guerra-nel-cuore)

Quand’ero piccola avevo due nonne, come tutti. Una, la madre di babbo, abitava con me, l’altra, la madre di mamma, stava di fronte a casa mia, dall’altra parte della strada. Si chiamavano tutte e due Maria; io, per distinguerle, la prima la chiamavo nonna Longhèna, la seconda nonna Lizzirina.

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Amicizia è… due asciugamani del corredo che sventolano sulle Ande

di Eliana Ribes

Un’altra immagine scattata in Perù dalla giurista maceratese Lina Caraceni ci fa continuare la storia di Nestor e Paulina che ci ha regalato Eliana Ribes. Qui due donne andine mentre filano la lana di alpaca con cui confezionano guanti, cuffie e altri accessori poi messi in vendita in tutto il mondo attraverso la rete del Commercio equo e solidale

Una coppia di peruviani arriva a Macerata per perfezionare l’arte della tessitura. Culture diverse si intrecciano, nuovi legami nascono.

Nestor e Paulina erano alloggiati in un ostello, ma a diversi volontari della Bottega Mondo Solidale di Macerata ha fatto piacere averli ospiti nelle loro case, per approfondire la conoscenza, e anche a noi. Era necessario superare la loro timidezza e il loro riserbo, ed io troppo mi sono data da fare, esagerando come faccio sempre quando mi trovo in una situazione insolita. Con un tono di voce sempre troppo alto, perché ho l’impressione che una lingua straniera si capisca meglio se si alza la voce, come se gli interlocutori fossero sordi, ho introdotto Paulina nella mia cucina e le ho fatto vedere come si cuoce la pasta, come si prepara un sugo semplice, e, cosa ancor più inopportuna per gente che mangia prevalentemente patate, come si impana la carne.

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La tela solidale di Nestor e Paulina

di Eliana Ribes

Altopiano del Titicaca, Perù. A più di quattromila metri di altitudine, due donne lavorano in un campo di patate, alimento principale della comunità andina. Nella prima puntata di questo suo racconto, Eliana Ribes ci parla del viaggio fino a Macerata di Nestor e Paulina, una coppia peruviana arrivata nelle Marche per affinare l’arte della tessitura. La foto è stata scatta in Perù da Lina Caraceni quando la giurista era responsabile della Bottega Mondo Solidale di Macerata che commercializza i prodotti realizzati nel villaggio di Choccoconiri

Tra gli incontri più interessanti della mia vita c’è stato quello con Nestor e Paulina.
Li ho conosciuti nell’ottobre del 2009 e spero di aver lasciato un piccolo segno in loro come loro lo hanno lasciato in me.
Veramente spero che qualcosa di materiale oltre il ricordo ci unisca ancora: due asciugamani e un orologio, cose comunque non importanti per il valore economico. Li ho ospitati a cena a casa mia e a distanza di anni ancora li penso, perché ogni volta che ho fatto sedere qualcuno alla mia tavola, quello è diventato un giorno speciale.  Continua a leggere

«Sessant’anni non è un’età, è una sassata»

di Giuseppina Pieragostini*

Susan Sarandon viene evocata in più occasioni da Giuseppina Pieragostini in questo racconto. Qui l’attrice americana è in una delle foto che sta pubblicando in queste ore su proprio profilo Facebook per promuovere le iniziative a sostegno dei diritti degli omosessuali (https://represent.com/susan/susan-sarandon-dont-dream-it-be-it-limited-edition-tee)

Sessant’anni non è un’età, è una sassata. Anzi una lapidazione con sessanta sassi di quelli belli grossi che vanno diritti al bersaglio. Se sei fortunata, un colpo secco che arriva a tradimento mentre pensi che ancora tutto debba accadere, magari anche l’amore.

Ma dico io, ti sei guardata?

Prima di tutto cammini come chi non ha più niente d’interessante tra le gambe; le forme, poi, ti si arroccano protervie nei posti meno adatti ed è così che ti ritrovi quei fianchi risaliti imperterriti verso le ascelle, per non parlare delle ginocchia sempre più simili a due paracarri, le braccia ingrossate nella parte sbagliata e le guance che proliferano a comodo loro.

