«Vengo dal Sud, so da che parte stare»

di Paola Ciccioli

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Vanessa Scalera in “Lea” di Marco Tullio Giordana, che racconta la tragica storia della testimone di giustizia Lea Garofalo, vittima della ‘ndrangheta

Sul suo profilo Facebook ha condiviso la foto dei soccorritori della tragedia dei treni di Corato e un articolo di cui mi hanno colpito queste parole:

«Serve sangue, i pugliesi sono generosi, serve sangue, ma non basterà per quanto ne è stato versato. Noi pugliesi siamo brava gente, senza TAV, senza grandi insediamenti che garantiscono salario e reddito, tolta l’ILVA di Taranto: altro ferro, altra puzza, altra morte».

Qualche ora prima aveva postato la schermata di Televideo con l’appello a medici e donatori «per fronteggiare la sciagura ferroviaria nel Nord Barese».

Bisogna scorrere giù, più in basso, per leggere che i giornali francesi stanno usando per lei, l’attrice Vanessa Scalera, aggettivi da far girare la testa e che la sua interpretazione di Lea Garofalo nel film “Lea” di Marco Tullio Giordana è impressionnante.

«Vengo dal Sud, so da che parte stare. E lo sapevo anche prima di girare questo ruolo. Io combatto con l’immondizia, con la mancanza di rispetto», mi aveva detto a marzo, quando ci siamo incontrate allo Spazio Oberdan durante il Festival del cinema italiano visto da Milano.

Lei, pugliese, è sullo schermo la giovane donna calabrese con i capelli ricci da ribelle, rimasta impigliata nella relazione con un uomo che si rivela sempre più violento, uno ‘ndranghetista che “sale” a fare affari a Milano e dal quale ha una figlia, Denise.

Oggi, 13 luglio, “Lea” esce nelle sale di Parigi e nel resto della Francia e il film «révèle au public français une grande actrice italienne». «Mi sono buttata talmente tanto in questo ruolo – mi aveva raccontato la bella Vanessa Scalera – che i vezzi dell’attrice non c’erano più, come pure la paura di essere brutta o che la parrucca mi stesse male. Prima che iniziassero le riprese, la produzione mi aveva dato gli atti processuali e nelle parti di sceneggiatura che ho letto io non c’era mai il nome di Lea Garofalo. Marco Tullio Giordana voleva tutelare questo film, è un regista e un uomo serio, gli sarò sempre grata».

Girato quasi interamente a Gravina di Puglia e andato in onda il 18 novembre su Rai Uno nelle terribili ore delle stragi terroristiche di Parigi, “Lea” prende allo stomaco e al cervello. Perché descrive la solitudine reale di una testimone di giustizia e il suo fare e disfare valigie per sottrarsi al padre della propria figlia, Carlo Cosco. «Da quando li ho denunciati non ho fatto altro che cambiare città», dice la voce di Vanessa Scalera in un perfetto accento calabrese, imparato «d’istinto». La ‘ndrangheta si camuffa, si traveste e la ritrova sempre. Fino a farla scomparire, per farla morire. Lasciando alla figlia il compito tremendo di renderle una giustizia che lo Stato non era stato in grado di assicurarle, con Denise che denuncia il padre e si sacrifica per sempre a un’esistenza da fuggiasca alla vendetta mafiosa.

«È una storia sporca, lurida, diceva Marco Tullio sul set, chiedendomi di non farmi prendere dalle emozioni. Voleva che io fossi una leonessa che si calma soltanto tra le braccia della figlia. Ma io ho capito la forza di quella donna, vengo dal Sud. So da che parte stare».

ULTIMO AGGIORNAMENTO 27 FEBBRAIO 2017

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