Sull’isola greca con il libro che mi dice: “Il mondo cambia un cuore alla volta”

di Maria Elena Sini

Maria Elena Sini durante la sua recente vacanza sull'isola di Paros, In Grecia. Oggi, 28 luglio, è il suo compleanno: auguri!

Maria Elena Sini durante la sua recente vacanza sull’isola di Paros, in Grecia. Oggi, 28 luglio, è il suo compleanno: auguri!

È stato un inverno lungo, cupo e doloroso per cui quando un amico che trascorreva l’estate nelle Cicladi mi ha invitato a passare una settimana a Paros ho accettato con gioia. Mi attirava l’idea di rilassarmi in un’ isola illuminata dalla luce degli Dei, circondata da mare pulito dove buon cibo, tradizioni, storia e archeologia si aggiungono alla per nulla scontata possibilità di trascorrere intere giornate in spiagge poco affollate anche in alta stagione.

Prima di partire, come faccio spesso prima di un viaggio, sono passata in libreria per comprare un libro che accompagnasse la mia avventura. Nel banco delle novità mi ha subito colpito La prima verità di Simona Vinci, edizioni Einaudi, e d’istinto l’ho acquistato perché, come ho letto nel risvolto della copertina, la storia che racconta è ambientata a Leros, un’isola del Dodecaneso. Durante il viaggio, tra un aereo e l’altro, ho iniziato la lettura e ho scoperto che la storia trattata era ispirata ad una vicenda realmente accaduta: quell’isola in passato era stata trasformata in un grande manicomio nel quale rinchiudere persone affette dalle più diverse patologie, schizofrenia, paranoia, persone che la famiglia non voleva o non poteva più accudire, persone violente definite “ingovernabili” che però in quella realtà non venivano realmente curate ma essenzialmente venivano recluse, allontanate dalla civiltà. Qualche anno fa, con grande scandalo, la stampa britannica ha rivelato che durante il regime dei colonnelli nell’isola di Leros erano stati deportati gli oppositori politici di tutta la Grecia facendoli convivere con i malati di mente, e la follia e l’isolamento aveva trasformato tutti in inquietanti relitti umani. Il romanzo è avvolgente, scorrendo le pagine si ha l’impressione di stare tra incubo e risveglio, si spalancano gli occhi su un’allucinazione nella quale Simona Vinci conduce il lettore attraverso immagini di rara forza con parole che permettono di raccontare l’indicibile.

Vivo in un’isola, la Sardegna, stavo andando in un’isola, Paros, con un libro che parlava di un’isola, Leros. Come dice Simona Vinci, «Da un’isola non è facile scappare: un perimetro di terra abbracciato dal mare, cullato e strapazzato dall’acqua e separato da tutto. Puoi cominciare a correre, certo, come ovunque, ma lo sai benissimo che presto o tardi la tua fuga si arresterà sul bagnasciuga di una spiaggia o in cima ad una scogliera che si lancia nel mare. È per questo che tante prigioni, tanti istituti psichiatrici e tanti luoghi di confino per dissidenti politici sono stati costruiti sulle isole».

Appena sono arrivata l’isola di Paros mi è subito sembrata familiare, la natura è simile a quella della Sardegna: sparuti gruppi di capre o di pecore cercano tenacemente un filo d’erba da brucare in campi gialli bruciati dal sole interrotti dai colori accesi degli oleandri e della bouganville, qualche ginepro contorto che resiste alla forza del vento. Lunghi chilometri senza incontrare abitazioni per arrivare finalmente alla mia destinazione.

Mi sono subito adeguata ai ritmi della vacanza. La mattina andavo al mare ma non mi fermavo davanti al bar/ristorante dove sotto ampi ombrelloni bianchi sostava la maggior parte dei turisti, ma percorrevo la mezzaluna di sabbia color ocra per arrivare alla fine della spiaggia, dove cominciano gli scogli e sdraiata all’ombra delle tamerici mi lasciavo avvolgere dal silenzio e dal profumo degli eucalipti e dell’elicriso. Portavo con me il mio libro anche se il mio amico mi prendeva un po’ in giro per quella strana idea di scegliere una lettura “a tema”. Via via che scorrevo le pagine e mi addentravo nel dolore delle anime tormentate dei matti imprigionati, di quei fantasmi opachi che si trascinavano avanti e indietro lungo il perimetro di un cortile di cemento, mi accorgevo che il mio dolore personale accumulato durante il freddo dell’inverno si allontanava e i nodi delle responsabilità e degli impegni quotidiani si allentavano. Lungo la riva c’erano massi scivolosi coperti di muschio sui quali si era costretti a camminare per raggiungere il punto in cui il fondale di colpo sprofondava e ci si poteva tuffare, ma una volta immersa nelle acque cristalline il contatto con la natura era totale e mi potevo abbandonare alla sensazione di tranquillità che a poco a poco mi invadeva.

