Il gancio delle anime e dei ricordi

di Mariagrazia Sinibaldi

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Questa e le altre foto del post provengono dall’archivio privato di Mariagrazia Sinibaldi e sono state scattate In Marocco alla fine degli Anni ’60

Certamente uno psicologo o qualcuno che eserciti uno di quei mestieri il cui nome inizia con ‘ps’, che studi la mente umana, la psiche appunto, potrebbe spiegare il meccanismo che lega un ricordo antico di un certo tipo ad una recente esperienza di tutt’altro genere. E ancora di più: come il racconto di un’esperienza vissuta da una persona possa legare questa ad un’altra in modo così forte da generare in questa seconda un déjà vu tanto limpido, vivido, colorato e odoroso da trasformarsi a sua volta in vita reale e immanente… Follie? Forse.

«Perché – si chiedeva la Vecchia signora – il racconto del mio amico ha scatenato in me quel groviglio di ganci che mi ha trascinato in tutt’altro mondo e in tutt’altro tempo? Forse perché il mio amico era mio amico un milione di anni fa, perso di vista (complice la vita di ognuno dei due) e casualmente ritrovato? Può essere? Forse.

La Vecchia signora cercò di ricordare con più precisione possibile le parole del suo amico; quelle che lui le aveva scritto raccontando un episodio della sua vita.

Diceva il suo amico: mi trovavo una sera d’inverno in una trafficatissima via della periferia romana e mi stavo avviando alla macchina parcheggiata lontana. Ero talmente stanco per una giornata convulsa, che pensai di prendere un mezzo pubblico per raggiungerla, ma non si vedeva l’ombra di un bus all’orizzonte. Volevo chiamare un taxi ma il mio cellulare era scarico. Pensai di fare l’autostop, ma non si fermava nessuno. Mi sentii perso, lì, in mezzo a quella confusione, al rumore, ai fumi, agli sgradevoli odori degli scarichi delle auto, finché una macchina con due gentili persone, quasi due angeli, si fermò, mi caricò e mi portò alla mia auto.

Sì, la Vecchia signora conosceva bene quel senso di straniamento dalla realtà, quella illusione drammatica di essere soli in mezzo al rumore, che anzi più rumore e più gente ci sono intorno, più la solitudine stringe al collo e strozza. Tanto lo conosceva, la nostra, che si era immedesimata nel racconto dell’amico, vedendo il buio, sentendo il rumore, percependo l’odore acre della città in movimento. Ma era stato un attimo, e tutto era cambiato: la sensazione di déjà vu l’aveva trascinata, per mezzo del groviglio di ganci (uno tira l’altro, uno tira l’altro, uno tira l’altro…) nel ricordo di un tempo lontano e di un mondo diverso.

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Ecco com’era il Marocco conosciuto, e mai dimenticato, dall’autrice di “È come vivere ancora”, il libro curato dall’Associazione Donne della realtà

Il ricordo si era trasformato in realtà vissuta e la Vecchia signora aveva visto ancora un buio punteggiato di luci e ancora aveva sentito, mescolate ad una nenia araba trasmessa da chi sa dove, le voci gutturali di una lingua sconosciuta, e ancora aveva percepito l’odore stimolante di carni grigliate e di cumino. Un mondo sconosciuto, un mondo sempre in movimento, un mondo attraente… un mondo nel quale avrebbe vissuto per qualche anno… un mondo che la Vecchia signora decise in quel preciso momento di non voler temere, al contrario di voler conoscere. E il déjà vu si era trasformato in ricordo.

«Del resto, che cosa è il ricordo – ragionò la Vecchia signora – se non il passaggio attraverso il cuore di un momento vissuto? Non per niente – continuò a ragionare tra sé e sé, ricordando i suoi giovanili studi classici – non per niente in latino cuore si dice cor/cordis».

…E il ricordare fu bello.

Erano arrivati solo da una settimana in quel Paese e quella sera, tornando in albergo, percorrendo in macchina una stradetta sterrata per raggiungere la nazionale, suo marito e lei avevano incontrato un omino in djellaba, molto affaticato, e gli avevano offerto un passaggio. L’omino aveva accettato ringraziando e aveva indicato la strada per raggiungere casa sua. Il cammino si faceva sempre più ingarbugliato (loro si erano guardati, non proprio spaventati … ma, insomma…) finché avevano raggiunto una spianata in mezzo alla quale sorgeva una capannuccia recintata da canne.

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Mariagrazia Sinibadi ha vissuto due anni a Casablanca con il marito Arduino Cianciotta (qui accanto a lei) e i loro tre figli

L’omino in djellaba era sceso di corsa dalla macchina ed era entrato, quasi urlando, nel recinto e dal recinto erano usciti di corsa due caprette e tanti bambini… urlanti anche loro. Sembrava, ricordava la Vecchia signora sorridendo, lo scoppio di un fuoco d’artificio. E sulla piccola porta ecco riapparire l’omino che faceva cenno di entrare. Erano entrati, loro due. Due donne vestite di veli colorati dietro l’omino si affannavano a mettere un po’ di ordine in quella specie di cortiletto: una aveva steso in terra un tappeto, l’altra aveva accostato il necessario per un tè alla menta che lui, l’omino, aveva poi preparato e offerto a noi, suoi ospiti.

Il sole, tramontato già da un pezzo, aveva lasciato nel cielo una diffusa flebile luce madreperlacea. Ricordava bene quella luce, la Vecchia signora, e certo nel suo ricordare viveva ancora.

«Sì, è un buon ricordo», disse tra sé e sé. «Sì», disse ancora annuendo la nostra amica, «sì, è qui che affondano le radici del nostro amore per il Marocco».

Le rimaneva da capire come due episodi così diversi tra loro avessero trovato il modo di agganciarsi e così platealmente uscire allo scoperto.

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