E non sarebbe finita, ma c’è un limite a tutto. Pure alla fenomenologia.

Le cinquantenni hanno ormai conquistato, a spinte e zampate, un posto nell’immaginario collettivo se non proprio amoroso almeno ammiccante, dando origine a un esercito di nuove amazzoni senza macchia e senza paura che guardano dritte in faccia. Tu hai percorso quegli anni di buon passo esibendo la zazzera screziata neanche fossi tornata ad essere quella ragazza prepubere piena di sogni; mentre Portia, sempre lei, la cara nemica di una vita, non scendeva dai suoi tacchi a spillo e cambiava ogni tre giorni foggia e colore ai capelli.

Una certa inquietudine s’insinua verso la fine del decennio; se la colonizzazione dei cinquanta ha spinto più in là la frontiera della terra di nessuno, quella seguita a stendersi incognita e implacabile e se non hai la fortuna di crepare prima, ti tocca farci i conti.

Hai voglia ad aggrapparti agli ultimi scampoli di età, a puntare atterrita i piedi sull’orlo del baratro; persa la tracotanza, le donne entrano stordite ed incredule nei sessanta. Fino a un attimo prima l’età era un vezzo da mostrare o nascondere a seconda del gioco e un attimo dopo un padrone implacabile.

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«La mia giornata ha un senso anche se vedo soltanto girare il sole»

di Eliana Ribes

Lida Bullorini Ribes in una intensa immagine della sua gioventù a Maestà di Urbisaglia. Anche adesso, che ha 94 anni, vive nel piccolo centro marchigiano dove è nata, come ha raccontato ieri la figlia Eliana e come leggiamo in questa seconda parte della sua storia (immagini dall’archivio privato della famiglia dell’autrice del post)

Adesso che anche tutti i nipoti sono cresciuti ed è diventata bisnonna, mia madre attende alle cose che gli anni, novantaquattro, e la salute le permettono di fare. Cura, nella bella stagione, il piccolo giardino e la pulizia del cortile, cucina, segue i programmi televisivi a lei più congeniali, un po’ legge e un po’ cuce o lavora a maglia. La coltivazione dell’orto le è stata vietata da noi figli perché la zappa e la vanga non giovano certo alla sua schiena e le procurano sbandamenti di testa; lei, però, a cipolle, agli, sedani, e altre erbe aromatiche non rinuncia e quest’anno ha trasferito le piantine in una striscia di terra adiacente al muro di casa , di cui sorveglia la crescita dalla finestra della cucina. Qualche colpo di testa, veramente, ogni tanto lo fa, come quando d’estate non resiste alla tentazione di cogliere i fichi maturi salendo sulla pianta con una lunga scala, con il pericolo di rompersi l’osso del collo o, più probabilmente, il femore. In quel periodo, allora, è meglio batterla sul tempo, raccoglierli tutti e farne piazza pulita, perché nemmeno le minacce più severe servono a dissuaderla dal piacere di quella operazione fatta in prima persona, con cui ha sempre accontentato parenti e amici.

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«Per raggiungere la sua casa di sposa, mia madre dovette soltanto attraversare la strada»

di Eliana Ribes

Lida Bullorini con il fidanzato, e poi marito, Giuseppe Ribes. Eliana dedica ai suoi genitori un omaggio sincero ed è la madre Lida, che ora ha 94 anni, a conquistare il centro di questo racconto che è anche la perfetta descrizione di una generazione di donne semplici e allo stesso tempo straordinarie (entrambe le foto del post provengono dall’archivio privato dell’autrice)

Mamma ha 94 anni, è autosufficiente, tenace, orgogliosa e con tanta voglia di vivere. Abita ancora nella sua casa, quella che l’accolse il giorno delle nozze, settantuno anni fa. Per raggiungerla dovette solo attraversare la strada, perché si trovava di fronte a quella dei suoi genitori, lungo la statale 78, a Maestà di Urbisaglia. Andò in famiglia, come si diceva allora, cioè la famiglia oltre al marito comprendeva la suocera e una zia.

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