Ma la cosa stupefacente era che nel mio libro, come nel mitico oracolo, trovavo le risposte alle mie curiosità sull’isola, alle domande che affollavano la mia mente, delle strane coincidenze mi indicavano dei parallelismi.

Un giorno, il vento che soffiava impetuoso ha impedito una gita in barca già programmata. Incredibilmente nel mio libro ho trovato un’ampia descrizione del “meltemi” il vento secco e fresco che soffia nell’area del mar Egeo particolarmente in estate. È un vento molto caratteristico, molto ben conosciuto dai pescatori delle isole del mar Egeo, che con il costante soffio da Nord e Nord Est mitiga l’opprimente calura estiva. Spira in modo moderato o teso, mantenendo una direzione di provenienza costante a volte per intere giornate ed è accompagnato da cielo sereno o poco nuvoloso, con aria limpida e pulita. È il vento che fa delle spiagge di Paros il paradiso di chi pratica il windsurf e del canale di Antiparos la meta preferita di coloro che volano con il kitesurf. Per me era la forza che trascinava via lontano tutte le preoccupazioni, tutti i doveri, tutte le responsabilità e mi rendeva libera di lasciarmi trasportare da un desiderio, da un pensiero, da un sogno.

Una sera durante un’allegra cena con tanti invitati provenienti da paesi diversi, come spesso capita in Grecia, sono risuonate le note del sirtaki. Tutti siamo corsi con la mente al film Zorba il greco, interpretato da Anthony Quinn e tratto dal libro di Nikos Kazantzakis. La maggior parte di noi aveva il ricordo di una storia avvincente, profonda, semplice e sensuale, di luoghi e di personaggi intensi, ma nonostante avessimo ascoltato diverse volte le parole di Mikis Theodorakis cantate in italiano da Dalida, non riuscivamo a ricordarle. Ed ecco che qualche giorno dopo nel mio libro ho trovato il racconto dell’infanzia di una delle pazienti dell’isola di Leros quando «si metteva sotto il pergolato a pettinarsi i capelli bagnati per farli asciugare al sole e intanto ascoltava la canzone:

Se vuoi mettere le ali ad un sogno che finì

Fa dissolvere i tuoi mali nel danzare il sirtaki

Se vuoi correre nel vento galoppando finché puoi

Tu potrai sicuramente se con Zorba danzerai

Danza, danza e non pensare che la notte finirà.»

È l’invito ad una danza liberatoria, che ad un tempo celebra e trascende la sofferenza nella consapevolezza che nonostante tutto la vita continua e deve essere vissuta.

La vita sull’isola di Paros ha un ritmo rilassato e spensierato e visitandola si nota subito il cielo azzurro che contrasta con un’abbagliante luce bianca, gli stessi colori delle tipiche case bianche con porte e finestre blu. Mentre pigramente attraversavamo l’isola in macchina, io e il mio amico ci chiedevamo come mai i campi e le coste fossero costellati di chiese, alcune veramente minuscole, poco più che delle cappelle. Le cupole blu spuntavano dappertutto e ancora una volta il libro aveva la risposta. «Le storie delle piccole chiese in questo Paese si somigliano tutte, sono quasi sempre leggende di marinai, pescatori o viaggiatori che esprimono il desiderio di tornare, perché nell’ansia felice della partenza è già incuneata la nostalgia. Al loro ritorno, dopo mille anni di lontananza e mille peripezie, magari arricchiti come sarebbe auspicabile e giusto dopo aver passato lontani da casa gli anni migliori della propria vita, si prodigano per costruire nel luogo del cuore, quello dal quale salparono tanto tempo prima, una chiesa dedicata al loro santo protettore.»

