«La mia Macerata, città che dimentica»

di Anna Bartolacci

Nella foto di Luna Simoncini, il corteo contro il razzismo e il fascismo che sabato 10 febbraio ha sfilato per le strade di Macerata e di fianco al simbolo della città, l’Arena Sferisterio. Di Macerata è l’autrice di questo post, Anna Bartolacci, professionista molto conosciuta nel centro marchigiano, anche per la sua attuale attività di commerciante. Proprio in queste ore, il ministro dell’Interno Marco Minniti ha definito «una rappreseglia aggravata dall’odio razziale» i colpi di pistola esplosi dal maceratese Luca Traini contro immigrati di origine africana dopo il ritrovamento del corpo fatto a pezzi di Pamela Mastropietro. Per l’orrenda fine della diciottenne romana sono ora indagati quattro nigeriani (http://www.ansa.it/marche/notizie/2018/02/12/pamela-ce-un-quarto-indagato_825dda63-2bde-4028-a9cd-11d970210b28.html)

Macerata, la città che dimentica che l’orrore e la follia sono appannaggio di tutti, non solo di chi non è italiano. Che ha dimenticato che un suo illustre concittadino, Bruno Carletti, direttore del centralissimo Teatro “Lauro Rossi”, nel non lontano 2006 picchiò la sua ex moglie con un bastone fino a ridurla in fin di vita, per poi gettarla, chiusa in un sacco nero dell’immondizia, dentro un cassonetto, dove, neanche un quarto d’ora prima del passaggio del camion di raccolta, fu scoperta per puro caso da un ragazzo di passaggio.

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“Tre manifesti” e una luce alla fine del mondo

di Maria Elena Sini

L’attrice Frances McDormand in una scena del film “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh è candidato all’Oscar: lo ha recensito per noi con la consueta passione Maria Elena Sini (https://movieplayer.it/articoli/tre-manifesti-a-ebbing-missouri-perche-e-il-film-dellanno_18470/)

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film che merita i premi che ha già vinto (miglior sceneggiatura alla Mostra del cinema di Venezia e quattro Golden Globes) e quelli ai quali per il momento è solo candidato. Racconta la storia di una madre forte e fuori dalle regole, Mildred Hayes, che, decisa a trovare l’assassino della figlia stuprata e poi bruciata, utilizza i suoi risparmi per commissionare tre manifesti con tre messaggi precisi diretti allo sceriffo Willoughby.

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«Dimmi, babbo, cos’è il razzismo?»

di Tahar Ben Jelloun*

Il matrimonio

Emmanuel e Chimiary sposi: ora lui è morto, ucciso di botte il 5 luglio nelle Marche da un tifoso della Fermana e lei lo piange e chiede: «Dio, dove sei?». La foto risale al gennaio scorso quando la coppia, fuggita dalla Nigeria, era stata unita in una “promessa di matrimonio” da don Vinicio Albanesi nella Chiesa di San Marco alle Paludi (http://www.redattoresociale.it/)

Il razzismo esiste ovunque vivano gli uomini. Non c’è nessun paese che possa pretendere che non ci sia razzismo in casa sua. Il razzismo è nell’uomo. È meglio saperlo e imparare a respingerlo, a rifiutarlo. Bisogna controllare la propria natura e dirsi: “Se ho paura dello straniero, anche lui avrà paura di me”. Si è sempre lo straniero di qualcuno. Imparare a vivere insieme, è questo il modo di lottare contro il razzismo.

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Papà, ridotto a lavorare sotto terra come i topi

di Nora Scarnecchia, figlia di un minatore morto di silicosi*

Madri, mogli e figlie piangono i minatori morti nella strage del lavoro di Soma, In Turchia

Madri, mogli e figlie piangono i minatori morti nella strage del lavoro di Soma, in Turchia

Vengo da Barrea in provincia di L’Aquila e quello che racconto è un pezzo di storia della mia famiglia, ma è soprattutto il ricordo di mio padre.

Papà era venuto a lavorare in Belgio, da solo, immediatamente dopo la guerra. Rientrati dallo sfollamento dopo la liberazione, avevamo trovato la nostra fattoria distrutta dai bombardamenti. La situazione finanziaria dei genitori era quasi a zero perché durante la guerra si comprava tutto a mercato nero. Per nutrire la famiglia di sette figli minorenni, papà decise di andare a lavorare nelle miniere del Belgio. «Solo per poco tempo» – ci assicurò. Infatti sia lui che noi tutti in famiglia ci illudevamo di ricominciare a lavorare in azienda agricola come prima Continua a leggere

«Cécile è la speranza delle seconde generazioni»

di Cheick Tidiane Gaye*

Ho avuto modo nel mio ultimo libro, Prendi quello che vuoi, ma lasciami la mia pelle nera (edizione Jaca Book 2013, con prefazione di Giuliano Pisapia) di evidenziare che «L’uomo abita dove vive e non dove nasce». Non è una frase buttata lì così per fare retorica, come fanno i politici di oggi, ma un concetto molto sostanziale in una realtà di globalità planetaria che sta attraversando l’umanità. Non accetto che la stampa chiami Cécile la “donna di colore”. Lei è la nera italiana, orgogliosissima di essere italiana e fiera delle sue radici congolesi Continua a leggere

Razzismo, a Como sputi e insulti su una cestista di colore del Sesto

Abiola Wabara, italiana figlia di nigeriani tesserata per la Geas (serie A), è stata bersagliata dai tifosi della formazione di casa. Il suo presidente aveva chiesto invano all’arbitro di sospendere la partita – di Gabriele Cereda

Sputi, insulti, cori razzisti rivolti all’indirizzo di una giocatrice italiana di origine nigeriane. L’episodio ieri sera nel corso di Comense-Geas Sesto San Giovanni, gara di cartello per la serie A femminile di basket. Durante l’incontro un gruppo di tifosi della squadra locale ha preso di mira Abiola Wabara, 29enne ragazza di colore che indossa anche la maglia azzurra. Ogni volta che il pallone era nelle sue mani, dagli spalti arrivavano fischi e ululati Continua a leggere