In volo verso New York, alle prese con una folla di rabbini

di Adele Colacino*

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I colori della notte di New YorK City in una foto firmata Annalisa Mongili. Per noi la metropoli statunitense è, e resterà, un luogo del cuore

Sono pigre le mie giornate d’estate, passano lente senza orologio e senza calendario. C’è sempre qualcuno intorno che, parlando o muovendosi, ti dà idea del tempo che passa, le uscite, i rientri, il ritiro dei rifiuti, gli odori di cucina che si spandono nel villaggio.

Sono in giardino a leggere quando sento la voce della mia amica Carmen che, come al suo solito, chiama appena scende dall’auto. Lei non suona, non bussa, nelle case al mare si vive fuori e basta chiamare per annunciarsi. Chiacchieriamo un po’ e poi lei se ne viene fuori con un: «a novembre vado a New York».

«Vengo anch’io» dico, senza pensarci due volte, «prenota anche per me».  Poi entro in casa e annuncio il mio prossimo viaggio: «a novembre vado a New York». La reazione è la solita: «bene, bello, con chi ci vai? (traduzione dall’Arturese: «io non ci vengo!»). Era agosto e ad agosto novembre è un tempo lontano, solo il marito di mia sorella, come un monaco… continua a ripetere: «agustu è capu e vernu!». Comincio a prendere in considerazione la cosa ai primi del mese, solo un’altra volta ho oltrepassato l’oceano, per andare a Cuba. Altra età, altre emozioni, sogni e realtà da scoprire.

Non ritiro il programma in agenzia, ho deciso che ci andrò, comunque. Carmen mi informa: «è un gruppo esiguo, su ventuno solo due uomini, solo due tour organizzati, per il resto sempre tempo libero». Mi lascerò trasportare dall’aria newyorchese e poi parlo un inglese di pura sopravvivenza, senso di orientamento pari a zero. Mi aiuteranno la gestualità e la mimica, non mi dicono sempre che ho la faccia che parla?

Mi accorgo immediatamente, alla partenza, che il gruppo è sciolto e senza capi, non ci saranno bandierine o ombrelli da seguire, ognuno deve provvedere al suo check-in, ad imbarcare il proprio bagaglio. Avremo posti a caso e io capito nel bel mezzo di un folto gruppo di rabbini che si recano a New York per un convegno mondiale.

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«New York City, USA, 27 novembre 2016. Partecipanti alla Conferenza internazionale degli emissari di Chabad-Lubavitch, movimento ebraico chassidico diffuso a livello internazionale. Credits: Dennis Van Tine/Lapresse» (da http://www.panorama.it/)

Ho perso di vista quasi tutti i componenti del mio gruppo, intravedo solo Carmen tra barbe rosse, grigie e nere: lei mi guarda ed ammicca con i suoi occhi verdi sempre accesi di allegria e gioia di vivere. Ho portato con me un piccolo bagaglio per le necessità durante il volo, cerco un posto libero nelle cappelliere vicino al mio sedile, ma tutte sono occupate da “ciambelle” nere, sembrano gli scaffali di un cappellaio. I rabbini stanno già pranzando (mi chiedo come sia possibile, visto che tutti gli altri passeggeri si stanno ancora imbarcando e cercando i loro posti).

Metto in moto subito la mia gestualità, mostro le cappelliere al rabbino più vicino e agito la mano destra con le dita raccolte, il pollice contro le altre punte), in calabrese significa: «dove cavolo è lo spazio per la mia valigia?». Tutti fanno finta di non vedermi e continuano a masticare, rimestando nelle ciotoline sui vassoi. Allora attivo il sonoro: «sorry, sorry, where my bag?». (Non mi viene come si dice “mettere”, ma si capisce dalla faccia tra l’imbarazzato e l’arrabbiato).

