Valentina Mela Verde scusa, mi piaceva più la Bea

di Luca Bartolommei

Ecco Valentina Mela Verde, personaggio creato da Grazia Nidasio, scomparsa oggi. Valentina è stata uno dei tanti protagonisti della storia ultracentenaria del Corriere dei Piccoli, prima rivista a fumetti dell’editoria italiana. Lo WOW Spazio Fumetto di viale Campania 12, Milano, dedica ai 110 anni del Corrierino una mostra che sarà aperta fino al 13 gennaio prossimo. https://www.facebook.com/106850525156/ photos/a.232446445156/ 10160351534590157/?type=3&theater

Ho appena letto che ci ha lasciati Grazia Nidasio, disegnatrice e illustratrice. Per anni ha collaborato con il Corriere dei Piccoli, ed è di questo periodo che voglio parlare.

Il Corrierino lo leggevo da bambino, fine elementari – inizio medie, era fonte di stimoli, di sogni, di strumenti utili per la scuola tra cui le famose schede per le ricerche che conservavo in diverse cassettine di legno che mi aveva costruito mio padre, insomma un punto di riferimento.

Tra i tanti personaggi ce n’era uno che mi piaceva tantissimo, Valentina Mela Verde, alias Valentina Morandini, una ragazza di 12/13 anni di cui seguivo assiduamente le avventure.

Magari non erano proprio avventure, tutto si svolgeva in modo “normale”, famiglia con due genitori, un fratello più grande, il Cesare (noi lombardi l’articolo lo mettiamo sempre) detto il Miura (ve la ricordate la Lamborghini?), una sorellina la Stefi, personaggio che avrebbe in seguito vissuto una vita propria, l’amico hippie del Cesare e, soprattutto la zia Dina, alter ego della Nidasio, donna affascinante e moderna, oggi diremmo avanti, consigliera della giovane e curiosissima Valentina e non solo. Tra le sue amiche del Clan delle Mele Verdi a me piaceva la Bea Galimberti, quella rossa coi capelli mossi e le efelidi e avrei voluto conoscere una ragazzina così…

Di settimana in settimana, in Valentina ritrovavo un’amica che mi raccontava le sue storie e parlava dei suoi problemi che sentivo un po’ anche miei, la scuola, l’amicizia, qualche cotta, il mondo che cambiava (il Miura era anche un po’ “contestatore”), l’adolescenza che arrivava con i suoi sommovimenti (sinceramente a me questi ultimi li dava un po’ di più la Valentina Rosselli che trovavo su Linus…) e i suoi tutto-bianco-o-tutto-nero.

I personaggi erano tutti ben vestiti, si esprimevano in ottimo italiano, la buona educazione era ovunque, eppure non c’era nulla di conformista in quelle storie, erano scritte bene, allegre ma non stupide, leggere ma con contenuti, la stessa impaginazione, se non ricordo male, era piuttosto originale. Ecco, Grazia Nidasio ci illustrava un mondo che non ci faceva paura o ci deprimeva (i cantautori sarebbero comunque arrivati di lì a poco…) e ci insegnava, io la penso così, ad essere delle ragazzine e dei ragazzini per bene, con i propri pensieri, i propri sentimenti, le idee personali da difendere con convinzione ma, ripeto, persone per bene e rispettose di tutti. Per essere nel 1969, non era male.

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“Semplicemente”, noi nella Milano di Andrea Cherchi

di Andrea Cherchi

Il fotografo e giornalista Andrea Cherchi in un’immagine dal suo profilo (Facebookhttps://www.facebook.com/photo.php?fbid=10214903189866071&set=a.1526111065534&type=3&theater) Ogni giorno saluta i propri follower pubblicando un bellissimo scatto accompagnato da queste parole: “Con questa foto che ho scattato tempo fa auguro a tutti una buona giornata”. Per Gallo Edizioni ha appena pubblicato uno splendido libro fotografico “Semplicemente Milano” che, come scrive nell’introduzione, riesce a trascinare nel suo “mondo milanese con lo spirito di un bambino che si meraviglia di fronte ad ogni cosa e trasforma tutto in sogni”. Sotto, le pagine del libro con i ritratti di Paola Ciccioli e Luca Bartolommei

