La maestra «infelice con classe» e l’allievo che vuole essere lei

di Maria Elena Sini

Maria Elena Sini, autrice del post, ha curato anche la ricerca iconografica di questa interessante recensione

Maria Elena Sini, autrice del post, ha curato anche la ricerca iconografica di questa interessante recensione

Da tempo mi sono messa sulle tracce di Michela Murgia perché, al di là delle sue doti di scrittrice, ne ammiro l’energia, la chiarezza espositiva, la capacità di comunicare, la forza con la quale conduce le sue battaglie, l’originalità che è in grado di sprigionare anche partendo dalle cose semplici. In questo solco si inserisce la modalità innovativa con la quale ha lanciato sul mercato Chirù, il suo ultimo romanzo edito da Einaudi. La pubblicazione del libro infatti è stata preceduta dalla creazione di un profilo Facebook del personaggio che dà il titolo al libro. Io sono una di quei lettori che sono entrati nell’orbita creata dall’autrice prima della pubblicazione della sua opera attraverso le vicende di Chirù, un adolescente studente del Conservatorio, che dal suo profilo raccontava le sue pene d’amore, i suoi rapporti con gli amici, la relazione con la sua città, Cagliari, l’incontro con l’altra protagonista del romanzo.

Murgia copertina

È facile quindi immaginare con quale curiosità aspettassi l’uscita del libro.

La storia racconta l’ambivalente relazione che si sviluppa tra Chirù, un violinista diciottenne, che sceglie Eleonora, un’attrice di venti anni più grande, come sua maestra non perché vuole imparare da lei ma perché vuole essere come lei. Chirù individua Eleonora come sua maestra in mezzo ad altri adulti, ma Eleonora sceglie Chirù come allievo, nonostante amici fedeli cerchino di dissuaderla, perché lo riconosce «dall’odore di cose marcite che gli veniva da dentro», il suo stesso odore. Si capisce subito che Eleonora e Chirù sono due persone ferite e pertanto quello che dovrebbe essere un percorso magistrale di FORMAZIONE sarà un percorso di DEFORMAZIONE tra due persone che si vogliono molto bene ma finiranno per farsi del male.

La voce narrante è quella di Eleonora che ripercorre le tappe che l’hanno portata fin dall’età di otto anni a prendere cognizione di sé attraverso le dinamiche della sua famiglia caratterizzata dalla figura autoritaria del padre e dalla personalità fragile della madre, per intraprendere un percorso di formazione e autoformazione che le ha consentito di diventare una donna capace di costruire il proprio destino per corrispondere pienamente al proprio talento.

Quando, dopo vari tentennamenti Eleonora accetta di prendere Chirù come allievo, si scopre che aveva già “affiancato” altri ragazzi non per impartire un insegnamento di tipo professionale come quello per diventare attori a loro volta, ma consapevole del fatto che molti talenti si sprecano per mancanza di volontà, di carattere, di disciplina, in passato aveva intrapreso un addestramento teso a far sbocciare al meglio due degli allievi che con i suoi precetti si sono avviati verso vite brillanti e gratificanti.

Un terzo allievo invece aveva dentro di sé una incrinatura dell’anima che Eleonora, forse troppo concentrata ad ascoltare se stessa, aveva sottovalutato e quella ferita aveva spinto il ragazzo a togliersi la vita lasciandole nella memoria un ricordo con artigli così acuminati capaci di graffiarla ancora dopo anni.

Michela Murgia

La scrittrice Michela Murgia

Chirù chiede di imparare da Eleonora «senza essere consapevole del prezzo da pagare per ottenere quello che lui credeva di assorbire per osmosi» e attraverso le diciassette lezioni che Eleonora impartisce al suo allievo assistiamo alla descrizione di un rapporto di potere nel quale Michela Murgia descrive che cosa significhino successo, merito, opportunità, manipolazione, ambizione senza limiti, astuzia e opportunismo. E in questo rapporto maestra/allievo è continuamente sottesa una tensione erotica che non giunge mai a compimento ma è evidente che Chirù è affascinato da questa donna «infelice con classe» che conosce il mondo ed Eleonora è affascinata dalla gioventù e dalla sfrontatezza di Chirù sul quale pensa di poter lasciare il suo marchio senza immaginare la ferocia del dolore che la attende. In un mondo in cui si annoia si nutre dello stupore giovanile ma non innocente di Chirù, ama la sua «incompiutezza in dissolvenza» dalla quale si poteva intuire l’uomo che sarebbe diventato.

La lingua usata per descrivere questa insolita relazione in cui sono indagati gli abissi dei rapporti umani è molto curata, frutto di un lavoro di cesello che appare evidente sin dalla metafora illuminante e poetica che apre il libro: «Chirù venne a me come vengono i legni alla spiaggia, levigato e ritorto, scarto superstite di una lunga deriva».

Dopo averlo letto ho pensato che fosse un romanzo sicuramente ben scritto, ambizioso, pieno di spunti interessanti anche se non tutti curati allo stesso modo, ma dopo aver chiuso il libro mi era rimasta addosso una sensazione strana, qualcosa in queste pagine mi sembrava artificioso, soprattutto la costruzione della relazione tra i due personaggi: la ricerca di un mentore maestro di vita in modo così aperto e plateale mi sembrava un pretesto narrativo forzato, la figura del maestro e del discepolo mi sembravano appartenere ad altre epoche e difficili da riproporre in un contesto contemporaneo. Con queste perplessità sono andata all’incontro nel quale la scrittrice ha presentato il libro nella mia città, Sassari.