Continuano a masticare e a guardare le pappe, uno si mette in bocca cucchiaiate di una poltiglia marrone, mentre con l’altra mano cerca un varco tra baffi e barba. Ha degli occhi rossi dietro lenti piccolissime e grosse come biglie di vetro. Forse i rabbini quando mangiano non possono parlare o comunicare, sto intasando il corridoio e blocco la fila dei passeggeri che cercano di raggiungere il loro posto, non voglio mettere il mio bagaglio troppo lontano, e poi trovo che non sia giusto prendere tanto spazio per dei cappelli che possono stare uno sull’altro, non credo siano tanto fragili. Tocco il rabbino più vicino, è un bel ragazzone con la barba rossiccia e gli occhi simpatici. È stato l’unico che ha sollevato lo sguardo su di me. Mi arrangio un sorriso amichevole di nonna e cerco di comunicare che non ce la faccio a sollevare il bagaglio fino alla cappelliera: «sorry can you help me?». Finalmente mette da parte le scodelle e si alza, è altissimo, guarda nelle cappelliera e mi mostra che non c’è spazio, che rabbino simpatico, anzi si mette prima l’aggettivo in inglese, che simpatico rabbino!

Gesticolando gli dico che possono metterli uno sull’altro, almeno in gruppi di tre. Mi risponde con la faccia scandalizzata, si rovinerebbero! Con un altro gesto deciso gli dimostro come li posso far volare sulle teste di tutti, allora capisce e si affretta a sistemarli come gli indico. Mette la mia bag nella cappelliera, gli sorrido e: «what’s your name?». «Shalom», dice. «Shalom», gli rispondo in segno di pace.

Vengono raccolti i vassoi dei signori che hanno pranzato e comincia il supplizio che durerà per tutto il volo. Il signor rabbino seduto davanti si cala una cuffia sugli occhi, si avvolge tutto, testa compresa, sotto la copertina che Alitalia ci ha fornito e lascia crollare il suo schienale davanti al mio naso. Cerco di spingerlo un poco in avanti gentilmente, lui dondola e non reagisce.

Portano la cena anche alle altre etnie religiose, io non posso aprire il mio tavolino, lo faccio notare alla hostess che tenta di aiutarmi chiamando sottovoce il dormiente mummificato sotto la coperta, poi corre a fare altro. Quando ripassa e le faccio notare il mio disagio risponde: «signora, non si sposterà mai, si arrangi!».

Shalom è seduto nella fila accanto, la distanza mi permette di toccargli un braccio e gli chiedo a gesti di aiutarmi. Mi fa segno di no. «È un Capo?», chiedo. Lui annuisce e io poggio il vassoio sulle ginocchia e cerco di capire cosa mangerò. Dietro di me è seduta una simpatica signora, soffre un poco di claustrofobia e mi prega di non abbassare il mio schienale. Non potrò vedere un film, non riesco a dormire. Decido di ascoltare la musica. Shalom mi indica dove inserire lo spinotto della cuffia, ha notato che cercavo invano di collegarlo in ogni dove meno che nel posto giusto. «Vedi Arturo quanto mi manchi? Tu sai sempre tutto di spinotti, fili, prese e rubinetti».

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Adele Colacino saluta davanti al Rockefeller Center (“nemmeno l’albero avevano addobbato”), durante il suo primo viaggio a New York

All’arrivo all’aeroporto J.F. Kennedy troviamo ad attenderci Renée, una signora che ci accoglie con simpatia e ci raduna: è allora che scopriamo che una valigia è andata smarrita. Pare non sia mai partita da Roma. Ci tocca attendere per il disbrigo della pratica, non dormo da non so quante ore e devo restare lucida per non perdere il gruppo.

Lungo il tragitto Renée ci parla dei quartieri che attraversiamo, è buio ormai, l’autista guida veloce, chissà cosa pensano gli autisti dei mezzi turistici. Come attraversa la loro pelle la voce che ripete le stesse cose innumerevoli volte e quanto pesano sulla loro fatica l’eccitazione e l’energia dei corpi che trasporta?

Fuori dal finestrino scorrono ora luci ora buio, New Jersey, Queens, Brooklyn, Bronx.

Io resto avvolta in un guscio di felice attesa, ho un grosso pacco regalo e lo scarterò piano piano, guardo fuori, stiamo percorrendo la Broadway Avenue, fra poco saremo in albergo.

Il tempo di sistemare il bagaglio ed andremo a cena. Non ho ancora spostato l’orario, sono le sette del mattino. Tutti abbiamo più sonno che fame, ma si tratta di uno dei due pasti compresi nel pacchetto e nessuno vuole perderselo. Il ristorante è a qualche isolato dall’albergo e già mi rendo conto che fare un isolato, per quelli come me che non camminano mai, equivale a un pezzo di maratona.

*(1 – continua)

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