Oggi, alla Vigilia di Natale, rivolgo uno sguardo al mio Natale di 46 anni fa. Il primo Natale in una famiglia vera. Pochi mesi prima ero arrivato dall’orfanotrofio in una casa dove dalle finestre vedevo la luce del giorno. La luce della vita. 46 anni fa, nel mio primo vero Natale, avevo una mamma e un papà anch’io. Il mio primo regalo di allora è stata una famiglia. Da quel giorno, facendo o ricevendo un regalo, non ho mai smesso di pensare alla fortuna che il buon Dio ha voluto per me. Oggi come allora, ringrazio chi mi ha messo al mondo per avermi risparmiato dalla morte e chi mi accolto e mi ha salvato la vita. La parola abbandono contiene la parola dono… ci avete mai pensato? A volte è davvero così. Auguri di Buon Natale a tutti.

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Sant’Ambrogio, il “patrono” dei senza terra

di Dario Fo*

«Questa storia è scritta con l’intento di essere rappresentata su un palcoscenico posto nel quadriportico della basilica di Sant’Ambrogio o davanti alla basilica di San Lorenzo, entrambe a Milano», scrive Dario Fo in “Sant’Ambrogio e l’invenzione di Milano”, libro diventato anche un testo teatrale. Nell’immagine di Andrea Bianchi, il drammaturgo Premio Nobel per la letteratura insieme con la moglie e principale collaboratrice Franca Rame sul palcoscenico del Piccolo di Milano nel 2009 (http://www.andreabianchistudio.it/project/santambrogio-e-linvenzione-di-milano-dario-fo/

Seguendo l’analisi degli studiosi nostri contemporanei, quali Ambrogio Donini e Cesare Pasini, diremmo che alla fine del IV secolo l’equilibrio interno ed esterno all’Impero romano stava vivendo una fase di grave crisi.

Le difese militari si stavano letteralmente sfaldando; nel tentativo di rinforzarle si sottraevano braccia essenziali alla coltivazione delle terre, e oltretutto esplodevano segni evidenti di ribellione fra le classi più disagiate. Si era arrivati al paradosso di assistere alla liberazione di schiavi nei latifondi, non allo scopo di ridare dignità a quei sottomessi, ma in quanto la terra oltretutto gravata da esose imposte non fruttava più come prima e non valeva la pena di sfamare bocche inutili. Si creavano i cosiddetti viatores (viandanti), disperati senza lavoro che vagavano intorno a proprietà in cerca di occupazione se pur occasionale, e gruppi di sbandati che spesso si davano al brigantaggio. Altri occupavano terre incolte con l’intento di lavorarle in proprio. Ma ecco che scattava la sindrome di dominio: si può lasciare che un bene vada perduto, ma guai a chi lo tocca! Perciò intervenivano uomini armati dello Stato o assoldati dai possessores che scacciavano i senza diritto o ne facevano strage. Ambrogio, indignato, prendeva posizione in più di un intervento dal pulpito e attaccava i latifondisti e i grandi imprenditori, gli stessi che nella lotta per le basiliche non solo avevano appoggiato lui e i suoi seguaci, ma lo avevano anche sovvenzionato, onde si potessero procurare vettovaglie per resistere all’assedio delle forze imperiali.

Egli prendeva abbrivio da una parabola narrata da Cristo:

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Ci vediamo in piazza delle filandaie

Com’era mia madre quando lavorava in filanda? Come si vestiva quando affrontava quella salita ripida che portava allo stabilimento? Come si proteggeva dal freddo? Di cosa parlava con le sue amiche? Come raccoglieva i capelli? Quante volte l’hanno umiliata? E anche lei è stata insidiata dal padrone e aggredita dalla sua prepotenza? Mi porto dentro queste domande da che sono al mondo perché in casa mia la parola “filanda” è stata sempre pronunciata: da mia madre, da sua sorella, da nonna, dall’altra zia, da tante e tante donne del paese. Una parola ripetuta a testa alta nonostante l’infinita durezza del lavoro di filare la seta. Che ha dato però a mamma, nonna, zie e loro amiche la consapevolezza di aver fatto tanto e più degli uomini per campare onestamente.