In quell’occasione Michela Murgia ha spiegato con chiarezza i due temi che scorrono sotto la superficie del romanzo: i rapporti di potere e la questione di genere. Mentre il primo tema mi era chiaro, dato che non c’è relazione senza potere, concentrata sulla relazione tra Chirù ed Eleonora non avevo colto il secondo anche se era manifestamente sotto gli occhi di tutti.

Se c’è quella forzatura che io ho avvertito, dipende dalla volontà di descrivere un rapporto magistrale tra una donna e un allievo di sesso maschile proprio per scardinare quell’idea che fa parte del nostro immaginario in cui il maestro, depositario di esperienza e di saggezza è sempre un uomo, dalle figure della classicità come Socrate, per arrivare alla letteratura dell’800 e del ‘900 con Pigmalione di G.B. Shaw e Il Maestro e Margherita di Bulgakov, sino alla figura di Albus Silente nella saga di Harry Potter.

Quando si pensa ad una donna “maestra” la nostra mente corre immediatamente alle scuole elementari, a fiocchi e grembiulini, quando si usa il termine al femminile spesso di dice “maestrina” in un’accezione negativa come se una donna usurpasse un ruolo per il quale non ha i numeri. Significativo è il fatto che il termine si usi al femminile anche per definire un maschio petulante che non è all’altezza dei suoi compiti.

Murgia sella

La Sella del Diavolo è «il promontorio che sorge nella zona meridionale di Cagliari e separa la spiaggia del Poetto da quella di Calamosca». (wikipedia)

Eleonora è una donna complessa, con la consapevolezza e forse anche l’arroganza che le fa ritenere di avere qualcosa da insegnare agli altri, ma di certo esce dallo stereotipo delle donne che per anni hanno avuto solo il potere dell’utero; guida il suo allievo, esercita un potere su di lui con l’autorevolezza riconosciuta ai maschi ma con tecniche tipicamente femminili. Trovo emblematica la lezione n. 8, che Eleonora impartisce nel negozio di stoffe, per insegnare al suo allievo l’attenzione per i dettagli che spesso rivelano una persona e ne connotano il potere. Solo una donna poteva concepire un’esperienza così completa: visiva, i colori delle stoffe, tattile, il contatto con il velluto e il cachemire, olfattiva, l’odore delle stoffe la cui superficie non era mai stata a contatto con la pelle di nessuno.

Io so che si impara e si ricorda molto di più attraverso esperienze multisensoriali, so che si dona la propria conoscenza solo con la seduzione, portando a sé gli allievi, so che non si arriva se non ci si mette in gioco e lo so proprio perché istituzionalmente sono un’insegnante. Per questo sono particolarmente sensibile al tema insegnamento/apprendimento e poiché la mia fecondità biologica non ha generato figli, ma la parte immateriale della mia fecondità attraverso il ruolo di docente mi ha connesso con le generazioni future, so che non ho solo la responsabilità della disciplina che insegno e so che anche se non sono una “maestra” nell’accezione totalizzante di questo libro, i miei gesti, la mia voce, il mio modo di essere, il mio esempio hanno lasciato una traccia in tanti miei studenti che a distanza di tempo mi testimoniano il loro affetto e riconoscono il valore dei miei insegnamenti. Eleonora spinge questa esperienza sino al limite estremo e ne paga il prezzo.

Murgia presentazione

Michela Murgia mentre autografa copie del suo romanzo nella sala della camera di commercio di Sassari dove la libreria Koinè ha organizzato la presentazione. In coda per l’autografo c’è anche Maria Elena

Nelle ultime pagine Eleonora è incinta e mi sono chiesta se la sua gravidanza sia un punto di arrivo nel quale è pronta per fare da maestra al proprio figlio, carne della sua carne anziché lasciare eredità ai figli degli altri o al contrario sia una sorta di regressione di una donna ferita che nonostante abbia molto da insegnare, con una sorta di egoismo, si illude di potersi ritirare dalle dolorose scene del mondo e decide di non donare più le sue competenze per non correre rischi e si rifugia nel “tepore e nella sicurezza” che le sono offerte da una relazione stabile con un uomo maturo.

Eleonora racconta la storia in prima persona, di conseguenza Chirù è solo “narrato” e la scrittrice ha spiegato che sentiva di dovere approfondire questo personaggio che nel libro vive solo attraverso lo sguardo e le parole di Eleonora. L’idea del profilo Facebook di Chirù dava a Michela Murgia la possibilità di definirlo meglio con la consapevolezza che il luogo in cui questo adolescente poteva esprimersi compiutamente non era il libro.

Chirù trova lo spazio in cui crescere nella Rete : dimentica oggetti in giro per la città e i lettori li recuperano, chiede di essere consolato per le pene d’amore e i lettori gli danno consigli, insomma rompe l’incomunicabilità tra lettore e personaggio. Attraverso questo espediente la Rete acquista una dignità insospettata, diventa un luogo letterario dove si scrive, dove il lettore è allo stesso tempo narratore e personaggio e dove la narrazione passa attraverso la relazione.

 

2 Risposte

  1. Mi soffermo su un dettaglio, con l’avvertenza che sono consapevole del “fuori tema”: forse è vero che quando diciamo “maestra” pensiamo alle scuole elementari, ma se diciamo “maestra di” qualcuno io penso subito a una delle più antiche: Corinna, maestra di Pindaro. E’ vero che dell’opera poetica di Pindaro abbiamo quasi tutto e di Corinna neanche un verso, ma ciò non toglie che il suo nome sia stato tramandato. Ho anche il fondato sospetto che di maestre come Corinna ce ne siano state altre e altre ce ne siano. Tutte dimenticate, come le sorelle (inventate o vere) di Shakespeaere o di Mozart.

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  2. Grazie per il riferimento a Corinna maestra di Pindaro che non conoscevo

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