Dos cuerpos

Octavio Paz*

il-bacio

Constantin Brâncuşi, “Il bacio” (1908) http://www.treccani.it/enciclopedia/constantin-brancusi/

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E sto abbracciato a te, La forma de querer tú

di Pedro Salinas*

Marc Chagall

Marc Chagall, “Lovers on a bench” (1911)

Il modo tuo d’amare
È lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni
È il silenzio. I tuoi baci
Sono offrirmi le labbra
Perché io le baci.
Mai parole o abbracci
Mi diranno che esistevi
E mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi,
tu, no.
E sto abbracciato a te
Senza chiederti nulla, per timore
Che non sia vero
Che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
Senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
Con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.

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«Due anni fa mi hanno diagnosticato la Sla, oggi dico che la cura riguarda tutti»

di Lina Forconi*

da Il Resto del Carlino, edizione di Macerata

Lina

Lina Forconi a Urbisaglia, il paese marchigiano in cui risiede. Laureata in Psicologia a Roma, ha esercitato la propria professione nelle scuole, in costante contatto con adolescenti in difficoltà

Sembrava una banale storta della caviglia destra, ma che qualcosa non quadrasse l’ho capito quando, improvvisamente, ho sentito la gamba destra rigida e quel giorno, nel marzo del 2012, sono riuscita ad arrivare a scuola solo con grandissima fatica. E pensare che fino a quel momento parcheggiavo distante per poter fare qualche passo a piedi! In ogni caso, almeno all’inizio, diedi tutta la colpa a quella storta. Successivamente ho cominciato ad inciampare, e qualche volta sono caduta, ma pensavo, o meglio i familiari e gli amici pensavano, alla caviglia. Poi nel mese di novembre è arrivata la diagnosi: Sla.

Il medico usò un eufemismo, malattia del motoneurone, perché disse che prima di una diagnosi così grave preferiva sentirsi con un centro specializzato. Potete immaginare quello che si prova.

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Il gatto in un appartamento vuoto

di Wisława Szymborska*

Szymborska in polacco

Questa poesia di Wisława Szymborska – lasciamo stare gli aggettivi qualificativi che tanto sono tutte meravigliose – arriva con un saluto da Teresa Kozlowska attraverso Angela (Giannitrapani) che peraltro ci ha fatto conoscere.

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Auguri dorati

di Piero Calamandrei*

Mariagrazia Sinibaldi davanti alla stazione Cadorna di Milano, il giorno in cui sua nipote è partita per l'Australia. (foto di Paola Ciccioli)

Mariagrazia Sinibaldi davanti alla stazione Cadorna di Milano, il giorno in cui la nipote Sara è partita per l’Australia. (foto di Paola Ciccioli)

Auguri, auguri… Non so: mi pareva, or non è molto, di averle da scriver tante belle cose su questi auguri! Di doverglieli fare dorati, splendidi, musicali, pieni di giocondità e di esuberanza giovanile. Ed ora, non so perché, quasi non trovo che scriverle. Al solito, come quando debbo parlarle, ora che vorrei scriverle con quanta forza di sentimento e con quanta sincerità commossa desidero ogni felicità alla Sua vita, mi pare che una barriera grigia di freddezza s’inalzi tra Lei e me e faccia morire senz’eco le mie parole.

E pure so che, se Ella volesse, una sola spinta lieve della Sua mano farebbe ruinare la barriera che ci separa: e sarebbe così piccola la fatica! Ma, già, non per suggerirle una sia pur leggera fatica, Le scrivo; questa mia lettera è una lettera di auguri: e le lettere d’auguri hanno da essere allegre, specialmente l’ultimo giorno di Carnevale!