Il brano che segue è tratto dal libro E lee la va in filanda. Donne e bambine al lavoro nei setifici cernuchesi tra ‘800 e ‘900, scritto da Serena Perego e pubblicato dal Comune di Cernusco sul Naviglio, cittadina vicina a Milano dove lunghe file di gelsi continuano a testimoniare quanto fosse importante l’industria serica in questo spicchio di Lombardia. Tanto che una delle sette ex filande è diventata un centro culturale e per accedervi bisogna percorrere via delle filerine. Ecco: quel che desidero è che anche a Urbisaglia, il paese marchigiano in cui sono nata e dove ho raccolto i ricordi delle “mie” filandaie, un angolo possa portare per sempre il nome di quelle bambine, ragazze, giovani madri costrette a tenere per ore e ore le mani nell’acqua bollente per estrarre il filo dal bozzolo. In ricordo di quelle operaie povere e splendenti di orgoglio che scacciavano il dolore pregando ma, soprattutto, cantando.  (Paola Ciccioli)

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“La giornalista”

di Luca Bartolommei*

Ho scritto il testo di questa canzone in non più di venti minuti, di notte e in casa, giusto prima di andare a dormire, la musica mi ha portato via al massimo un’oretta. È il risultato di una lunga osservazione e di uno studio durato settimane durante le quali, senza troppo rendermene conto, ho evidentemente tenuto molto d’occhio mia moglie Paola Ciccioli. La canzone parla infatti della “mia”, se mi è consentito il termine, giornalista. Continua a leggere

La Biblioteca-Milano diventa un coro a mezzogiorno

di Paola Ciccioli

Alessandro Quasimodo all’ambone di San Simpliciano mentre legge le poesie che suo padre ha dedicato a questa chiesa, alla città di Milano e alla propria ricerca religiosa. Immagini per gentile concessione di Andrea Cherchi, autentico artista della fotografia

Ieri sera nella Basilica di San Simpliciano di Milano abbiamo meditato sulla poesia di Salvatore Quasimodo, accompagnati dalla musiche eseguite all’organo della imponente chiesa romanica dal Maestro Isaia Ravelli.

Domani, sabato 17 novembre (alle ore 12) leggerò in pubblico un’anticipazione del libro Assolo sul padre, frutto di dieci anni di lavoro e di documentazione sul rapporto non facile avuto da Alessandro Quasimodo con il padre-poeta.

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“L’onda nera che minaccia la città di Fo e Quasimodo”

di Leonardo Coen*

Questo ritaglio del “Corriere della sera” del 17 giugno 1968 proviene dall’archivio di microfilm della Biblioteca Sormani di Milano. Fu uno dei più grandi intellettuali italiani, Carlo Bo, a firmare il ricordo di Salvatore Quasimodo, scomparso il 14 giugno a Napoli. Il ritardo nella pubblicazione si deve al fatto che c’era in quei giorni uno sciopero dei giornali, infuriava il ’68 e lo stesso poeta Premio Nobel ne aveva scritto nelle ore precedenti la sua morte nell’ultimo dei suoi “Colloqui” per il settimanale “Tempo”. Tutto questo è raccontato nel libro “Assolo sul padre” che riporta testimonianze private e documenti inediti di Alessandro Quasimodo e di cui l’autrice Paola Ciccioli leggerà un’anticipazione sabato 17 novembre in corso Garibaldi a Milano (https://www.facebook.com/events/759577767714123/)

L’altro giorno, in un bar di Porta Romana, ho sentito dire che forse “è un bene stia tornando il fascismo. Così tutti questi immigrati metteranno la testa a posto”. Altrimenti, gli sparano alla testa, avrebbe ironizzato Dario Fo, come hanno fatto in Calabria. D’altra parte, Milano è la città dove ad un anarchico arrestato capitò una morte accidentale, volando giù dal quarto piano della Questura.

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