«Chi osava ammettere una verità e conformarvi la vita?»

di Sibilla Aleramo*

Sibilla Aleramo (Alessandria, 14 agosto 1876 – Roma, 13 gennaio 1960)

Chi osava ammettere una verità e conformarvi la vita? Povera vita, meschina e buia, alla cui conservazione tutti tenevan tanto! Tutti si accontentavano: mio marito, il dottore, mio padre, i socialisti come i preti, le vergini come le meretrici: ognuno portava la sua menzogna, rassegnatamente. Le rivolte individuali erano sterili o dannose: quelle collettive troppo deboli ancora, ridicole, quasi, di fronte alla paurosa grandezza del mostro da atterrare!

E incominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà il suo amore, tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana.

E come può diventare una donna, se i parenti la danno, ignara, debole, incompleta a un uomo che non la riceve come sua eguale; ne usa come d’un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l’abbandona sola, mentr’egli compie i suoi doveri sociali, affinché continui a baloccarsi come nell’infanzia?

Dacché avevo letto uno studio sul movimento femminile in Inghilterra e in Scandinavia, queste riflessioni si sviluppavano nel mio cervello con insistenza. Avevo provato subito una simpatia irresistibile per quelle creature esasperate che protestavano in nome della dignità di tutte sino a recidere in sé i più profondi istinti, l’amore, la maternità, la grazia. Quasi inavvertitamente il mio pensiero s’era giorno per giorno indugiato un istante di più su questa parola: emancipazione che ricordavo di aver sentito pronunciare nell’infanzia, una o due volte, da mio padre seriamente, e poi sempre con derisione da ogni classe di uomini e di donne. Indi avevo paragonato a quelle ribelli la gran folla delle inconsapevoli, delle inerti, delle rassegnate, il tipo di donna plasmato nei secoli per la soggezione, e di cui io, le mie sorelle, mia madre, tutte le creature femminili da me conosciute, eravamo degli esemplari. E come un religioso sgomento m’aveva invasa. Io avevo sentito di toccare la soglia della mia verità, sentito ch’ero per svelare a me stessa il segreto del mio lungo, tragico e sterile affanno…

* Scrive questo, Sibilla Aleramo, nel suo Una donna. L’ho letto la settimana scorsa in compagnia del rumore del mare. Ma dovrei dire riletto perché, a ogni riga, mi accorgevo che alcuni passaggi si scongelavano nella mia memoria. Li conoscevo, li avevo fatti miei forse già da bambina, da adolescente. La sua descrizione del processo di volontà che la porta a nascere come persona, come donna e come scrittrice è ancora oggi un punto di riferimento e di partenza per chi avverte il richiamo della “fedeltà alla vita”, per usare le parole di Anna Folli nella prefazione dell’edizione Feltrinelli 2007 che ho sottratto a una compagna di viaggio. Struggenti e penose le pagine in cui Sibilla Aleramo descrive il proprio aggirarsi nel mondo provinciale chiuso e giudicante. Lungimirante il suo sguardo critico sul “giornalismo femminile”, già allora falso e compromesso. (Paola Ciccioli)

AGGIORNATO  IL 15 AGOSTO 2015

Una Risposta

  1. Letto, davvero bello, la tua presentazione molto intensa, complimenti.

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