E allora, per rientrare in carreggiata, senta. Tra tutti gli auguri che domani Le giungeranno da affetti vicini e lontani, da parentele e da amicizie, non Le spiaccia contare anche i miei, sia pure ultimi. Li consideri come gli auguri di un amico, di un amico eccentrico, di un vecchio amico… Stavo per dire di un amico vecchio. Poiché io, che della giovinezza adoro gli ardimenti, provo talvolta certi sconforti stanchi che mi affievoliscono, certe nostalgie tacite, certi desideri quasi rabbiosi di tenerezze giovini che colmino di vitalità un vuoto infinito fatto in me non so da che rovina: mi par quasi di vivere invano e di aver vissuto tanto tanto… Parlar di vecchiezza a vent’anni… Dico io sul serio? Forse no. Tante volte Ella mi ha ripetuto che anch’io non so fare un discorso serio mai!

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«Come si chiama l’autore che abbiamo studiato?» «Ghett.»

di Maria Luisa Spaziani*

Foto_Intervista_Spaziani

Nata a Torino nel 1922, Maria Luisa Spaziani è morta a Roma il 30 giugno scorso. E’ stata candidata tre volte al Premio Nobel per la letteratura

Quasi mai Montale mi telefonava a Messina, ma quella volta c’era una strana urgenza. «Mi ha chiamato Landolfi, vorrebbe sapere subito qual è il titolo di quel gruppo di poesie di Goethe di cui gli hai parlato, un episodio che gli ispira irrefrenabili risate…» «Ah, se ne ricorda ancora, che onore che per quella piccola storia abbia coinvolto anche te.»

Nei miei primi due anni d’università avevo avuto l’incarico alla cattedra di Lingua e letteratura tedesca, in attesa di poter accedere alla cattedra di francese. C’erano, in facoltà, circa duemila iscritti perlopiù provenienti dalla Calabria, che non aveva ancora università sue. La mia parte era di circa sessanta studenti – o per meglio dire, quasi tutte matricole – di tedesco. Facevano uno o due esami, se ne andavano, e a parte i residenti, benestanti, di buona famiglia, si trattava di pendolari o lavoratori. Il secondo anno feci un breve corso monografico dedicato alle poesie di Sesenheim, che il giovanissimo Goethe aveva scritto per una ragazza, pare addirittura una fidanzata. Sappiamo che la storia finì e che la ragazza si uccise. Forse fu la sua prima profonda esperienza della morte precedente all’ideazione del Faust.

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“Gazzelle”, un libro sulla vita

di Elena Novati

Gazzelle

“Gazzelle”, 15 racconti di Anna Pravadelli. La foto è stata scattata da Elena Novati durante le vacanze in compagnia (anche) di questo libro.

Anna scrive dell’umanità, delle debolezze e dei sensi di colpa. Degli errori, della continua tendenza delle persone a reiterare senza imparare nulla dalle esperienze passate. Dei sentimenti contrastanti e spinti al limite, di quei pensieri che una volta nella vita (forse) fanno tutti gli esseri umani. Di debolezze, di normalità, di relazioni che ci ostiniamo a portare avanti, di decisioni che ci faranno pentire quando sarà troppo tardi. Ho già detto troppo credo, ma è bello poter parlare di un libro che mi ha lasciata con la sensazione, non comune al termine di una lettura, di sospensione: al termine della sua prima opera, “Gazzelle”, sfido chiunque a non essersi identificato almeno in uno dei personaggi che popolano il libro. Si ha la strana sensazione di essere stati assorbiti dagli stessi pensieri dei protagonisti dei 15 racconti che compongono l’opera: ognuno di loro è una gazzella, perché? Le gazzelle sono loro e siamo noi, sono le persone che tutti i giorni si incrociano per strada e tutte le persone che non conosciamo. Siamo tutti gazzelle perché corriamo a cercare ogni giorno il modo giusto per tenerci strette le nostre esistenze, il modo migliore per tentare di non deluderci ai nostri stessi occhi o a quelli degli altri, il segreto per cercare di non vergognarci di quello che facciamo o pensiamo. Sembra, dopo aver letto il libro, che l’umanità sia alla fine tutta uguale: a tratti cattiva, per essere poi subito schiacciata da un senso di colpa, come impaurita dalla sua stessa ombra. L’unico comune denominatore è la ricerca, sempre e comunque, di una giusta distanza tra il “noi” e gli altri, quella giusta distanza che ci permette di vivere senza farci troppo male.

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