“A felicidade”, ovvero note di samba al Pavilion

di Romain Valentino

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Paula e Jaques Morelenbaum: cantante e violoncellista, moglie e marito. Romain Valentino è andato ad ascoltare il loro omaggio a Tom Jobim all’UniCredit Pavilion di Milano e, da appassionato di musica brasiliana, ci racconta la sua serata “impressionante”

Brasil, Brasil, pra mim, pra mim…” dice il samba epocale composto nel ‘39 da Ary Barroso e che tutti conoscono anche senza saperlo (“Brasiiiil la la la la la la la la…” sì, proprio quello): Brasile, per me. Questo è ciò che viene da pensare dopo aver assistito a un concerto come quello tenuto dal Cello Samba Trio del violoncellista, compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra brasiliano Jaques Morelenbaum al Pavilion Unicredit di Milano. Infatti, anche se il piccolo palco con due sedie e una batteria, così come il violoncello solista, orientano l’atmosfera verso il jazz o la musica classica, è il samba, legante indispensabile all’identità della sfaccettata nazione sudamericana, ad essere protagonista assoluto della scena in uno dei suoi innumerevoli colpi di coda. Il concerto è infatti un tributo alla più famosa tra le molte metamorfosi del genere musicale: la bossanova di Antonio Carlos Jobim – a tal punto nota al di fuori del suo paese di origine da rappresentare per noi la musica brasiliana per antonomasia, o meglio per sineddoche.

La musica di Jobim – prima idolo, poi mentore, collaboratore decennale durante l’esperienza della banda nova, ed infine amico dei coniugi Morelenbaum fino alla morte nel ‘94 – è ad immagine della sua condizione di intellettuale alto-borghese appassionato delle espressioni culturali popolari. Discepolo fedele, Morelenbaum percorre oggi questo solco con il suo trio, approfittando degli spazi di interpretazione e rielaborazione naturalmente presenti nei piccoli gioielli di armonia e melodia che sono le canzoni di Jobim – opere che nei primi anni ‘60 del secolo scorso seppero conquistare immediatamente il pubblico del jazz e della musica “colta” senza mai spezzare la linea che le collega, attraverso la tradizione sambistica, a quel terreno afro che riemerge principalmente nelle figurazioni ritmiche e nel tono quasi rituale di alcune frasi costruite su quella stessa scala pentatonica che in un’altra parte del continente americano collaborò alla nascita del blues (un esempio fra tutti, l’introduzione di “Samba do avião”).

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Il “Cello samba trio” in uno scatto di Romain Valentino durante il concerto del 19 novembre scorso a Milano: Jaques Morelenbaum al violoncello, Lula Galvão alla chitarra e Rafael Barata alla batteria

Morelenbaum, insieme a Lula Galvão alla chitarra e Rafael Barata alla batteria, recupera e valorizza entrambi i lati di quest’anima bifronte, con risultati che definire sorprendenti sarebbe inesatto, poiché da colui che è stato definito “o Maestro da MPB”, con collaborazioni che spaziano da Caetano Veloso a Gilberto Gil, e da Chico Buarque a David Byrne, ci si aspetta il meglio: impressionante è la parola giusta. Canzoni come “Brigas nunca mais”, “Outra vez”, “Retrato em branco e preto” vengono sciorinate con eleganza da un trio che è un tutto integrato, perfettamente omogeneo ed equilibrato in ogni sua parte. In ciascuna istantanea musicale dialoghi differenti vengono portati avanti tra uno strumento e l’altro, tra accompagnamento e voce narrante del violoncello, tra ritmo e melodia, all’interno del discorso stesso di ognuno dei tre strumentisti e, infine, tra ri-arrangiamento e versione originale. Lula Galvão alla chitarra compie da solo un lavoro armonico prezioso in cui le linee di basso e di melodia si incrociano, si perdono e si riprendono piacevolmente senza mai smettere di giocare in scioltezza con la batida incrollabile del samba.

Jaques Morelenbaum fa fiorire ampiamente l’intera gamma timbrica del violoncello alternando forza a leggerezza, disponendo sulla trama ritmica le arie celebri con decisione, senza violenza, e con un intuito immediato dei silenzi, per poi slittare verso improvvisazioni in cui nulla è scontato ma tutto scorre come senza resistenze. Seduto tra i due, Rafael Barata, classe 1980, si conferma tra i batteristi più interessanti della sua generazione, dotato di un bagaglio tecnico da virtuoso sempre subordinato al senso di un risultato complessivo, cui dà un contributo inaggirabile con i toni caldi della sua interpretazione del ritmo della bossanova: un groove compatto molto vicino al samba de roda, in cui i rim click lasciano spazio allo sciabordìo ondeggiante delle spazzole, e tom e piatti vengono fatti realmente cantare insieme agli altri strumenti grazie ad un pregevole controllo della dinamica.

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Romain Valentino, primo da destra con la chitarra in spalla, insieme con un gruppo di amici a Braga in Portogallo, Paese dove è stato in Erasmus per un anno

Se è vero che le capacità individuali e collettive dei tre impressionano, non si può dimenticare il ruolo fondamentale della special guest Paula Morelenbaum, moglie di Jaques, che raggiunge il trio con la sua voce esile ed elegante in pezzi classici come “Aguas de Março”, “Desafinado”, “Corcovado”, “A felicidade”, una giustamente onirica “Vivo sonhando”, e una versione di “Samba do avião” mutuata – così come altri arrangiamenti – dalla fortunata esperienza della coppia insieme al pianista giapponese Ryuichi Sakamoto, nella quale un recitato finale tuffa l’ascoltatore nel caos con cui Rio de Janeiro accoglie il passeggero appena atterrato che rientra a casa.

Un piacere per tutti gli amanti di Jobim riascoltare dal vivo un repertorio noto, rielaborato meravigliosamente, mantenendo gli elementi di arrangiamento più famosi in una veste sonora nettamente differente. Ma aldilà degli evergreen del compositore carioca, è impossibile non citare una delle vette musicali del concerto, rappresentata da “Maracatuesday”, composizione dello stesso Morelenbaum (unica intrusione nel repertorio) in cui, su un arpeggio perseverante della chitarra, il violoncello delinea una narrazione profondamente onirica, che oscilla senza soluzione tra dolore, dolcezza, speranza, eroismo e attesa – il tutto unito dal filo conduttore della grancassa che batte tenuamente e con regolarità la figurazione quasi asimmetrica di un maracatu dislocato, come l’eco di un carnevale giunto da oltre la finestra chiusa di una stanza e rimaneggiato attraverso le vicissitudini del sogno e della memoria.

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Paula Morelenbaum

Ad interrompere l’incanto del susseguirsi dei pezzi, solo alcune parole di presentazione pronunciate volutamente in un italiano tropicalizzato («potrei parlare in inglese e voi capireste senza problemi») sia da parte di Jaques che da parte di Paula Morelenbaum, la quale, lievemente ma visibilmente nervosa nella prima parte della sua performance, ha salutato la presenza del Console generale e dell’Ambasciatore brasiliani ed ha ricordato il decennio di sodalizio artistico con Jobim. Tra le canzoni, applausi di un pubblico troppo rapito e attento per dilungarsi in effusioni, se non quando necessario per chiedere il bis finale che ha concluso, dopo esattamente un’ora e mezza, un lungo momento di ottima musica, un tuffo nella storia musicale brasiliana, un concerto esemplare.

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