In Vietnam, alla corte dell’imperatore a cui l’amante spagnolo fece conoscere Gaudì

Testo e foto di Maria Elena Sini

Da oggi, 1° settembre 2019, partiamo per un lungo viaggio intorno al mondo tra città, natura, storia e opere d’arte. È d’obbligo farci guidare da Maria Elena Sini, viaggiatrice per eccellenza di Donne della realtà, che anche oggi stimola la nostra curiosità e la nostra voglia di conoscere con un originale reportage dal Vietnam, Paese dal quale è da poco tornata. Questa è la prima parte, buona lettura.

Dettaglio delle ceramiche che rivestono le pareti del mausoleo dell’imperatore Khai Dinh, penultimo imperatore del Vietnam, nei dintorni di Huè che fu la capitale del Paese asiatico dal 1802 al 1945. Tutte le foto di questo reportage sono state scattate da Maria Elena Sini, che ringraziamo.

Del viaggio in Vietnam porterò con me i colori dei mercati, il profumo dei fiori di frangipane, la sontuosità della natura lussureggiante e il misticismo degli edifici religiosi che nel tumulto della vita moderna ispirano lentezza e contemplazione. Ma non voglio parlare della bellezza di questo Paese e delle tante ragioni per cui merita una visita, in particolare voglio raccontare una storia che mi ha colpito, che affonda le radici nel passato, ma forse è collegata al presente e ai costumi di vita del Vietnam più di quanto si possa immaginare.

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Da sempre le genti del mondo si spostano, come sempre le lingue si mescolano

di Tullio De Mauro

Il linguista Tullio De Mauro, scomparso due anni fa, è l’autore dell’introduzione al libro di Vinicio Ongini “Io sono filippino” (che pubblichiamo in parte), uscito nel 1991 e ristampato da Sinnos Editrice nel 2000, anno in cui De Mauro ha ricoperto la carica di ministro della Pubblica Istruzione. Si tratta del primo volume bilingue di italiano-tagalog, la lingua di una delle più consistenti comunità di stranieri in Italia, quella filippina appunto, composta da 167.859 persone, pari al 3,3 per cento degli immigrati ufficiali (dato da www.tuttitalia.it). Secondo il più recente Rapporto annuale sulla presenza dei migranti, a cura dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, i bambini filippini che vivono in Italia sono 33.952, cioè il 4,2 per cento dei minori non comunitari presenti nel nostro Paese. (dati da www.lavoro.gov.it). 

Nello scatto di Paola Ciccioli, il libro bilingue di Vinicio Ongini “Io sono filippino” accanto a una barchetta di carta costruita da Gabriel, un amico di 8 anni nato in Italia da genitori filippini e animato dalla curiosità necessaria per navigare nel mare della conoscenza

Una lingua, voglio dire una lingua materna in cui siamo nati e abbiamo imparato a orientarci nel mondo, non è un guanto, uno strumento usa e getta. Essa innerva la nostra vita psicologica, i nostri ricordi, associazioni, schemi mentali. Essa apre le vie al con-sentire con gli altri e le altre che la parlano ed è dunque la trama, invisibile e forte, dell’identità di gruppo. E fa parte del suo essere e funzionare quella che un grande linguista di questo secolo, Ferdinand de Saussure, chiamò la Force de l’intercourse, la forza di interscambio: essa cioè è la condizione che ci permette come singoli di apprendere altre e nuove lingue e permette alla comunità di cui siamo parte di aprirsi alla conoscenza e al contatto di altre e diverse e nuove genti.

Come si sa, sono oltre seimila le lingue oggi vive nel mondo. E sono decine e decine quelle parlate da consistenti nuclei demografici. Contro vecchie immagini stereotipate, sappiamo oggi che, indipendentemente da recenti flussi migratori, non c’è paese del mondo di qualche estensione e consistenza demografica che non ospiti cittadini nativi di lingua diversa. L’Italia, con le sue tredici minoranze linguistiche autoctone o insediate fra noi da secoli e con la sua folla di diversi e ancor vivaci dialetti, è solo uno degli innumerevoli casi tra i duecento paesi del mondo.

Già in epoche del passato si erano avuti movimenti migratori di consistenti parti di popolazione. L’intera storia naturale e culturale dell’Homo sapiens fin dalle origini più remote è segnata dal migrare. Lo stabilizzarsi degli stati nazionali ha reso da un lato più evidente dall’altro più difficile, drammatico il fenomeno a partire almeno dal secolo scorso. E tuttavia, fino ad anni recenti, il fenomeno coinvolgeva masse anche estese caratterizzate però da una relativa omogeneità culturale, cioè religiosa, linguistica, di costume con i paesi d’arrivo.

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