La mia amica Lena

di Anna Caltagirone Antinori*

Elena Mogetta, per tutti “Lena”, con l’amatissimo marito Enrico Natalini, “Rirì”. La foto è stata scatta da Francesco Cianciotta nella loro casa di Convento di Urbisaglia per il Progetto Radici ideato da Paola Ciccioli e al quale ha dato un prezioso contributo Mirko Cardinali, “anima” della Biblioteca comunale del paese marchigiano

Negli anni ’60, abitavo con la famiglia nell’appartamento annesso alla scuola elementare di Convento di Urbisaglia. Accanto c’è una casa dove abita la famiglia Natalini; allora era composta da Rirì, Lena e un bimbetto di nome Delzo.

Lena era più giovane di me, in buona salute, molto attiva e sempre di buon umore. Lavorava dalla mattina alla sera e non era mai stanca. Si alzava di buon mattino e andava a riordinare e pulire il bar di Fiorani. Verso le sette la sentivo tornare a casa per preparare il bambino per la scuola: mi affacciavo alla finestra della mia cucina e la chiamavo per augurarle una buona giornata e scambiare due parole alla svelta. Per me era il modo di cominciare bene la giornata.
Mentre il bambino era a scuola, Lena andava a rassettare la casa della maestra “Mita” Canzonetta. Il marito Rirì era un operaio del Comune, addetto alla manutenzione della rete idrica del paese e dintorni. Partiva la mattina e qualche volta non tornava a pranzo, si portava la borsa con la colazione che Lena gli preparava, al mattino. Rirì era molto servizievole, sapeva fare di tutto, perciò se un rubinetto gocciolava, se si rompeva un banco, se una serratura non chiudeva bene, ci rivolgevamo tutti a Rirì.
Mio marito Fernando e Rirì si fermavano spesso a parlare sulla panchina davanti al ricovero; Fernando allora era sindaco del paese e Rirì dipendente del Comune perciò erano molti gli argomenti che li interessavano: progettavano lavori da fare, interventi necessari all’acquedotto e parlavano anche delle assemblee che si svolgevano in Comune.
L’8 maggio 1962 nacque in casa, allora era normale, il mio piccolo Alberto. Per me fu una sorpresa perché, avendo già Maria Vittoria e Fabrizio, speravo arrivasse una sorellina per fare compagnia a Marvì. Durante la dolce attesa, guardavo con desiderio le belle bambine della mia cara amica Nenè e a lei dicevo: «Speriamo che sia una femminuccia moretta e riccetta come le tue!». Invece arrivò un maschietto, biondo e liscio; fu lo stesso “il cocco di mamma”.
I vicini mi colmarono di attenzioni. Lena in particolare, essendo la mia vicina più prossima, passava più volte al giorno per vedere Tittì, così lo chiamava lei.
I bambini di Convento crescevano sani e felici, sempre tutti insieme, sotto gli occhi di tante mamme. Nessuna di noi soffriva l’ansia e la fatica di crescere i figli. I nostri non frequentavano la piscina, la palestra o la scuola di musica, ma avevano lo stesso tanti passatempi. Nel giardino della scuola andavano in bicicletta, giocavano a pallone, avevano l’altalena e tante bamboline. Li vedevamo entrare in casa solo per prendere la merenda o per cambiarsi le scarpe bagnate. Le scarpe di ricambio erano sempre pronte e calde vicino alla cucina economica, a legna.
Anche Tittì, pur essendo il più piccolo, stava col gruppo. Lena, di là della rete, lo chiamava e gli diceva: «Tittì, metti il ditino tra la rete che voglio darti tanti bacetti». Tittì rideva e si prendeva baci e coccole.
Qualche volta Lena gli metteva nella tasca del grembiulino un ovetto fresco delle sue gallinelle; Albertino, camminando piano per non romperlo, me lo portava, aspettava che glielo bucassi e se lo beveva.
Lena in casa aveva qualche stanza vuota, mi ci aveva fatto appoggiare qualche mobile: un salottino, una cassapanca dove riponevo i panni nel cambio di stagione e altri oggetti che nella mia piccola casa non trovavano posto. Quando andavo a prendere qualcosa che mi serviva, mi fermavo con piacere a parlare con lei: ci scambiavamo consigli e confidenze, ed io mi sentivo meno lontana da mia madre e dalle mie sorelle.
Delzo, il figlio di Lena è stato mio alunno, era sveglio e molto intelligente, ha proseguito gli studi e ora ha un buon lavoro. Si è sposato e ha due bravi ragazzi; con la famiglia abita nella casa dei genitori. Ci siamo rivisti fino a qualche anno fa e sempre con piacere. Ora ho saputo che Rirì da poco è venuto a mancare e me ne addoloro. Sono vicina a Lena; è il destino delle coppie affiatate: si vive una vita insieme poi, purtroppo, uno dei due resta solo…

*Sette anni fa ho voluto far fotografare gli ottantenni del paese in cui sono nata. Ho passato l’infanzia a scrutare le loro facce senza trucchi né inganni, le loro mani capaci di condensare in una stretta la fatica di una vita intera. Ora la mostra è stabilmente esposta nella Casa di riposo di Urbisaglia, in provincia di Macerata, luogo scelto non a caso perché è lì che ha trascorso i suoi ultimi tribolati anni mia zia Maria. A distanza di sette anni da quella ricerca fotografica condotta con Francesco Cianciotta, la donna che mi ha insegnato a leggere e a scrivere, la maestra Antinori, mi ha inviato una serie di “ritratti” pennellati con parole toccanti e ricordi perfetti. Il Progetto Radici è più vivo che mai.

(Paola Ciccioli)

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