Nelle ore più calde si stava all’ombra a discutere, ad esaminare il passato e a fare congetture sul futuro. Il mio amico ha speso gran parte della sua vita facendo politica in modo militante e ha sempre affiancato la scrittura alla sua attività principale. Dalla delusione e dall’allontanamento dalla politica in prima linea degli ultimi anni derivano però le parole del personaggio di un suo recente monologo: «Tutti accomunati comunque dalla volontà di non voler più lottare non perché hanno cambiato idea ma non vogliono essere ridotti a oscene caricature del passato. Hanno una dignità da mostrare e una coerenza da mostrare. Dignità e coerenza talmente forti che non si adattano alla natura delle cose». Nella nostra conversazione io sostenevo che svincolarsi da doveri, incombenze e bisogno di approvazione gli consentivano di riscoprire il gusto di realizzare sogni sospesi. Fare un passo indietro dalla prima fila era un modo per godere della tranquillità delle retrovie e esplorare altri palcoscenici, accudire il suo mondo interiore e coltivare il frutto della coerenza con mente più serena. Pensavo però che dopo una lunga militanza, impegno, tempo e profondità di analisi, forse la politica, come un’amante sdegnosa, non lo avesse ripagato con doni dello stesso valore e anche dalla scrittura, nonostante gli incoraggiamenti e i pareri positivi, non fossero arrivate soddisfazioni e riconoscimenti concreti tanto che, secondo me, nella sua disillusione traspariva un atteggiamento che sembrava chiedere il risarcimento di un credito dalla vita. Lui ha contestato questa mia interpretazione sostenendo che il suo obiettivo non è mai stato il successo di pubblico, che sicuramente non è il metro per giudicare il valore di un lavoro, e che anche opere, oggi largamente conosciute, in passato hanno avuto una diffusione limitata ad una cerchia ristretta di lettori. Pertanto poteva ritenersi soddisfatto dell’impatto che le sue parole in ambito politico e letterario avevano avuto sulle persone che aveva incontrato nel suo percorso di vita.

Il mattino dopo gli ho letto questo passo tratto dal solito libro: «È da trent’anni che mette in versi la sua gente e il suo Paese: le sue poesie passano di bocca in bocca, e anche se sono così classiche, senza tempo, lo stesso la gente comune se ne appropria. Non si può chiedere di più alla poesia, alla letteratura: il mondo cambia un cuore alla volta, la rivoluzione deve essere permanente e il suo contributo è sempre stato questo. Parole che testimoniassero, che prendessero posizione, ma con la forza senza tempo dei classici… Non è un poeta famoso in tutto il mondo, non è un eroe nazionale, ma qualcuno, più di qualcuno, lo legge, la poesia qualche soddisfazione gliel’ha data».

Teatro La Fenice di Venezia, 10 settembre 2016: Simona Vinci ha vinto il Premio Campiello

Teatro La Fenice di Venezia, 10 settembre 2016: Simona Vinci ha vinto il Premio Campiello. «”La prima verità” è un libro difficile, frutto di otto anni di lavoro, definito dalla stessa autrice “ambizioso, esagerato, poetico”. Un libro che parla di pazzia, mescolando la storia di un manicomio-lager in terra greca a vicende che suonano personali» (http://www.repubblica.it/)

Sono parole che si riferiscono ad un prigioniero politico che ha continuato a scrivere poesie anche durante le difficili condizioni della deportazione.

Può la lettura di un libro compenetrarsi con il proprio vissuto anche se non descrive situazioni nelle quali riconoscersi pienamente? Per me La prima verità ha rappresentato un tracciato nel quale le tappe della mia esperienza personale si sono naturalmente inserite e quando, alla fine della settimana di vacanza, nel cuore della notte sono salita su una grande nave che, illuminata come per una festa, si allontanava dal porto scivolando nel buio del mare e del cielo ho realizzato che gli eventi reali vissuti e l’immersione nella storia che giorno dopo giorno leggevo, avevano generato dei misteriosi incroci tra spazio e tempo che avevano svuotato il mio bagaglio dal peso dell’inquietudine, dell’ansia, del dolore e tornavo più leggera alla vita quotidiana.

AGGIORNATO L’11 SETTEMBRE 2016

2 Risposte

  1. Maria Elena, sono rientrata da poco da Santorini. Sento ancora il vento sula pelle, la magia di Akrotiri negli occhi e nella mente e ilmare. il blu, le rocce, il vulcano… Non riesco a svegliarmi dall’incantesimo Cicladi. So che puoi capirmi.:)

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